Rosa Orsa
Nell’ambito di I Fumi della Fornace, il festival dedicato alle arti contemporanee che dal 20 al 23 agosto 2026 anima Valle Cascia (Montecassiano, MC), Palazzo Rosa ospita ROSA ORSA, mostra collettiva a cura di Simone Doria e Francesca Marcaccio.
Comunicato stampa
ROSA ORSA
Palazzo Rosa
nell'ambito di I Fumi della Fornace
Valle Cascia, Montecassiano (MC)
20–23 agosto 2026
Mostra collettiva
A cura di
Simone Doria
Francesca Marcaccio
________________________________________
COMUNICATO STAMPA
ROSA ORSA
Nell'ambito di I Fumi della Fornace, il festival dedicato alle arti contemporanee che dal 20 al 23 agosto 2026 anima Valle Cascia (Montecassiano, MC), Palazzo Rosa ospita ROSA ORSA, mostra collettiva a cura di Simone Doria e Francesca Marcaccio.
ROSA ORSA nasce in un luogo che ha smesso di produrre senza aver smesso di parlare. Palazzo Rosa conserva ancora le tracce del lavoro, del passaggio e della trasformazione; oggi non delimita più uno spazio operativo ma diventa una soglia attraverso cui prende forma una nuova esperienza.
Il titolo custodisce il ricordo dell'edificio e allo stesso tempo apre a un'immagine ambigua. ROSA ORSA è animale e figura urbana, rifugio e minaccia, presenza che attraversa l'oscurità senza mostrarsi completamente.
La mostra guarda a ciò che rimane quando un processo si interrompe. Dopo il lavoro. Dopo la macchina. Dopo la festa.
È quel momento sospeso in cui i rumori continuano a propagarsi, gli oggetti superano la funzione per cui erano stati costruiti e le superfici conservano la memoria del loro utilizzo.
Le opere di Ado Brandimarte, Daniele Di Girolamo, Stefano Ventili, Marzio Zorio, Simone Doria, Iacopo Pinelli e Simone Marconi attraversano scultura, installazione, suono, luce, performance e disegno costruendo un ambiente condiviso in cui la materia si muove, la luce orienta e disorienta, il suono genera luoghi invisibili e il corpo diventa misura dello spazio.
In dialogo con il tema dell'edizione 2026 de I Fumi della Fornace, la mostra riflette sul tempo successivo all'evento: quando la produzione è terminata, la festa è finita e lo spazio torna disponibile.
ROSA ORSA non racconta la rovina, ma il momento in cui una funzione si interrompe. Le opere sembrano provenire da un tempo successivo, come residui ancora attivi di qualcosa che è già accaduto.
Ciò che resta continua a produrre possibilità.
________________________________________
IL PROGETTO
ROSA ORSA prende forma all'interno di Palazzo Rosa, edificio che conserva le tracce della propria storia produttiva. L'architettura non è semplice contenitore delle opere ma parte integrante della mostra.
Ogni lavoro agisce come un dispositivo capace di modificare la percezione dello spazio.
Macchine che continuano a muoversi senza produrre.
Luci che non indicano più una direzione.
Suoni che costruiscono architetture invisibili.
Materiali che ritornano a vivere dopo essere stati scartati.
Disegni che trasformano gli edifici industriali in paesaggi sospesi.
La mostra costruisce un ambiente unico nel quale le opere dialogano senza gerarchie.
Lo spettatore attraversa uno spazio nel quale ogni elemento sembra appartenere a un tempo differente: passato industriale, presente percettivo e immaginazione futura convivono nello stesso luogo.
________________________________________
I FUMI DELLA FORNACE
I Fumi della Fornace è un festival dedicato alla ricerca artistica contemporanea che si svolge ogni anno a Valle Cascia, nel comune di Montecassiano (MC).
Nato come progetto di riattivazione culturale dell'ex fornace del paese, il festival intreccia arti visive, poesia, musica, teatro, performance e pratiche partecipative, trasformando il territorio in uno spazio di sperimentazione e confronto.
L'edizione 2026, dedicata al tema Lasciare la festa, riflette sul momento successivo all'evento: quando ciò che sembrava concluso continua a produrre relazioni, memorie e possibilità.
ROSA ORSA si inserisce in questo contesto come un progetto che indaga proprio quella soglia in cui la funzione termina e lo spazio torna disponibile a nuovi immaginari.
________________________________________
GLI ARTISTI
Ado Brandimarte
Il Superfluo, 2026
Marmo di Carrara, motore rotativo, legno verniciato
25 × 13 × 15 cm (2)
Un frammento di marmo ruota senza sosta. Ciò che normalmente rimane ai margini del processo scultoreo — lo scarto, l'avanzo, il superfluo — diventa il centro dell'opera.
Il Superfluo ribalta l'idea secondo cui la forma nasce eliminando ciò che è in eccesso. Il frammento, proveniente da un precedente intervento scultoreo, perde il proprio ruolo di resto e acquisisce una nuova autonomia.
Il marmo porta con sé la storia della scultura occidentale, fondata sulla permanenza e sull'irreversibilità del gesto. La rotazione continua interrompe questa immobilità: il blocco diventa un corpo in movimento, sottoposto a un tempo ciclico e instabile.
L'opera trasforma il residuo in origine. Ciò che sembrava concluso torna ad agire, aprendo una riflessione sulla possibilità della materia di continuare a generare nuove forme.
________________________________________
Daniele Di Girolamo
A Measure of Distance I (2), 2024
Due cilindri di plastica rotanti, sabbia di mare, motori, cavi
20 × 200 × 20 cm
Due cilindri ruotano lentamente. Al loro interno la sabbia scorre producendo un suono che richiama il ritmo della risacca. Il mare non appare come immagine, ma come esperienza acustica che attraversa lo spazio.
La sabbia conserva il riferimento a un luogo preciso, ma viene sottratta alla propria origine e trasformata in un movimento continuo. Il dispositivo meccanico costruisce così un paesaggio in cui materia, distanza e ascolto si sovrappongono.
A Measure of Distance I (2) sposta il rapporto con il paesaggio dalla vista all'udito: ciò che è lontano diventa percepibile attraverso una presenza sonora.
________________________________________
Stefano Ventilii
Faro, 2026
Installazione cinetica
Ferro verniciato, luce LED, lente di Fresnel, sistema motorizzato
Una sorgente luminosa attraversa lentamente lo spazio. Ridotto alla sua forma essenziale, il faro perde la propria funzione originaria e diventa un'immagine sospesa tra orientamento e attesa.
Il movimento rotatorio richiama quello dei fari costieri, ma qui non indica una direzione precisa. Il fascio luminoso appare e scompare, trasformando lo spazio in un luogo di passaggio dove il confine tra guida e smarrimento rimane aperto.
Faro mette in tensione il rapporto tra visibile e invisibile. Un dispositivo nato per segnalare una rotta diventa una presenza silenziosa, capace di evocare insieme il desiderio di orientarsi e l'esperienza dell'incertezza.
________________________________________
Marzio Zorio
Tela nera (versione Valle Cascia), 2024–in corso
Legno, tessuto, altoparlanti, componenti elettronici, suono multicanale
100 × 206 × 10 cm
Concerto per quattro battiti
Performance
La ricerca di Marzio Zorio considera il suono come una materia capace di costruire lo spazio. In Tela nera (versione Valle Cascia) una superficie scura, simile a una porta domestica, perde la propria funzione e diventa una soglia percettiva.
Dietro il tessuto, gli altoparlanti diffondono una composizione di suoni reali e immaginati. Ciò che appare chiuso si apre attraverso l'ascolto: lo spazio dell'opera non coincide più con ciò che vediamo, ma con ciò che il suono rende possibile percepire.
In Concerto per quattro battiti quattro performer trasformano il proprio battito cardiaco in una composizione sonora. I ritmi individuali si sovrappongono senza una partitura prestabilita, modificandosi con il corpo e con la presenza del pubblico.
La stanza diventa così un luogo condiviso di ascolto, dove il confine tra interno ed esterno, individuo e ambiente, si dissolve attraverso la vibrazione.
________________________________________
Simone Doria
THE BEGINNING IS ALSO THE END (novo taz ex-novo)
Disegni su carta
Simone Doria disegna architetture industriali realmente esistenti e ancora attive nel territorio in cui vive. Attraverso un segno essenziale e privo di elementi descrittivi superflui, queste strutture vengono sottratte alla loro funzione e collocate in una sospensione temporale: possono apparire come progetti appena concepiti oppure come edifici già abbandonati, residui di un ciclo produttivo ormai concluso.
I disegni nascono dall'attraversamento notturno delle aree industriali, quando il rapporto tra luce e ombra riduce gli edifici alla loro struttura primaria. In questa condizione il tempo della produzione si interrompe e il progetto sembra già contenere la propria rovina.
L'opera riflette sulla natura delle infrastrutture produttive, dove costruzione e abbandono non costituiscono momenti opposti ma condizioni inseparabili. L'inizio e la fine coincidono, rivelando come ogni architettura porti già inscritta la possibilità del proprio esaurimento.
Attraverso il disegno questi luoghi vengono simbolicamente disattivati e restituiti all'immaginazione. Il riferimento alla Temporary Autonomous Zone suggerisce la possibilità di sospendere, almeno temporaneamente, la logica della produzione per aprire uno spazio di riappropriazione e di uso diverso. Le architetture diventano così territori potenziali, disponibili a nuove forme di presenza, di attraversamento e di esperienza collettiva.
Come l'intera mostra, THE BEGINNING IS ALSO THE END (novo taz ex-novo) non guarda alla rovina come conclusione, ma come momento di trasformazione. Ciò che sembra terminato continua ad agire, lasciando aperta la possibilità di un nuovo immaginario.
________________________________________
Iacopo Pinelli
Corpi defunzionali (Benna), 2023
Ferro, motore, sensore di movimento, gomma, cemento
Misure variabili
Una benna continua a muoversi senza svolgere più alcun lavoro. La macchina conserva la forma e il gesto della funzione originaria, ma l'azione produttiva è stata sospesa.
In Corpi defunzionali (Benna) il movimento meccanico perde il proprio scopo e diventa una ripetizione vuota. Ciò che era stato progettato per trasformare e agire nello spazio appare ora come un corpo consumato, intrappolato in un gesto continuo.
L'opera mette in discussione il rapporto tra efficienza e inutilità, tra potenza e stanchezza. La macchina non rappresenta più soltanto la forza del lavoro industriale, ma una condizione più ampia in cui il fare continua anche quando il suo significato sembra essersi esaurito.
________________________________________
Simone Marconi
RUNNING 20 MPH
RUNNING 20 MPH è una traccia di movimento senza movimento. Una frase attraversa il pavimento dichiarando una velocità, ma il ritmo reale dell'opera è quello lento dei corpi che la percorrono.
Il passaggio dei visitatori modifica progressivamente la superficie: il testo si consuma, si interrompe e viene riscritto dall'esperienza quotidiana dello spazio.
Il pavimento diventa così un luogo di accumulo e trasformazione, dove il pubblico entra inconsapevolmente nell'opera. La promessa di velocità lascia spazio alla misura concreta del corpo e del tempo.
RUNNING 20 MPH non rappresenta la corsa, ma la distanza tra l'idea di prestazione e la realtà dell'esperienza fisica. Un segno pensato per comunicare controllo e precisione si trasforma lentamente in una presenza instabile, costruita dai passaggi di chi attraversa lo spazio.