Premio Basilio Cascella 2012 | Miseria e Nobiltà

Ortona - 25/04/2012 : 30/05/2012

Ai pittori e fotografi selezionati per il LVI Premio Cascella è stato chiesto di analizzare tale tema, ponendo l'attenzione sulla miseria o nobiltà di espressione artistica odierna, e producendo a loro volta opere che esemplifichino questo rapporto tra ricchezza e povertà, non solo economiche, ma anche espressiva e comunicativa.

Informazioni

Comunicato stampa

“Il mondo in crisi attende una nuova forma d’arte che abbia un respiro diverso, che ambisca a una riqualificazione della vita civile, coraggiosa e incondizionata, libera dall’impero economico che la vede invischiata. Un’ipnosi talmente bella da lasciar credere che sia possibile!

Ne nasce un appello accorato a chi dell’arte fa vita e mestiere, una richiesta in prima persona all’autore contemporaneo perché conferisca il giusto prezzo alla nobiltà del suo operare in un tempo economicamente globalizzato”



Ai pittori e fotografi selezionati per il LVI Premio Cascella è stato chiesto di analizzare tale tema, ponendo l'attenzione sulla miseria o nobiltà di espressione artistica odierna, e producendo a loro volta opere che esemplifichino questo rapporto tra ricchezza e povertà, non solo economiche, ma anche espressiva e comunicativa.

Catalogo: edito dalle Edizioni Stauròs di San Gabriele – Isola del Gran Sasso (TE). A cura di Alessandro Passerini, Giuseppe Bacci, Pasquale Grilli e Giulia Pesarin. 120 pg c/a, 10 euro.

Patrocini: Comune di Ortona, Farnese Media Art, Collettivo TM15, Fondazione Staurós, il Faro Verde, Galleria del Carbone.

Curatori: Alessandro Passerini, Pasquale Grilli.

Artisti: Marco Anzani, Alessandro Brunelli, Alessandra Carloni, Andrea Ciresola, Colleen Corradi Brannigan, Mirko Dadich, Giorgio Distefano, Alan Fecola, Giovanni Federico, Carlo Firullo, Costantino Giro, Rosangela Leotta, Giovanni Longo, Marta Mancini, Terry May, Lamberto Melina, Elisabetta Necchio, Moreno Pisapia, Francesco Porcelli, Davide Puma, Cristiano Quagliozzi, Leo Ragno, Maurizio Rapiti, Paolo Stefanelli, Gianni Triggiani, Manuela Agostini, Matteo Boniatti, Riccardo Bruni, Andrea Busnelli, Elena Cambria, Alberto Caviglia, Cristina Cherchi, Alessandro Falco, Lorenzo Fontanesi, Brunella Fratini, Massimo Losacco, Giuseppe Marcantonio, Marella Montemuro, Maria Nasti, Stefano Tommasi, Andrea Amaducci, Silvia Compagnoni, Delfina De Pietro, Tea Falco, Pasquale Grilli, Ailuig Holiday, Vladimiro Lilla, Antonio Matarazzo, Alessandro Passerini, Emilio Patrizio, Monica Seksich, Franco Sumberaz, Giulio Tassinari, Massimo Volponi, Paolo Volta, Mr Wany, Luca Zarattini.

Miseria e nobiltà
La ricchezza dell’anima nell’era dei mercanti




Un déjà vu in technicolor e Don Felice, Pasquale e le rispettive famiglie abitano l’immaginario degli italiani con i nobili panni di marchese, principe, contesse e contessine in celeberrima farsa tra albagia e inciviltà: istrionica vittoria della fame che rimescola i ceti e fa di necessità virtù e ritratto di un’Italia che è stata, che ha conosciuto la povertà e la nobiltà d’animo mentre la storia vorticosamente la attraversava.

Dallo spettacolo di Scarpetta (1888) al film di Mattioli (1954) l’alba di un nuovo secolo disegna la sagoma di un Italia in transizione: una demografia fluttuante, traiettorie diverse tra emigrazione e spostamenti in città, modernismo anticattolico, regimi totalitari, religione di stato, due guerre mondiali, colonizzazioni e decolonizzazioni, l’arrivo della democrazia, il boom economico e il fiorire del cinema drappeggiano sull’italica fierezza un abito di preziosa memoria pieno di strappi e cuciture. E da allora ad oggi, quasi 60 anni dopo, la geografia della ricchezza registra nuovi cambiamenti spostando lo sguardo verso oriente. Pendolari di una vita in automobile gli italiani hanno temuto l’arma atomica, popolato la contestazione, vissuto il terrorismo e, tra il mito dei supereroi e il timore dell’aids, con il telefono in tasca, hanno aperto i battenti alla società postindustriale dove l’economia delle merci cede il posto all’economia dell’informazione e del consumo acritico.

Fu così che, costeggiando il buon senso, il secolo trascorso inglobò la tecnica alla società, facendone essenziale agenzia del rapporto umano e materica incarnazione di pensiero, sviluppi sociali e relazioni di potere. Quella téchne, sorella del lavoro, che era stata fino ad allora al servizio dell’arte come esercizio delle facoltà umane e approdo necessario della conoscenza. Quella téchne organizzata attorno all’assimilazione delle situazioni esperite, che poco lasciava al caso e molto doveva allo studio e alla pratica.

Fu così che, guadando l’alto corso della sua autonomia, l’arte, che non aveva smesso mai di rincorrere il suo tempo, fu fatta prigioniera delle mediazioni e delle illusioni. La fiera arte che di un nuovo individualismo aveva fatto crisi rivoluzionaria procedendo nelle inesplorate zone dell’interiorità (impressionismo, espressionismo), di una nuova spazialità (cubismo), delle esternazioni etiche, estetiche, razionali dello spirito (surrealismo), della velocità (futurismo), del oltre-iconicità nella sua originalità espressiva (astrattismo) è stata irretita dalla tendenza, affascinata dal visual merchandising, prostituita al pubblico mercato. Niente di nuovo se non fosse che in tempi di crisi monetaria e di virtù le forze economiche controllano più che mai il nostro mondo e l’arte finisce per attingere da prezzo e valore come un tempo aveva fatto dal nudo, la natura, il movimento ecc. E l’artista ha finito per modificare il rapporto con le sue creature: dall’ appropriazione dei meccanismi capitalisti, all’analisi, al rifiuto, l’artista amalgama visioni non convenzionali, soggettive e anticonformiste dell’economia con la libertà creativa, mette in vendita l’immateriale, destabilizza l’etica, forgia una nuova estetica sempre più personificata e bisognosa di status symbol, crea immagini per una cultura commerciale, utilizza per il profitto l’artigianato espressivo.

E può farlo proprio perché l’arte è evasione e risposta; inginocchiata sull’eterno e pronta a scattare verso il richiamo del mondo ha dalla sua una dimensione che non cerca integrazione ma affianca valori-disvalori in funzione della sua modernità. La differenza tra arte e economia è nel fine piuttosto che nei mezzi utilizzati. Espressione più profonda della nostra esistenza l’arte era ed è progresso, trascendentale etico, libertà creatrice, idea che non può sottrarsi al costume e alla dimensione sociale se non a costo di risultare un’utopia “eroico-patetica” -per usare un’espressione alla Sanguineti-. Sta all’artista però, nello stringersi all’attualità, restituirle il compito di suggerire -non esercitare- cambiamenti, liberare il simbolo da promesse finanziarie, non mercificare l’intelletto, non assoggettare la creatività al valore economico e spingere ad investire sulle idee. A lui il compito di fuggire una distopia da cui sottrarre lentamente le menti, scuotere le coscienze; a lui il coraggio di un’azione etica che richiede “l’agire per essere” anche se significa creare su un foglio bianco con penna dall’inchiostro simpatico.

Ontogenesi e filogenesi di una trasformazione che si legano ad una considerazione di fondo: la crisi porta al conflitto, il conflitto al cambiamento. La schisi dell’io, diviso tra esigenze di mercato e elevatezza d’espressione, richiede uno sforzo di de-costruttivismo psicologico perché diventi opportunità. Uno sforzo di volontà: la volontà di occupare tutte le pieghe dello spazio soggettivo ed estrinseco disarticolando le geometrie di scambio precostituite e recuperando l’univocità di una voce che parli con coraggio del presente, non limitandosi a riprodurre interminabili monotipi.

Tornare ad arricchire l’espressività è un atto di urgenza, seguire il coraggio di quanti (ce ne sono) scardinano i limiti e vanno oltre il rappresentato, perché la creazione non diventi puro oggetto decorativo, è una necessità. Farne maestri di metodo, affidando alla ricerca nuovi orizzonti mentali, perseguire con lo studio e l’applicazione le regole generate dalla creatività è offrirsi una possibilità di successo. È così: per raggiungere la comprensione più profonda della realtà bisogna saltare nel paradosso! Il soggetto che, entrando nelle proprie stanze, non ritrova se stesso si aggira tra folli e capisce che per poter trovare la sua identità deve guarire “i sani”. E di certo un po’ insensati oggi possono sembrare quanti sentono non negoziabile la centralità dell’essere umano e della sua libera espressione rispetto alla sobrietà calcolatrice dei piazzisti. Insensati e ricoperti di grande responsabilità: quella che viene dall’indignazione, dalla contestazione privata.

Nella storia dell’arte due fili rossi si intrecciano costantemente: i principi universali che sono la norma delle manifestazioni dell’esistenza e il particolarismo soggettivo dell’artista che è osservatore esterno ma imprescindibile dal quadro. Alla stessa maniera in cui un corpo rannicchiato su se stesso dice la dimensione di miseria, che è mancanza, ed è correlativo oggettivo del singolo tormento. In questo momento sembrano appannati i principi universali e mimetizzate le espressioni soggettive, ovattate sotto il timore di disertare la richiesta, bombardate da necessità addizionali.

Il mondo in crisi attende una nuova forma d’arte che abbia un respiro diverso, che ambisca a una riqualificazione della vita civile, coraggiosa e incondizionata, libera dall’impero economico che la vede invischiata. Un’ipnosi talmente bella da lasciar credere che sia possibile!
Ne nasce un appello accorato a chi dell’arte fa vita e mestiere, una richiesta in prima persona all’autore contemporaneo perché conferisca il giusto prezzo alla nobiltà del suo operare in un tempo economicamente globalizzato.


Artista sii curioso e attento ai cambiamenti, sappi entusiasmare, emozionare, rapire con leggerezza vaneggiante, sappi lasciare pesanti impronte sull’arida stagione in cui vivi, sappi provocare, inquietare, ascoltare, restituire freschezza e onestà all’atto volontario e naturale del pensare!

Punteggia di pause il tuo discorso creativo o sovraesponilo alla luce, affida il tuo fraseggio al bianco e nero o avvolgilo in colori saturi, ascolta la melodia vibrante dei metalli o il fertile silenzio, fa corrette e calibrate le tue idee o spargile in illogica sequenza, abbi il coraggio di lavorare materiali desueti e poveri o adorna manufatti preziosissimi, ricerca la vera nobiltà nella dignità e il vero valore nel capitale umano, fa di tutto ciò ricchezza e, soprattutto, abbi sempre l’audacia di provare e disfare…“sennò desisti”(direbbe un refrain nel celebre film)!


Rita di Mascio