Passaggi

Roma - 16/05/2013 : 28/09/2013

La mostra Passaggi inaugura la Galleria del Cembalo, nuovo e antico spazio espositivo nel cuore di Roma. Dodici autori offrono un’opportunità di riflessione sulla visione di tre generazioni della fotografia italiana.

Informazioni

Comunicato stampa

La mostra Passaggi inaugura la Galleria del Cembalo, nuovo e antico spazio espositivo nel cuore di Roma.
Dal 17 maggio al 28 settembre, dodici autori offrono un’opportunità di riflessione sulla visione di tre generazioni della fotografia italiana.
Opere di Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Antonio Biasiucci, Luca Campigotto, Silvia Camporesi, Mario Cresci, Ugo Mulas, Alice Pavesi, Paolo Pellegrin, Francesco Radino, Moira Ricci, Paolo Ventura



La Galleria del Cembalo, nuovo spazio espositivo aperto per iniziativa di Paola Stacchini Cavazza a Palazzo Borghese, nel cuore antico di Roma, tra piazza di Spagna e il Tevere, vuole restituire agli appassionati e ai collezionisti d’arte alcune delle sale al pianterreno che Marcantonio IV Borghese fece decorare alla fine del Settecento per ospitarvi la propria collezione.
L'attività espositiva, diretta in collaborazione con Mario Peliti, avrà come elemento centrale la fotografia e il suo dialogo con le altre forme di espressione artistica.
La mostra che inaugura la Galleria, curata da Giovanna Calvenzi, si intitola Passaggi e dal 17 maggio al 28 settembre, attraverso le opere di dodici fotografi suddivise in cinque grandi sale, si propone di indagare il tema della discontinuità, della necessità di cambiamento di linguaggio o di visione, distintivo del lavoro di ognuno di loro.
Alla concezione dell’autore sempre identico a se stesso, che maturando uno stile riconoscibile sviluppa un unico modo di raccontare la realtà, caratteristica della fotografia umanistica e di parte della cultura del reportage, si contrappongono, nella produzione della fotografia di ricerca, la necessità del rinnovamento, la comparsa di momenti di passaggio e talvolta di crisi, il superamento dei modelli, l’utilizzo di nuove tecnologie.
Le opere in mostra testimoniano mutamenti radicali rispetto a esperienze precedenti, aggiustamenti di visione, migrazioni cromatiche oppure spostamenti dall’interpretazione alla manipolazione della realtà o, ancora, cambiamenti del vissuto quotidiano dell’autore che si traducono in fotografia: un panorama ampio, che si propone di stimolare nel visitatore la comprensione dei modi della creazione, dell’elaborazione dell’immagine, dell’iter progettuale di ogni singolo artista.
In questa chiave, per ciascuno degli autori – Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Antonio Biasiucci, Luca Campigotto, Silvia Camporesi, Mario Cresci, Ugo Mulas, Alice Pavesi, Paolo Pellegrin, Francesco Radino, Moira Ricci, Paolo Ventura – la mostra presenta due diverse serie di lavori, in modo che il ‘passaggio’ dall’una all’altra racconti l’attitudine della fotografia di ricerca a porsi in modo sempre differente rispetto a se stessa e ai suoi soggetti.
Questo mostrano la storica serie di foto newyorchesi di Ugo Mulas, dedicate a Marcel Duchamp (1964-1965), e gli still-life, su corpo di donna, dei gioielli d’artista creati da Arnaldo Pomodoro (1968). Questo accade in ciascuno degli altri casi: Mario Cresci è presente in mostra con tre serie (1964, 1975-2011, 2013) che indagano, ciascuna da punti di vista diversi, il rapporto tra rappresentazione del reale e immagine astratta; Gabriele Basilico con le imponenti vedute urbane di Shanghai (2010) contrapposte alla dimensione dell’edificio singolo, al silenzio dei padiglioni deserti della Biennale di Venezia (2012); Francesco Radino con un lavoro che ha per protagonista una visione potente e monumentale delle turbine di centrali elettriche (1984) e uno di sguardo europeo su un Giappone intimista (1999); Olivo Barbieri con alcune delle sue note vedute aeree nelle quali la realtà dei luoghi sembra diventare l’immagine di un plastico (2007), e con scorci metropolitani sui quali si innestano interventi grafici successivi (2011); Paolo Pellegrin con la differente serialità, in entrambi i casi giapponese, di alberi che disegnano sul cielo e passanti che emergono dal nero (2010); Antonio Biasiucci con una serie incentrata sui dettagli di interni contadini del casertano (1982-1985), e una dedicata all’impasto vorticoso del pane (1990-1991); Luca Campigotto con le visioni del porto di Marghera immerse nel nero (1996) contrapposte a una Chicago-Gotham City a colori (2007); Paolo Ventura con una ricostruzione della guerra civile americana di artefatto realismo (2010), accostata ad autoritratti inseriti in scenografie di rarefatti spazi urbani ricche di citazioni pittoriche (2011); Silvia Camporesi con una serie di autoritratti che hanno la temperatura e l’estetica degli anni Trenta (2006), e una di surreali, stranianti visioni di della laguna veneziana (2011); Moira Ricci con manipolazioni pre e post-fotografiche del reale tanto nei suoi teatrini domestici di affettuosa memoria (2001), quanto nell’auto-rappresentazione fantastica e dolorosa delle proprie memorie (2004-2013); Alice Pavesi con l’approccio diverso, ma affine nella costruzione dell’immagine, che contrappone il sofferto bianco e nero con cui ritrae donne etiopi che hanno subito violenza (2009) a foto di moda realizzate in un contesto di ricercata semplicità ambientale (2012).
Passaggi offre anche uno sguardo sull’evoluzione di una cultura del mezzo fotografico in cui i legami, i rimandi, i richiami – i passaggi – non sono solo quelli interni ai due lavori di ciascun autore, ma connettono in vario modo molte delle esperienze in mostra, descrivendo un percorso della fotografia italiana movimentato e non lineare che ne tocca la storia, il presente, le non preconizzabili prospettive.
La mostra è realizzata in collaborazione con Peliti Associati.






Giovanna Calvenzi, dopo avere insegnato per undici anni storia della fotografia in un istituto professionale milanese, dal 1985 è photo-editor e ha collaborato con diversi periodici italiani. Dal 2012 è consulente per l’immagine della Periodici San Paolo. Insegna photo-editing e svolge un’intensa attività di studio sulla fotografia contemporanea.

Paola Stacchini Cavazza ha intrapreso studi scientifici, laureandosi in Fisica presso L’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Restando nell’ambiente accademico, negli anni dal 1989 al 1992 ha portato a termine il corso di Dottorato di Ricerca presso la Facoltà di Ingegneria della medesima università.
Dal 1992 è Consigliere della Sezione Lazio dell’Associazione Dimore Storiche.

Mario Peliti, di formazione architetto, nel 1986 ha fondato, con sua sorella Francesca, Peliti Associati, casa editrice specializzata nella fotografia d’autore che negli anni ha ampliato le sue competenze divenendo anche agenzia di relazioni pubbliche.
Ha ideato lo European Publishers Award for Photography, esempio di collaborazione internazionale tra editori indipendenti, che nel 2013 celebra la ventesima edizione.
È l’unico editore occidentale ad aver commissionato un libro a Helmut Newton. Dal 1995 al 2003 ha diretto la Galleria Minima Peliti Associati, uno spazio di soli ventitré metri quadrati che per alcuni anni ha rappresentato ‘il luogo’ della fotografia a Roma.
Curriculum Vitae dei fotografi in mostra


Olivo Barbieri

Nasce a Carpi nel 1954. Inizia a esporre nel 1978. La sua ricerca si concentra inizialmente sull’illuminazione artificiale nella città europea e orientale. Dal 1989 viaggia abitualmente in Oriente, soprattutto in Cina.
Nel 1996, il Museum Folkwang di Essen, Germania, gli dedica una retrospettiva.
Nel 2003 inizia il progetto site specific_ (fotografie e film) che coinvolge più di quaranta città nel mondo, tra cui Roma, Torino, Napoli, Genova, Catania, Firenze, Montreal, Amman, Shanghai, Siviglia, Las Vegas, New York, Los Angeles, Chicago, Detroit, Brasilia, Rio de Janeiro, Bangkok, Mexico City, Istanbul, Tel Aviv.
Nel 1993, 1995, 1997 e 2011 partecipa alla Biennale di Venezia.
Nel 2003 sue opere sono esposte a Strangers, la prima Triennale di Fotografia e Video organizzata dall’ICP (International Center of Photography) di New York.
Nel 2011 presenta Dolomites Project 2010 al museo MART di Rovereto.
Ha esposto nei più importanti musei, istituzioni e festival internazionali, tra i quali San Francisco Museum of Modern Art, Sundance Film Festival, Centre Pompidou, Tate Modern, Walker Art Centre di Minneapolis.
Sull’opera dell’artista sono stati pubblicati numerosi libri e cataloghi, e i suoi lavori sono presenti in musei e collezioni d’arte pubbliche e private in Europa e negli Stati Uniti.


Gabriele Basilico

(Milano 1944-2013). Dopo la laurea in architettura (1973), si dedica con continuità alla fotografia. La forma e l’identità delle città, lo sviluppo delle metropoli, i mutamenti in atto nel paesaggio postindustriale sono da sempre i suoi ambiti prediletti di ricerca. Considerato uno dei maestri della fotografia contemporanea, è stato insignito di molti premi, e le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private italiane e internazionali. 

Milano ritratti di fabbriche (1978-80) è il primo lungo lavoro che ha come soggetto la periferia industriale e corrisponde alla sua prima mostra presentata in un museo (1983, PAC, Milano).
 Nel 1984-85 con il progetto Bord de mer partecipa, unico italiano, alla Mission Photographique de la DATAR, il grande incarico governativo affidato a un gruppo internazionale di fotografi con l’obiettivo di documentare le trasformazioni del paesaggio francese.

 Nel 1991 partecipa, con altri fotografi internazionali, a una missione a Beirut, città devastata da una guerra civile durata quindici anni. Da allora, ha prodotto e partecipato a numerosissimi progetti di documentazione in Italia e all’estero, che hanno generato mostre e libri, tra cui Porti di mare (1990), L’esperienza dei luoghi (1994), Italy, Cross Sections of a Country (1998), Interrupted City (1999), Cityscapes (1999), Berlino (2000), Scattered City (2005), Appunti di viaggio (2006), Intercity (2007). Tra i lavori recenti figurano Roma 2007 (2008), Silicon Valley (2008, su incarico del San Francisco Museum of Modern Art), Mosca verticale, indagine sul paesaggio urbano di Mosca, ripresa nel 2010 dalla sommità delle sette ‘torri staliniane’, Istanbul 05.010, Shanghai 2010, Beirut 2011, Rio 2011. 

Partecipa alla XIII Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia (2012) con il lavoro Common Pavilions, su un progetto di Adele Re Rebaudengo realizzato in collaborazione con Diener & Diener Architekten, Basilea.


Antonio Biasiucci

Nasce a Dragoni, in provincia di Caserta, nel 1961.
Nel 1980 si trasferisce a Napoli, dove comincia un lavoro sugli spazi delle periferie urbane e contemporaneamente una ricerca sulla memoria personale, fotografando riti, ambienti e persone del paese nativo. Nel 1984 inizia una collaborazione con l’Osservatorio Vesuviano, svolgendo un ampio lavoro sui vulcani attivi in Italia. Nel 1987 conosce Antonio Neiwiller, attore e regista di teatro: con lui nasce un rapporto di collaborazione che durerà fino al 1993, anno della sua scomparsa. Fin dagli inizi la sua ricerca si radica nei temi della cultura del Sud e si trasforma, in anni recenti, in un viaggio dentro gli elementi primari dell’esistenza. Ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui, nel 1992, ad Arles, il premio European Kodak Panorama; nel 2005 ottiene il Kraszna/Krausz Photography Book Award per la pubblicazione del volume Res. Lo stato delle cose (2004) e, nello stesso anno, il Premio Bastianelli. Sono molto numerose le mostre personali e le partecipazioni a collettive, festival e rassegne nazionali e internazionali. Ha collaborato inoltre a diversi progetti editoriali, tra i quali, in particolare, si ricordano quelli per la casa editrice L’Ancora del Mediterraneo, di Napoli (dal 2000 al 2004) e ha partecipato a importanti iniziative culturali di carattere sociale.
Molte sue opere fanno parte della collezione permanente di musei e istituzioni, in Italia e all’estero, tra cui: Istituto nazionale per la grafica, Roma; MAXXI, Roma; PAN Palazzo delle Arti, Napoli; MADRE – Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina, Napoli; Metropolitana di Napoli; Galleria Civica di Modena; Museo di fotografia contemporanea Villa Ghirlanda, Cinisello Balsamo (Milano); Peggy Guggenheim Collection, Venezia; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per l’Arte Contemporanea, Guarene (Cuneo); Fondazione Banco di Napoli; Collezione Banca Unicredit, Bologna; Bibliothèque nationale de France, Parigi; Maison Européenne de la Photographie, Parigi; Château d’Eau, Tolosa; Musée de l’Elysée, Losanna; Centre de la Photographie, Ginevra; Fondazione Banca del Gottardo, Lugano; Centre Méditerranéen de la Photographie, Bastia; Galerie Freihausgasse, Villach (Austria); Departamento de Investigación y Documentación de la Cultura Audiovisual, Puebla (Messico).


Luca Campigotto

Nasce a Venezia nel 1962. Vive e lavora tra Milano e New York.
Dopo la laurea in storia moderna, nel 1990 si dedica alla fotografia di paesaggio, di architettura e per l’industria. Tra il 1995 e il 2000 pubblica tre libri su Venezia e fotografa gli scenari italiani di montagna della Grande Guerra. Dal 1996 lega la propria ricerca al tema del viaggio, realizzando progetti su Il Cairo, Londra, New York, Chicago, Tokyo, la strada delle Casbah in Marocco, Angkor, il deserto di Atacama in Cile, la Patagonia, l’Isola di Pasqua, l’India, lo Yemen, l’Iran, la Lapponia.
Tra le sue mostre personali recenti figurano Gotham City, Bugno Art Gallery, Venezia (2013), Gotham and Beyond, Laurence Miller Gallery, New York (2013) e la collettiva sul paesaggio Landmark: the Fields of Photography, curata da William A. Ewing alla Somerset House, Londra. Ha inoltre esposto in numerosi musei e festival internazionali tra cui Mois de la Photo, Parigi; CCA, Montreal; MAXXI, Roma; La Biennale di Venezia (1997, 2000, 2011); Festival della Fotografia, Roma; MEP, Parigi; Galleria Gottardo, Lugano; IVAM, Valencia; The Art Museum, Miami; The Margulies Collection at the Warehouse, Miami.
Suoi lavori sono conservati in varie collezioni pubbliche e private tra cui Maison Européenne de la Photographie, Parigi; Canadian Centre for Architecture, Montreal; The Progressive Collection, Cleveland; The Margulies Collection at the Warehouse, Miami; The Sagamore Collection, Miami; The Andrew J. Hall Collection, Southport CT; Collezione Gruppo UniCredit, Milano; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino; Metropolitana, Napoli; Museo Fortuny, Venezia; Fondazione Cassa di Risparmio, Modena; Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, Varese; Galleria Civica, Modena; Museo della Fotografia, Cinisello Balsamo; Museo Civico, Riva del Garda.
Ha pubblicato Gotham City, Damiani Editore, Bologna (2012); 50+1, Alinari/24ore, Milano (2012); My Wild Places, Hatje Cantz, Ostfildern (2010); Le pietre del Cairo, Peliti Associati, Roma (2007); Venicexposed, Contrasto, Roma / Thames&Hudson, Londra / La Martinière, Parigi (2006); Sguardi gardesani, Nicolodi, Trento (2004); L’Arsenale di Venezia, Marsilio, Venezia (2000); Fuori di casa, Imagina, Venezia (1998); Molino Stucky, Marsilio, Venezia (1998); Venetia Obscura, Peliti Associati, Roma / Dewi Lewis, Stockport / Marval, Parigi (1995).
Coltiva da sempre l’interesse per la scrittura, e sta lavorando a un libro di sue poesie e immagini.






Silvia Camporesi

Nasce a Forlì nel 1973. Laureata in filosofia, vive e lavora a Forlì.
Attraverso i linguaggi della fotografia e del video costruisce racconti che traggono spunto dal mito, dalla letteratura, dalle religioni e dalla vita reale.
Dal 2003 tiene personali in Italia – Dance Dance Dance al MAR di Ravenna (2007); Sifr alla Galleria Z2O di Roma (2010); La terza Venezia alla Photographica Fine Art Gallery di Lugano (2011) – e all’estero – Terrestrial Clues all’Istituto Italiano di Cultura di Pechino (2006); À perte de vue alla Chambre Blanche in Quebec, Canada (2011); 2112, al Saint James Cavalier di Valletta, Malta (2013). Ha partecipato a varie mostre collettive, tra cui Italian Camera, all’isola di San Servolo, Venezia (2005); Immagini a contatto al Fotomuseo G. Panini di Modena (2006); Confini al PAC di Ferrara (2007); Con gli occhi, con la testa, col cuore al MART di Rovereto (2012). Nel 2007 ha vinto il Premio Celeste per la fotografia, ed è stata fra i finalisti del Talent Prize nel 2008 e del Premio Terna nel 2010.


Mario Cresci

Nasce a Chiavari, in provincia di Genova, nel 1942. Dalla fine degli anni Sessanta ha sviluppato un’attività che spazia dal disegno alla grafica, alla fotografia, all’installazione.
Il suo lavoro si è sempre rivolto a una continua investigazione sulla natura del linguaggio visivo usando il mezzo fotografico come pretesto opposto al concetto di veridicità del reale.
Nel 1969 realizza la prima installazione fotografica in Europa alla galleria Il Diaframma di Milano. Dagli anni Novanta a oggi, dopo aver diretto dal 1991 al 2000 l’Accademia Carrara di Belle Arti di Bergamo e aver organizzato numerosi eventi culturali dedicati ai giovani artisti, riprende il suo lavoro d’autore, in cui l’estetica della fotografia rifiuta la logica dello spettacolo e della ricerca del consenso per restituire un modo di sentire e di vedere il mondo come esperienza da condividere.
Nel 2004 si è tenuta alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino la sua prima mostra antologica, Le case della Fotografia, 1966-2003, a cura di Pier Giovanni Castagnoli.
Ha esposto in alcune edizioni della Biennale di Venezia tra le quali Muri di carta, fotografia e paesaggio dopo le avanguardie, diretta nel 1993 da Achille Bonito Oliva. Nell’arco della sua lunga esperienza artistica ha partecipato anche a importanti collettive in spazi espositivi prestigiosi in Italia e all’estero. Dal 1974 alcune sue opere sono nella collezione del MOMA di New York.
Ha realizzato numerose pubblicazioni di grafica e di saggistica sulla fotografia. È stato docente all’Università di Parma, all’Orientale di Napoli e al Politecnico del Design di Milano. Attualmente insegna all’Accademia di Brera e all’ISIA di Urbino.


Ugo Mulas

(Pozzolengo, 1928 - Milano, 1973). La sua formazione di autodidatta si compie a contatto con l’ambiente artistico e culturale milanese dei primi anni Cinquanta. Dopo il debutto nel fotogiornalismo (1954) si impone rapidamente nei più diversi campi del professionismo italiano pubblicando in riviste come Settimo Giorno, L’Illustrazione Italiana, Rivista Pirelli, Domus, Vogue. In quegli anni lavora con il Piccolo Teatro di Milano, sviluppando una collaborazione artistica con Giorgio Strehler che proseguirà negli anni. Ugo Mulas fotografa le edizioni della Biennale di Venezia dal 1954 al 1972 e intraprende un’intensa collaborazione con gli artisti. In quegli anni la rappresentazione del mondo dell’arte diventa il principale progetto personale del fotografo. Ricordiamo tra l’altro le celebri serie su Alberto Burri (1963) e Lucio Fontana (1965) e il reportage a Spoleto per la mostra Sculture nella città (1962), dove si lega agli artisti David Smith e Alexander Calder. Dopo la rivelazione della Pop Art alla Biennale del 1964, Mulas decide di partire per gli Stati Uniti (1964-1967) dove realizza il suo più importante reportage con il libro New York arte e persone (1967). Gli incontri con Robert Rauschenberg, Andy Warhol e la scoperta della fotografia di Robert Frank e Lee Friedlander portano alle nuove ricerche della fine degli anni Sessanta e al superamento del reportage tradizionale. I grandi formati, le proiezioni, le solarizzazioni, l’uso dell’iconografia del provino, sono elementi che recupera dalle sperimentazioni pop e new dada e dalla pratica quotidiana del fotografare. Alla fine degli anni Sessanta partecipa al rinnovamento estetico e concettuale delle neoavanguardie collaborando a cataloghi e libri-documento. Di questo periodo il reportage sul decimo anniversario del Nouveau Réalisme (Milano, 1970), il progetto inedito su Vitalità del negativo (Roma, 1970) e almeno altri cinque libri: Alik Cavaliere (1967), Campo Urbano (1969), Calder (1971), Fausto Melotti: lo spazio inquieto (1971) e Fotografare l’arte (1973). La crisi del reportage, ormai superato dal mezzo televisivo, porta Mulas a uno straordinario lavoro di ripensamento della funzione storica della fotografia: una riflessione estetica e fenomenologica che conduce al portfolio Marcel Duchamp (1972) e al progetto Archivio per Milano (1969-72). Sono gli anni che vedono anche la nascita delle Verifiche (1968-1972), una serie fotografica che sintetizza in dodici opere la sua esperienza e il suo dialogo continuo con il mondo dell’arte. Opera cardine della ricerca fotografica del periodo, le Verifiche sono l’ultimo lavoro del fotografo che proprio in quel periodo si ammala gravemente. Morirà il 2 marzo 1973, un mese prima dell’apertura della sua retrospettiva all’Università di Parma e dell’uscita del suo libro-testamento, La fotografia.


Alice Pavesi Fiori

Nasce nel 1984 a Parma, dove attualmente risiede. Nel 2006 si diploma in Fotografia all’Istituto Europeo di Design di Milano e diventa membro dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti. È un'autrice indipendente, che lavora principalmente su progetti personali a carattere ritrattistico rivolti sia alla documentazione sociale sia alla moda. Questa sua scelta è dettata in gran parte dall’interesse profondo per l’elemento umano, per le storie, reali o solo immaginate, che ogni individuo si porta appresso, per le biografie dietro alle facce. Scatta con vecchie macchine analogiche e pellicole difficilmente reperibili che cerca personalmente in Asia Centrale e Orientale. Le sue immagini nascono dalla passione per il racconto di mondi reali o sognati, e talvolta le sue storie diventano anche testi scritti o articoli giornalistici. Negli anni il suo lavoro ha ricevuto molti premi e menzioni, tra cui il Canon Prize for Young Photographers, il Sony World Photography Award, l’International Photography Award, il Taylor Wessing Photographic Portrait Prize, il Nikon Talent Award. Le sue foto sono state pubblicate tra gli altri da Sunday Times Magazine, Vanity Fair, The New York Times, The International Herald Tribune, Io Donna, Sette. Il suo lavoro è distribuito da Luz Photo Agency.


Paolo Pellegrin

Nasce a Roma nel 1964. Vive a Londra.
Dopo aver studiato architettura a Roma, decide di cambiare carriera e di studiare fotografia presso l’Istituto Italiano di Fotografia di Roma. In quel periodo incontra il fotografo italiano Enzo Ragazzini, che diventa il suo mentore.
Dopo dieci anni all’Agence Vu, entra a far parte di Magnum Photos come nominee nel 2001, diventando membro a pieno titolo nel 2005. Lavora a contratto per Newsweek.
Nella sua carriera ha ricevuto dieci World Press Photo Awards, numerosi Photographers of the Year Awards, una Leica Medal of Excellence, un Olivier Rebbot Award, l’Hansel-Mieth Preis e il Robert Capa Gold Medal Award. Nel 2006 gli viene riconosciuto il W. Eugene Smith Grant in Humanistic Photography.
Ha partecipato a numerose personali e collettive tra cui Dies Irae (Maison Européenne de la Photographie, Parigi, Francia 2012 / Spazio Forma – Centro Internazionale di Fotografia, Milano, Italia 2011) e Paolo Pellegrin Retrospective (Kunstfoyer der Versicherungskammer Bayern, Monaco, Germania 2012).
Ha pubblicato Paolo Pellegrin (Kunstfoyer der Versicherungskammer Bayern, Germania 2012), Dies Irae (Contrasto, Italia, 2011), Paolo Pellegrin (Photo Poche Collection, Actes Sud, Francia, 2010), As I Was Dying (libro vincitore dello European Publishers Award for Photography, pubblicato in Italia da Peliti Associati, 2007), Double Blind (Trolley, 2007), Kosovo 1999-2000: The Flight of Reason (Trolley, USA, 2002), L'au delà est là (Le Point du Jour, France, 2001), Cambogia (Federico Motta Editore, Italia, 1998) e Bambini (Sinnos, Italia, 1997).
Francesco Radino

Nasce a Bagno a Ripoli, in provincia di Firenze, nel 1947.
Dopo studi di sociologia, nel 1970 diventa fotografo professionista e sceglie di operare in vari ambiti, dalla fotografia industriale al design, dall’architettura al paesaggio.
A partire dagli anni Ottanta partecipa a numerosi progetti di carattere pubblico di ricerca sul territorio, fra i quali le campagne fotografiche Archivio dello Spazio all’interno del Progetto Beni Architettonici e Ambientali della Provincia di Milano, il progetto Osserva.Te.R promosso dalla Regione Lombardia, il progetto European Eyes on Japan organizzato da Eu Jap Fest, Atlante italiano 2003 per il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Tramsformazione per il Museo di Fotografia Contemporanea di Villa Ghirlanda.
Partecipe degli sviluppi della fotografia di ricerca sul paesaggio contemporaneo, ha negli anni elaborato un modo libero di esplorare la realtà che oggi va oltre il genere del paesaggio, aprendosi a ogni aspetto del mondo, dalla natura ai territori urbanizzati, dalla figura umana agli oggetti, dagli animali ai manufatti della storia dell’uomo.
Ha esposto il suo lavoro in gallerie e musei italiani, europei, giapponesi e statunitensi, e le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private internazionali.
Ha pubblicato come autore numerosi libri tra cui Italia di Lucania, Il Diaframma, Milano (1981), Modus vivendi, Idea Books, Milano (1989), Morphosis, Onebyone Contemporary Art Gallery, Tokyo, (1992), Mutazioni, Art&, Udine (1994), Inside, Baldini e Castoldi, Milano (2001), Reframe, le stanze del tempo, Fotografia Italiana Arte Contemporanea, Milano (2007).
Di recente ha realizzato i video After September Eleven, Storie di terra e di mare, La buona terra dove nasce il riso, Diario di un viaggiatore occidentale.


Moira Ricci

Nasce a Orbetello nel 1977. Vive e lavora in Italia. Il suo lavoro (fotografia, video, installazione), spesso d’impronta autobiografica, indaga i temi dell’identità individuale e sociale, della storia familiare, della casa e del legame originario con il territorio, intrecciando invenzione tecnologica a riscoperta dell’immagine di appartenenza popolare.
Ha ottenuto vari riconoscimenti, tra cui il Premio Riccardo Pezza (2000), il Location1’s International Residency Program a New York (2007) e il Premio Gallarate Pezza (2009). È stata inoltre selezionata per il Discovery Award a Les Rencontres D’Arles Photographie (2009).
I suoi lavori sono stati esposti nelle personali Da buio a buio, Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara (2009) e Interfuit, galleria Artopia, Milano (2006).
Ha inoltre preso parte a varie mostre collettive tra cui Family Talk, Futura Centre for Contemporary Art, Praga (2012), Rewind, La Maison de La vache qui rit, Lons-le-Saunier, Francia (2010), Realtà manipolate. Come le immagini ridefiniscono il mondo, Palazzo Strozzi, Firenze (2009), Hors Pistes, Centre Pompidou, Parigi (2009), A Snake on a Tree, White Box, New York, (2008).


Paolo Ventura

Nasce a Milano nel 1968.
Il suo lavoro è stato esposto in musei e gallerie private di tutto il mondo.
Le sue fotografie fanno parte di collezioni importanti, fra cui quelle del Museum of Fine Arts di Boston, della Library of Congress di Washington e della Maison Européenne de la Photographie di Parigi.





Il Palazzo Borghese nel tempo


Chi scende da piazza di Spagna verso San Pietro, per via Condotti e oltre, sfiora a mezza via il prospetto di Palazzo Borghese.
La facciata meridionale, un’austera composizione architettonica a sette campate con un grande portone al centro e un fregio altissimo, risale agli anni intorno al 1560 nei disegni di Martino Longhi il Vecchio ispirati dal Vignola.
Committenza di Monsignor del Giglio, di cui sono visibili le insegne nel cortile, l’opera è ancora incompleta quando gli subentra il Cardinale Pedro Deza nel 1586. Alla sua morte, nel 1591, l’opera passa nelle proprietà del Cardinale Camillo Borghese alla vigilia della sua ascesa al trono papale nel 1605.
Forte di un generoso finanziamento, Flaminio Ponzio può finalmente completare il progetto e condurne a termine la realizzazione. È sua la nuova forma allungata che si protende verso il fiume, superando l’area occupata dal cortile quadrato arricchito con quarantotto colonne antiche e tre grandi statue.
La disponibilità del committente e il talento del grande architetto consentono lo sviluppo della costruzione verso il Tevere con l’ala su Ripetta arricchita dal giardino pensile, ottimo schermo per proteggere il grande ninfeo interno, ornato da statue e dalle tre fontane, che saranno completate un secolo dopo.
Nell’ala di Ripetta si realizza al piano terreno una serie di sale riccamente decorate che accolgono la splendida collezione di opere del Cardinal Scipione, successivamente trasferite alla nuova Galleria di Villa Borghese e poi in parte forzosamente passate al Museo del Louvre. Gli alloggi della numerosa famiglia, sistemati ai piani nobili per l’estate e nei mezzanini d’inverno, vengono arricchiti con soffitti affrescati dai migliori artisti del tempo. Così nel Seicento, alla morte di Flaminio Ponzio (1613), gran parte dell’opera può dirsi compiuta.
Toccherà a Carlo Rainaldi perfezionare il giardino pensile e arricchire la facciata su piazza Borghese con un grandioso portale sul quale campeggia l’arma dei Borghese, poi scalpellata negli anni della rivoluzione francese.
Al termine del papato di Paolo V, nel 1633, resta al nipote Scipione Borghese l’incarico di completare la sua opera, nella cura del Palazzo e dell’ingente patrimonio intorno a Roma.
Nel 1700, sarà Marcantonio, fratello del Cardinale Scipione, a mantenere alta la fama del Palazzo, che in quell’epoca divenne meta obbligatoria per i protagonisti del Grand Tour. Contemporaneamente alla risistemazione del Casino di Villa Borghese e per mano dei medesimi artisti (nomi come Gaspar Duguet, Caccianiga, Costantini), commissiona nuove decorazioni nei saloni della Galleria al piano terreno verso Ripetta.
Risale agli anni 20 del Novecento l’inaugurazione della nuova sede del Circolo della Caccia nei saloni del primo piano e l’affidamento dell’ala di Ripetta all’Ambasciata di Spagna.
Il Palazzo ritrova il suo splendore nella seconda metà del secolo scorso, con una serie di restauri della struttura e delle decorazioni interne. Nel 1960 si stabilizzano le murature nell’angolo su piazza Borghese, nel 1987 si restaura il grandioso cornicione per tutta la sua lunghezza, nel 1997 si rinnovano le superfici dell’intero cortile e del ninfeo, portando a nudo gli antichi stucchi e restaurandone le fontane (premio Sotheby’s per il miglior restauro).



La Galleria del Cembalo: descrizione e cenni storici


Nell’ala di Palazzo Borghese che si allunga verso il Tevere e che dà all’edificio l’originale forma di cembalo, al piano terreno si trova una galleria formata da cinque sale comunicanti, dalle volte affrescate, con affaccio sul ninfeo. Dall’ingresso del palazzo su Largo della Fontanella di Borghese, la vista delle magnifiche fontane del Rainaldi sullo sfondo e la prospettiva delle siepi invitano a scoprire la quiete del giardino e conducono all’ingresso della galleria.
Attraverso una scalinata si accede alle ampie sale, che con i soffitti molto alti e le ricche cornici dorate a inquadrare le parti dipinte, rimandano all’epoca del Grand Tour, nella quale gli stessi ambienti ospitarono visitatori provenienti da tutta Europa.

In quel tempo (intorno al 1770) il capofamiglia Marcantonio IV Borghese, molto ambizioso e facoltoso, volle riportare in auge la fama e l’importanza dei Borghese, come ai tempi del Papa Paolo V e del cardinale nipote Scipione. In meno di cento anni, i Borghese erano diventati una delle famiglie più importanti dell’aristocrazia romana e i saloni del piano terra che affacciano sul giardino costituivano meta obbligatoria per i viaggiatori, che venivano accolti nella galleria per ammirare la celebre collezione di opere d’arte, sculture e dipinti che allora vi era conservata. La decorazione degli ambienti avvenne negli anni tra il 1767 e il 1775, e rappresentò all’epoca uno dei cicli decorativi più noti nel tardo Settecento a Roma, vedendo impegnati gli artisti più apprezzati che al tempo operavano in città.

Nella prima sala, sulla volta è il quadro riportato dell’Aurora di Francesco Caccianiga, tema comune ai palazzi patrizi, raffigurante la dea che sparge fiori nelle prime luci del giorno; si passa poi nell’anticamera della principessa, con decorazioni di gusto neoclassico a opera di Laurent Pécheux, che vedono al centro Le nozze tra Cupido e Psiche (1774) e nei riquadri laterali scene augurali per le nozze con Giove, Mercurio e i quattro elementi. Sul lato verso piazza Borghese si apre la sala che fu l’anticamera del principe Marcantonio IV, caratterizzata dal dipinto di Ermenegildo Costantini e Pietro Rotati che raffigura Ebe rapita dal Tempo (1769-70). Da qui si accede alla Sala delle Udienze, la più ampia e rappresentativa della galleria, dove lo sguardo va alla magnifica decorazione della volta, con Il Trionfo dei Borghese e delle Arti (1773-74), dipinto da Ermenegildo Costantini e menzionato da un critico come “ultimo tuono del barocco romano”. L’effigie della famiglia viene portata in cielo e incoronata in un trionfo di putti, tra le Arti – la scultura, l’architettura, la pittura e la musica – e le Scienze, raffigurate ai lati con magnificenza di colori e decorazioni in oro.
L’ultima sala verso nord ospita al centro la Riconciliazione di Venere e Minerva di Pietro Angeletti (1773-1775), circondato da riquadri monocromi raffiguranti episodi della guerra di Troia.