Paolo Petrignani – Desaparecidos

Latina - 26/04/2012 : 27/05/2012

Per l’occasione MAD, che già collabora attivamente con il Circolo Arci attraverso la rassegna teatrale LatinaLAB con esposizioni di arte contemporanea allestite in connubio con gli spettacoli, allestirà la mostra del fotografo Paolo Petrignani, intitolata “Desaparecidos”.

Informazioni

Comunicato stampa

[email protected] 9 Circolo Arci – Paolo Petrignani photo exhibition

Giovedì 26 aprile MAD Rassegna d’Arte Contemporanea a cura di Fabio D’Achille partecipa alla riapertura del Sottoscala 9, uno dei Circoli Arci più attivi e impegnati della provincia di Latina.
Per l’occasione MAD, che già collabora attivamente con il Circolo Arci attraverso la rassegna teatrale LatinaLAB con esposizioni di arte contemporanea allestite in connubio con gli spettacoli, allestirà la mostra del fotografo Paolo Petrignani, intitolata “Desaparecidos”

Questa esposizione è stata già ospitata nel 2010 negli spazi del Consorzio Agrario di Borgo Sabotino durante la rassegna “Fotemusa” a cura di Vincenzo Notaro in occasione del bicentenario della nascita della Repubblica Argentina, evento svoltosi sotto l’alto patrocinio dell’Ambasciata Argentina in Italia. La mostra entra a far parte degli eventi collaterali che cura MAD per “Lievito 2012/Nuove esplorazioni nel mondo delle arti e dei saperi”.
Riportiamo di seguito il testo scritto da Paolo Petrignani:
“Tra il 24 marzo 1976 e 10 dicembre del 1983 la giunta militare capeggiata da Jorge Rafael Videla prese il potere in Argentina attraverso un colpo di stato, Isabelita Peron venne destituita e iniziò il periodo tra i più bui della Repubblica Argentina. Venne attuato un sistematico programma di repressione contro tutti gli oppositori politici o contro solo chi era contrario al sistema dittatoriale. Un programma di repressione violenta che oggi viene ricordato con il termine “GUERRA SPORCA”. Una guerra civile non dichiarata condotta in maniera anonima, non evidente, che produsse migliaia di desaparecidos, ovvero “scomparsi”.
In maggioranza studenti che venivano catturati e torturati dai soldati e di cui poi non si sapeva più nulla. Moltissimi di loro vennero “eliminati” con i famigerati voli della morte. I desaparecidos vennero detenuti in centri di reclusione che visti da fuori erano normali edifici o caserme dell’esercito della marina, dell’aeronautica che tutti conoscevano, ma che all’interno furono adibiti ad uso differente e di cui nessuno all’esterno ne doveva sapeva nulla per questo detti CLANDESTINI. Purtroppo però, la maggior parte della gente sapeva cosa succedeva, ma si voleva far finta di niente si cercava di condurre una vita “normale”.
Dopo la fine della dittatura questi centri di detenzione ritornarono ad essere delle normali caserme in possesso delle forze armate. Proprio per questo i centri clandestini vennero modificati, cambiati anche nelle strutture architettoniche, ci fu il preciso intento di cancellare quello che la dittatura aveva commesso. Cancellare eventuali prove che avrebbero potuto in futuro incriminare i colpevoli e impedire ai sopravvissuti anche la possibilità di ricordare di cui l’esempio più evidente è il Garage “Olimpo”. Nonostante il ritorno della democrazia, solo molti anni dopo questi luoghi vennero lasciati e la gente comune ebbe modo di visitarli.
Perché queste foto? Ho sempre avuto in mente le madri della Plaza de Mayo, i volti dei desaparecidos, i documentari che parlavano della dittatura, mai però avevo visto i luoghi dove tante persone furono detenute torturate e uccise; ho visitato alcuni di questi posti con il preciso intento di vedere e fotografare per poter in qualche modo poi testimoniare. È impressionate di come anche se sono luoghi vuoti e spenti, ormai abbandonati privi di vita si continuino a sentire le urla e i lamenti della gente che in un momento della nostra storia passarono di lì. Si ha l’impressione che i muri siano totalmente impregnati dell’anima di queste persone e che quella che sentiamo venir fuori sia la loro sofferenza, il loro dolore! Non so se ci sono riuscito, il mio intento era proprio quello, attraverso le foto di semplici luoghi abbandonati, cercare di portare l’osservatore ad entrare e in qualche modo “sentire” quella sofferenza”.