Paolo Conti – Galvanizzati 1970-1973

Milano - 11/06/2015 : 11/07/2015

La PoliArt Contemporary è lieta di presentare Galvanizzati 1970-1973, esposizione dedicata alle opere di Paolo Conti dei primi anni Settanta, a cura di Valerio Dehò. In collaborazione con l’Archivio Paolo Conti, la mostra è un’anteprima dell’uscita del primo volume del catalogo Ragionato previsto per l’inverno 2015-2016.

Informazioni

  • Luogo: GALLERIA POLIART
  • Indirizzo: Viale Gran Sasso 35 - Milano - Lombardia
  • Quando: dal 11/06/2015 - al 11/07/2015
  • Vernissage: 11/06/2015 ore 19
  • Autori: Paolo Conti
  • Curatori: Valerio Dehò
  • Generi: arte contemporanea, personale

Comunicato stampa

Tra il 1969 e i primi anni settanta, ai suoi inizi come artista, Paolo Conti ha l’intuizione giusta. Utilizzare gli scarti industriali, le parti in surplus o rifiutate degli ingranaggi, il negativo degli stampaggi di parti meccaniche per costruire un’utopia artistica basata sul riciclo dell’inutile e non funzionale, e sull’estetica del post industriale. In quegli anni non era facile lavorare ad un progetto di “inconscio tecnologico” , qualcosa di simile, ma nel campo della fotografia l’aveva pensata e realizzata Franco Vaccari proprio nel 1972

Negli stessi anni Conti affronta la costruzione dell’arte a partire dal quell’ hardware che non è più utile o è un avanzo di un procedimento. Soprattutto non è interessato a creare macchine più o meno celibi alla Tinguely, ma a costruire un universo in cui il dato industriale, la forma e il colore, la durezza della composizione, producessero un’estetica del riscatto pittorico.
Come in Burri, che aveva aperto la strada alla materia che viene modificata e diventa “parlante” in nome e per conto della pittura, ormai morta come linguaggio, Paolo Conti opera nell’incertezza degli esiti, nella rarefazione formale, nell’insufficienza dell’arte in quegli anni a rapportarsi con la storia. Lui non opera una cesura netta, ma adotta il paradigma pittorico, l’idea del comporre e giustapporre segno/forma/colore, per dare spazio al fantasma del mondo della produzione.
Nel fare questo parte dal monocromo , dall’esplicitazione dei materiali e del processo costruttivo, non rinunciando però nei titoli a proporre metafore di un mondo concreto, vicino, non semplice da capire e accettare. Parte da un minimalismo meccanico che esalta gli oggetti originali e li compone secondo una sintassi visiva che a loro non apparteneva. O meglio, che ancora non gli apparteneva. In fondo ha sempre cercato di trovare un’identità al mondo moderno. La sua idea è stata quella di comporre con il non visto del mondo industriale il visto e il vedibile dell’arte. La sua è una ricostruzione a partire dai dettagli, fantomatici e inconsci, della meccanica, qualcosa che serva all’uomo per comprendere e comprendersi. AI suoi inizi aveva già chiara la sua strada e la sua poetica, in modo così forte e convinto che le trasformazioni dell’idea iniziale sono state altrettante conferme della stessa. Per questo da allora ha elaborato il proprio linguaggio rimanendo fedele al suo assunto inziale.