Painted background

Palermo - 08/12/2014 : 31/01/2015

La mostra indaga sui rapporti tra fotografia e pittura nel Giappone dell’epoca Meiji, presentando sia fotografie che xilografie a colori. In mostra anche alcune foto montate su preziosi passepartout d'epoca acquerellati con scene della vita di ogni giorno, opera di un pittore di Scuola Ukiyo-e.

Informazioni

  • Luogo: LANTERNA MAGICA
  • Indirizzo: Via Goethe 43 - Palermo - Sicilia
  • Quando: dal 08/12/2014 - al 31/01/2015
  • Vernissage: 08/12/2014 ore 18,30
  • Generi: fotografia, collettiva, arte moderna
  • Orari: Dal lunedì al sabato ore 16:30 - 19:30
  • Biglietti: ingresso libero

Comunicato stampa

Background è una parola della lingua inglese che riassume in sé una molteplicità di significati. Può essere usata per indicare l’area o il paesaggio presente dietro un oggetto o una persona, quindi nel senso di sfondo, panorama, fondale teatrale o fotografico; ma anche contesto culturale, ‘milieu’, situazione, ambiente o scenario. “Painted background” ci è sembrato un titolo perfetto per una mostra di fotografie giapponesi prodotte in un contesto artistico in cui il colore era di primaria importanza.
In nessun’altra nazione il rapporto fra fotografia e pittura si è dimostrato così stretto come nel Giappone dell’era Meiji

Il background culturale a cui attinge la fotografia nei suoi primi tre decenni si basa appunto sulla pittura e sull’incisione Ukiyo-e colorata.
Il Giappone dell’era Meiji, periodo corrispondente al regno dell’Imperatore Mutsuhito (1868-1912), vide attuarsi un intenso processo di modernizzazione e la trasformazione da stato feudale a moderna potenza economica mondiale. Fiorirono i commerci e gli scambi con l’Occidente, l’industria e le arti. Tra queste anche la fotografia che, arrivata in ritardo a causa della chiusura all’Occidente dell’epoca Takugawa, aveva finalmente modo di svilupparsi anche nel paese del sol levante.
L’isolamento da cui usciva il Giappone aveva suscitato la curiosità del mondo intero, con grande richiesta di notizie e immagini di un popolo e una terra ancora sconosciuti. La fotografia pertanto, con la sua illusione di realtà, era il mezzo ideale per raccontare la società giapponese ancora incerta tra passato e futuro.
Ma questo mezzo tecnologico e moderno doveva forzosamente ancorarsi alla tradizione per suscitare l’interesse del mondo occidentale e soddisfare il suo bisogno di “esotico”.
L’arte Ukiyo-e, letteralmente arte del mondo fluttuante (della vita che scorre), scuola pittorica giapponese fiorita fin dall’inizio del Diciassettesimo secolo, aveva sostituito via via agli elementi naturali e ai soggetti tradizionali dell’arte nipponica, gli elementi del mondo contemporaneo, della vita quotidiana, del teatro, delle case da thè, delle geisha e delle oiran dei quartieri di piacere. Era una pittura che aveva avuto una larghissima diffusione grazie anche allo sviluppo dell’incisione in legno colorata. Nel XIX secolo vennero realizzate in Giappone opere xilografiche a colori di grande tiratura che contribuirono non poco a nutrire l’immaginario collettivo in ambito locale e all’estero.
Era logico che la fotografia nel muovere i suoi primi passi si appoggiasse a canoni estetici già consolidati e di larga diffusione e gradimento. Per questo i soggetti fotografici ripresero temi già diffusi dalla xilografia, come appunto le geisha, le case da thè, il giardino giapponese, le performance teatrali, i templi buddisti, le cerimonie pubbliche e private, il Sumo, ecc. Anche le pose, le inquadrature, i vestiti, le ambientazioni, insomma gli elementi formali delle immagini fotografiche, ricalcavano quelli già presentati negli anni precedenti nei woodblock (xilografie).
Ma soprattutto la colorazione delle immagini, iniziata da Felice Beato e proseguita da tutti i più grandi studi fotografici posteriori fino ai primi anni del Novecento, non fece altro che continuare una tradizione già ampiamente diffusa nel XIX secolo nella produzione di stampe a colori.

La mostra di Lanterna Magica vuole appunto indagare sui rapporti tra fotografia e pittura nel Giappone dell’epoca Meiji, presentando sia fotografie che xilografie a colori. In mostra inoltre alcune foto montate su preziosi passepartout finemente acquerellati con scene della vita di ogni giorno, opera di un pittore non identificato della Scuola Ukiyo-e.
Tra i fotografi in mostra: Felice Beato, Raimund Von Stillfried, Kusakabe Kimbei, Tamamura Kozaburo, Ogawa Kazumasa. Tra gli artisti incisori: Toyohara Kunichika (1835 - 1900) e Hirohige II Utagawa (1829 - 1869).

Fotografi in esposizione

Felice Beato (1834 - 1907)
Arrivato in Giappone a Yokohama nel 1863, darà il contributo più importante allo sviluppo della fotografia in quel paese. Beato, che aveva già praticato con successo la fotografia assieme al fratello Antonio e al cognato James Robertson in Egitto ed India, intuì le grandi possibilità che offriva la documentazione di una nazione ancora sconosciuta agli occidentali. Aprì inizialmente uno studio in società col fotografo inglese Charles Wirgman, incominciando anche a colorare le fotografie. Molti bravi pittori di modeste pretese economiche erano a portata di mano, e l’intraprendente veneziano ne assoldò diversi. L’unico ed esclusivo compito di questi artisti locali all’interno della ditta era quello di colorare le fotografie. Lavoravano con grande professionalità, precisione e sensibilità, e la colorazione delle immagini era quanto di meglio si potesse ottenere in quel periodo. Per una buona colorazione di una fotografia occorreva quasi una giornata di lavoro. Con l’insediamento nel 1868 dell’imperatore Meji, il Giappone abbandonò completamente la struttura feudale diventando uno stato moderno a vocazione commerciale e industriale. L’apertura all’Occidente fu da questo momento completa e definitiva. Lo studio Beato cominciò a prosperare e la sua fama si diffuse in tutto il paese e all’estero. Beato vendeva fotografie e album ai molti stranieri di passaggio e gli ordini arrivavano anche per corrispondenza, soprattutto dall’America e dall’Inghilterra, garantendo profitti altissimi. Per avere un’idea di quanto costavano allora le fotografie, basta sfogliare uno dei cataloghi di vendita della ditta Beato: la singola foto veniva venduta a due Dollari, mentre un album completo di 50-60 foto costava da cento a duecento Dollari. Tutto questo quando il salario medio mensile di un operaio giapponese era di circa venti Dollari. Nel 1877 Felice Beato vendette il suo studio con tutte le lastre negative al barone austriaco Raimund Von Stillfried (1839-1911) che già lavorava come fotografo a Yokohama dal 1871.

Kusakabe Kimbei (1841-1934)
È l’ultimo grandissimo fotografo di quella che possiamo definire la Scuola di Yokohama. Proseguì il lavoro di Beato e Stillfried - dei quali tra l’altro era stato l’allievo più promettente - continuando e perfezionando la tecnica della colorazione manuale delle fotografie. Aveva iniziato giovanissimo alle dipendenze di Beato come pittore colorista, ma ben presto era diventato lui stesso fotografo.
Avendo avuto la fortuna di lavorare sia con Beato che con Von Stillfried, studiò l’approccio differente alla fotografia dei due grandi Maestri, e il suo stile ne venne influenzato da entrambi. Da Beato apprese l’arte del reportage e della veduta, mentre da Stillfried imparò l’approccio psicologico al ritratto. La sua produzione è stata per lungo tempo ingiustamente sottovalutata soprattutto in Giappone, ma attualmente le sue immagini sono molto richieste negli Stati Uniti e in Inghilterra.
Kusakabe aprì il suo primo studio a Yokohama nel 1880, aggiungendo ai suoi primi album molte immagini scattate da altri, mentre cominciava a costituire un suo archivio personale di fotografie che, per quantità e diversità dei soggetti, non avrà uguali in Giappone. Si ritirò dall’attività nel 1914 e passò i suoi ultimi anni a dipingere.

Ogawa Kazumasa (1860 - 1929)
Un grande della fotografia giapponese, che realmente ricercava per le sue immagini il massimo della qualità tecnica e creativa. Ogawa è a nostro parere il più grande fotografo artista nel Giappone del diciannovesimo secolo. Perseguiva un ideale assoluto di bellezza ed equilibrio, espresso attraverso immagini che si distinguono nettamente dal resto della produzione della fine degli anni Novanta. La donna assume per la prima volta nelle sue foto un ruolo autonomo e di primo piano, come custode di positivi valori tradizionali della società giapponese, quali bellezza, forza, serenità ed equilibrio. Le stesse qualità presenti nelle foto di paesaggio di Ogawa e nei giardini. Usò una colorazione nuova e funzionale all’espressività delle singole foto, mettendo in risalto particolari stati d’animo o peculiarità della vegetazione e delle diverse stagioni. Il tutto in un’atmosfera rarefatta e sognante che rende uniche le sue immagini e affascina l’osservatore. Fu anche un grande tecnico e sperimentatore. Si recò giovanissimo negli Stati Uniti per imparare il più possibile sulla fotografia e sulle tecniche incisorie. Negli ultimi anni della sua carriera si dedicò quasi esclusivamente alla collotipia e all’editoria, pubblicando una gran quantità di libri illustrati da collotipi, oggi molto ricercati dai collezionisti. I suoi collotipi colorati sono tra i più belli mai ottenuti con questa tecnica. Prevedevano fino a 15 passaggi di lastre, una per ogni pigmento impiegato, mentre in quel periodo in tutto il resto del mondo i collotipi colorati venivano prodotti solo con tre o quattro lastre sfruttando il principio dei colori fondamentali.


Barone Raimund Von Stillfried (1839 - 1911)
Il Barone austriaco Raimund Von Stillfried (1839-1911) lavorava già come fotografo a Yokohama (dal 1871) quando rilevò lo studio di Felice Beato nel 1877. Continuò a stampare e commercializzare le fotografie di Beato apportando delle piccolissime modifiche agli originali, accentuando per esempio la sfumatura dei bordi fino a cancellare, nelle scene con persone, molti particolari dell’ambiente e del paesaggio circostante. I risultati erano di alto livello, e spesso le sue stampe risultano superiori a quelle originali di Beato. La produzione più importante di Stillfried è costituita dai ritratti, eseguiti su sfondi neutri per concentrare l’attenzione sui modelli dei quali riusciamo a cogliere i tratti caratteriali e psicologici. Anche i suoi nudi non hanno uguali in tutta la fotografia giapponese dell’Ottocento. A ragione, l’austriaco è annoverato tra i più grandi fotografi delle origini.

Tamamura Kozaburo (1856 - 1923)
Aprì il suo primo studio nel 1874 nella zona di Edo (Tokyo), e successivamente un altro studio a Yokohama nel 1883. Si vantava di produrre le foto migliori del Giappone con una colorazione ineguagliabile (ma Farsari diceva la stessa cosa delle sue!...).
Produsse album per turisti dove entrarono anche fotografie di altri autori.
Il suo nome è rimasto legato ad un ordine colossale di 180.000 fotografie che gli venne dall’editore americano Millet per illustrare diverse edizioni di volumi sulla storia e le tradizioni giapponesi. Per evadere l’ordine impiegò, oltre al personale addetto allo sviluppo e stampa delle fotografie, più di cento tra pittori e coloristi.
Peccato che questa enorme quantità di fotografie prodotta abbassò notevolmente la qualità delle sue immagini.