Nidaa Badwan – Cento giorni di solitudine

Ravenna - 20/01/2017 : 03/02/2017

Mostra di Nidaa Badwan, fotografa palestinese che presenta il suo progetto «Cento giorni di solitudine».

Informazioni

  • Luogo: CAFFE' LETTERARIO
  • Indirizzo: via Diaz 26 - Ravenna - Emilia-Romagna
  • Quando: dal 20/01/2017 - al 03/02/2017
  • Vernissage: 20/01/2017 ore 18
  • Autori: Nidaa Badwan
  • Generi: fotografia, personale

Comunicato stampa

QUATTRO CHIACCHIERE AL CAFFE'
Riparte 'Quattro chiacchiere al Caffè' la rassegna al Caffè letterario di via Diaz 26 venerdì 20 gennaio alle 18 con l'inaugurazione della mostra di Nidaa Badwan, fotografa palestinese che presenterà il suo progetto «Cento giorni di solitudine»

Saranno visibili fino al 3 febbraio una decina di opere, appese sulle pareti del locale

Nidaa Badwan, che ha vissuto un anno chiusa nella sua stanza nella Striscia di Gaza dove è nata la serie di ventiquattro autoritratti «Cento giorni di solitudine»: immagini fatte di chiaroscuri quasi caravaggeschi, istantanee emotivamente inedite della frustrazione che affligge i due milioni di abitanti della Striscia di Gaza. La mostra è stata a Gerusalemme, Montecatini Terme, a Berlino, al museo danese Trapholt.
Nidaa Badwan è nata ventinove anni fa ad Abu Dhabi ma da sempre abita nella Striscia di Gaza dove ha lasciato la madre, il padre e due fratelli. Oggi abita a San Marino, perché sulla propria pelle ha dovuto subire un feroce oscurantismo che ha bandito la cultura, l’arte, la musica, i luoghi di ritrovo, spegnendo ogni speranza negli occhi dei giovani. «Ecco perché ho deciso di segregarmi per mesi nella mia camera» racconta Nidaa. «Non può esserci un prezzo per la libertà: noi veniamo al mondo già liberi. E se mi è negata, la costruirò nel mio spazio, per quanto angusto sia».
Nidaa è stata arrestata nel campo profughi di Deir al-Balah, dove viveva con la famiglia, dai miliziani di Hamas: non indossava il velo, ma un berretto colorato; era con un gruppo di ragazzi. Ragioni valide per strattonarla, tenerla in cella tre giorni e farle firmare a forza l’impegno di mettersi il velo. Così lei inscena la sua personale rivolta e si auto-incarcera, affidando alla macchina fotografica i ritratti di un isolamento che è uno scalciare creativo e, insieme, un silenzio purificante dalla morte e dalla distruzione di cui Gaza odora.

I prossimi appuntamenti saranno:
Il 3 febbraio Matteo Bussola, che presenterà il libro dal titolo “Notti in bianco, baci a colazione”, pubblicato da Einaudi.
Il 3 marzo la blogger e giornalista di Repubblica Chiara De Lillo in arte Elasti che presenterà il suo nuovo libro “Alla pari”, Einaudi.
Il 31 marzo Benedetta Tobagi con “La scuola salvata dai bambini” (Rizzoli). Le scuole italiane stanno cambiando colore. In dieci anni le presenze degli stranieri sono triplicate, ma le risorse a disposizione si sono invece dimezzate. Benedetta Tobagi è andata a scoprire cosa succede nelle scuole primarie per raccontare le fatiche degli insegnanti, le paure dei genitori ma anche l’inarrestabile e incredibile entusiasmo dei bambini. Perché alla fine sono loro che sanno come ribaltare i pregiudizi e i falsi timori degli adulti.

Da confermare Carlo Gabardini, in arte Olmo di Camerà Cafè, che racconterà il suo “Fossi in te io insisterei, lettera a mio padre sulla vita ancora da vivere”, Mondadori.
Agli incontri sarà presente la Libreria Dante con un banco per la vendita dei libri.

Filo rosso di questi incontri il tema delle donne e del genere, argomenti che verranno affrontati da diversi punti di vista e con scrittori e giornalisti della scena nazionale. Ideata dal settimanale Setteserequi, edito da Media Romagna, la rassegna è stata realizzata con la collaborazione di Linea Rosa, il contributo di Marina Magnani (Donne verso il mare aperto) e la disponibilità di Filippo Donati, proprietario dell'Hotel Diana, e della Libreria Longo. Fondamentale, il contributo di Mokador, sponsor dell'evento. con il patrocinio del Comune di Ravenna.
Le protagoniste e i protagonisti
Nidaa Badwan (Abu Dhabi, 17 aprile 1987) è un'artista e fotografa emiratina con cittadinanza palestinese. Badwan è nota per la sua protesta artistica e pacifica riguardante la condizione del suo popolo e per le mostre internazionali a lei dedicate dove è stata presentata l'opera 100 Days of Solitude (100 Giorni di Solitudine), composta di autoritratti fotografici che dal 13 novembre 2013 la ritraggono per venti mesi nella sua stanza durante l'esilio autoimposto per protestare contro il conflitto Fatah-Hamas che da anni imperversa in Palestina e nella Striscia di Gaza, e per le minacce ricevute da Hamas.
La sua storia, riportata in un'intervista al New York Times, l'ha fatta conoscere a livello internazionale, citata da numerosi altri quotidiani (in Italia da Avvenire, Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, La Repubblica e molti altri). Anche alcune testate televisive hanno proposto la sua storia, come ZDF, France24 e Sky Arte. Dopo gli anni della Palestina si è trasferita nella Repubblica di San Marino, dove ha svolto anche il lavoro di docente universitaria presso l'Università del Design della Repubblica di San Marino.
Ora, l'artista vive in Italia.
Le sue mostre hanno girato e stanno girando il mondo: Gerusalemme, Montecatini Terme, Monte Grimano Terme, San Marino, Kolding (Danimarca), Berlino (Germania), New York (U.S.A.), di recente a Dubai (E.A.U.) per il "The 2016 Sovereign Middle East & North Africa Art Prize Finalists" per un premio ai 30 migliori artisti del mondo arabo.
Nel novembre 2016 è stata tra i relatori ospiti dell'evento del Corriere della Sera dal titolo Racconti di Guerra - Ricordando Maria Grazia Cutuli.
Notti in bianco, baci a colazione”, (Einaudi), di Matteo Bussola
Il respiro di tua figlia che ti dorme addosso sbavandoti la felpa. Le notti passate a lavorare e quelle a vegliare le bambine. Le domande difficili che ti costringono a cercare le parole. Le trecce venute male, le scarpe da allacciare, il solletico, i «lecconi», i baci a tutte le ore. Sono questi gli istanti di irripetibile normalità che Matteo Bussola cattura con felicità ed esattezza. Perché a volte, proprio guardando ciò che sembra scontato, troviamo inaspettatamente il senso di ogni cosa. Padre di tre figlie piccole, Matteo sa restituirne lo sguardo stupito, lo stesso con cui, da quando sono nate, anche lui prova a osservare il mondo. Dialoghi strampalati, buffe scene domestiche, riflessioni sottovoce che dopo la lettura continuano a risuonare in testa. Nell'«abitudine di restare» si scopre una libertà inattesa, nei gesti della vita di ogni giorno si scopre quanto poetica possa essere la paternità.
“Alla pari” (Einaudi) di Claudia De Lillo (Elasti).
Poco piú di vent'anni, con un dolore da smaltire, Alice lascia gli Stati Uniti e parte per Milano a occhi chiusi, all'avventura: ragazza alla pari per sei mesi. Ovvero baby-sitter, autista, cuoca, confidente e orecchio assoluto per una famiglia da riformare. Una madre in carriera, un padre piacione, un'adolescente pestifera, un ragazzino eccentrico, un piccolo alieno e una governante dispotica. «Sei qui per darci una mano con i ragazzi ma, soprattutto, per dare stabilità e tranquillità alla nostra famiglia», le hanno spiegato. Ecco che Alice, una mail dopo l'altra - scrivendo al fratello, alla nonna, agli amici lasciati dall'altra parte dell'oceano - compone un involontario e divertentissimo romanzo epistolare a senso unico. A colpi di battute e di rimpianti, di sorrisi e di rimproveri, la protagonista di Alla pari conoscerà se stessa e troverà la propria famiglia, anzi due: quella da cui viene e quella in cui si è imbattuta. E mentre il suo sguardo cambierà il mondo intorno, il mondo cambierà lei. Perché il caos, l'amore e persino i pidocchi hanno un lato davvero imprevedibile.

“Fossi in te io insisterei, lettera a mio padre sulla vita ancora da vivere”, (Mondadori) di Carlo Gabardini.
«Ciao papà, non so se ti spedirò mai questa lettera, ma intanto la scrivo. Ti devo dire delle cose perché qua la vita si fa complessa ed è sempre più difficile capire, restare lucidi, trovare un senso, interrogarsi sulla felicità.» Inizia così la lettera di Carlo G. Gabardini al padre. Una lettera che è il dialogo a lungo rimandato fra un figlio diventato adulto e un padre troppo esemplare e troppo amato a cui, chi scrive, deve dire addio per affrontare la vita ancora da vivere. Alternando ciò che è stato e ciò che è, Gabardini dà voce a un «romanzo famigliare» che prende avvio nella Milano degli anni Settanta-Ottanta in un appartamento nel quale i protagonisti – un padre, una madre e cinque figli, fra maschi e femmine – consumano cene «politicamente scorrette», si confrontano e si contano per scegliere la nuova auto da acquistare o il luogo dove trascorrere uno specialissimo compleanno, giocano partite di Trivial Pursuit, si danno appuntamento in cucina per tè notturni che diventano il momento più atteso e più intimo della loro quotidianità. È lì che Carlo deve imparare a poco a poco a districarsi fra le inquietudini, i sogni e le delusioni prima di bambino e poi di adolescente: le spavalderie infantili, le insicurezze liceali, la decisione di fare l’attore tradendo le aspettative di chi già lo immagina avvocato, i primi innamoramenti e turbamenti sessuali. E poi la morte del padre, inaccettata e inelaborabile, che scandisce il passaggio lacerante a una maturità a cui si sente impreparato. Allora non resta che ingolfarsi di lavoro (il teatro, il cinema, la televisione, la radio) e stordirsi di ogni possibile eccesso, togliendo spazio ad amori e affetti, ma soprattutto a se stesso. Fino a quel 31 ottobre 2013 quando il suicidio di un ragazzo omosessuale lo spinge a scrivere alla «Repubblica » una lettera in cui dichiara con fermezza che essere gay è bellissimo. Fossi in te io insisterei è un racconto intimo e coraggioso, ironico e struggente, in cui è impossibile non riconoscersi perché, come scrive Gabardini, «il coming out non è un’esclusiva degli omosessuali, ma di tutti. Perché “venir fuori”, mostrarsi per chi si è realmente, urlare cosa si desidera per la propria esistenza, non concerne solo la sfera sessuale, riguarda il nostro senso di stare al mondo. Fare coming-out significa cominciare a vivere».