Nicolò Paoli – Weather

Biella - 25/10/2014 : 31/01/2015

La mostra, appositamente ideata per gli spazi della galleria, attua, con fotografie, dipinti, disegni, video- installazioni, un ribaltamento ambientale immaginario dei torrenti montani nelle onde del mare, del folto del bosco nelle sabbie del deserto, abitate da seducenti ed inquietanti cactus chiodati, da piante siliconate, dai colori artificiali e acidi, visitate da insetti postatomici.

Informazioni

  • Luogo: GALLERIA SILVY BASSANESE
  • Indirizzo: Via Galileo Galilei 45 - Biella - Piemonte
  • Quando: dal 25/10/2014 - al 31/01/2015
  • Vernissage: 25/10/2014 ore 18
  • Autori: Nicolò Paoli
  • Curatori: Viana Conti
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: da martedi a venerdi 16 – 19 Sabato, domenica e festivi su appuntamento.

Comunicato stampa

Silvy Bassanese Arte Contemporanea, Biella, riconferma l’appuntamento annuale di attenzione ai giovani artisti, inaugurando sabato 25 ottobre 2014, dalle ore 18 alle 21, la mostra personale Weather dell’artista Nicolò Paoli, a cura di Viana Conti. Un manifesto documenta la mostra con fotografie e testi critici.
La mostra, appositamente ideata per gli spazi della galleria, attua, con fotografie, dipinti, disegni, video- installazioni, un ribaltamento ambientale immaginario dei torrenti montani nelle onde del mare, del folto del bosco nelle sabbie del deserto, abitate da seducenti ed inquietanti cactus chiodati, da piante siliconate, dai colori artificiali e acidi, visitate da insetti postatomici

Una mostra meteoropatica questa? Il titolo Weather indica il clima e la temperatura dell’evento espositivo, ma anche la sua intima motivazione: mettere in opera una condizione aerea, gassosa, vulcanica, geo e antropologica, superficiale e abissale, ossigenata e inquinata al tempo stesso. È una mostra-autoritratto dell’artista, riflesso nei frammenti di uno specchio deformante. Ha un unico concept, ma si articola in quattro stanze mentalmente visionarie: Stanza dei Tuffi, di Rorschach, dei Cactus, dei Fossili. L’artista: residente a Genova, nato a Mirandola il 25 novembre 1980, Nicolò Paoli è un corsaro romantico che naviga sulla cresta di adrenaliniche onde del Web, un rabdomante che fa sgorgare la pioggia sul deserto, volare le nuvole in galleria, per rianimare i suoi metal cactus, i suoi fiori inquinati dalle consuetudini quotidiane, è un solitario che dialoga amabilmente con le mucche, un aspirante glottologo che parla fluentemente russo a Genova e genovese in Russia. Quando, nel suo atelier di Quinto, non inchioda cactus, non scatta fotografie, non allestisce set, non prepara collage, non videoriprende Barbie dai tacchi a spillo, non disegna nudi femminili, in fantasiose posizioni erotiche, suona con la band dal nome, di suggestione ipnotico-ansiolitica, Roypnol. Pittore, alchimista, videomaker, performer, strumentista, si cala, senza difficoltà, in ognuno dei suoi alter ego. Nicolò Paoli, come da adolescente era dedito ad una subcultura giovanile di fumetti, animazione, icone, tatuaggi, piercing, scritte, pezze, stivali, jeans, capelli lunghi, aggrovigliati effetto dread o corti, dal giallo al blu, da adulto non esita a crearsi un ventaglio di alterità di cultura underground. Come Dylan Dog gotico e rassicurante, può portare sulle spalle lunghe trecce brune, indossare bermuda mimetici, ma, a differenza del protagonista del fumetto horror, non è astemio
La sua opera, intessuta dell’assurdità del reale e della credibilità dell’assurdo, è animata da componenti surreali, fantascientifiche, fumettistiche. Il tempo, protagonista, ricorre nelle due dimensioni cronologica e atmosferica. Le Metalphoto e i Metalfossili di Nicolò Paoli, entrati in un processo matericamente e virtualmente alchemico, accadono nel tempo, risentono delle condizioni ambientali e meteo, fanno razza con le ossidazioni del supporto; come un vegetale, sono fotosensibili. Le spine dei Cactus, queste piante primitive, sono diventate, nelle opere di Nicolò Paoli, lunghi chiodi d’acciaio che, ferendo la superficie della tela vergine, la trapassano violentemente. Il loro fusto, cilindrico o globoso, ha un indubbio aspetto fallico, che assume, nell’immaginario dell’autore, non senza una profonda autoironia, l’allusione a certe ostentate ritualità della comunità virile. Le Metalphoto, di medie e grandi dimensioni, delle Stanze dei Tuffi, delle Macchie di Rorschach, dei Fossili, detengono il messaggio subliminale di una mostra in cui la presenza del soggetto umano viene dissimulata, mascherata, travestita, spogliata, mitizzata e smitizzata. Nelle mega fotografie digitali dei Tuffi, a effetto metallico satinato, qualcuno, un essere, un oggetto, un ente, di sé lascia labili tracce liquide, spruzzi d’acqua nell’aria, giochi di luce e ombra, per poi scomparire al di sotto di una superficie piatta, immobile, specchiante, come se nulla fosse accaduto. Eppure quello scintillio di gocce, quello spostamento d’acqua parlano di un trapasso dal visibile all’invisibile, di un metaforico tuffo nel passato, di un’immersione nel tempo. Tematica non meno significativa è quella delle sue Macchie di Rorschach: fotografie digitali, in bianco e nero, rinvianti al noto test psicologico proiettivo, teso a indagare dinamiche interpersonali, profili e nodi dell’io, risvolti della creatività. Inedito, questo ciclo di lavoro recente, riferito in particolare alle orchidee, è di impatto formale e psicologico coinvolgente ed inquietante. Rientrano nel suo work in progress sull’identità e sulla dissimulazione, scatti analogici, elaborati poi digitalmente, di grandi nudi femminili o ritratti del volto (stupendo quello, in mostra, della madre Paola), sottoposti a solarizzazione, a trattamenti di ossidazione, a interventi

gestuali con resine e vernici, che li assimilano, in qualche modo, a ritrovamenti, fittizi, di fossili: ognuno di questi lavori fotografici è un pezzo unico, irripetibile, in antitesi con la riproducibilità connessa a tale mezzo. L’effetto-fossile si estende, nel suo lavoro, dalla figura a resti ittici, di vegetazione o animali primitivi, non esclusa la comparsa di un’archeologia portuale di gru ad acqua, a mano, a vapore, tipica del porto di Genova: testimoni tutti di una remota vita transitata, come in natura lo è dalla bio alla litosfera, così, in arte, dall’immagine originaria ad un supporto che ne accolga le vestigia, tramite un’alchimia segreta. Tali immagini in bianco e nero si contaminano con gli affioramenti ruggine del fondo metallico, che non cessa di agire nel tempo, maculando progressivamente la superficie. Cresce, in parallelo, un ciclo di disegni a matita acquarellabile, che addensa e al tempo stesso sfrangia i contorni del segno, lasciandoli colare verso il fondo della tela bianca: i soggetti sono per lo più nudi che trovano ascendenze, per intensità espressionista, negli abbandoni, nelle torsioni e contrazioni dei soggetti maschili e femminili di Egon Schiele. Nell’opera di Nicolò Paoli, i diversi linguaggi interagiscono, si contaminano, si scambiano i ruoli, entrano nella quarta dimensione del tempo: il fermo immagine video-fotografico, le installazioni ambientali, si animano sotto interventi gestuali di spray painting, di proiezioni, di azioni esibitivo-performative, spesso sconfinanti sul piano sonoro.