Michele Volpe – Il gira cavallo

Mantova - 09/02/2013 : 21/02/2013

I temi che Volpe cattura nelle sue incisioni sono prevalentemente madonne,cavalli, maternità, che però non hanno soltanto un valore religioso, ma anche la forza e il mistero del senso della vita.

Informazioni

Comunicato stampa

La Galleria “Arianna Sartori - Arte & object design” di Mantova, nella sede di via Cappello 17, dal 9 al 21 febbraio 2013, presenta la nuova mostra personale dell’artista latinense Michele Volpe “Il gira cavallo”.
La personale, curata da Arianna Sartori, si inaugurerà Sabato 9 febbraio alle ore 17.30, alla presenza dell’artista che aveva già esposto nella galleria mantovana esattamente cinque anni fa.


Le sue origini sono irpine, e precisamente in quel di Savignano, dove la storia vuole che siano passati bizantini, romani ed etruschi

Michele Volpe però vive e lavora a Latina da quando era bambino, e proprio nel capoluogo pontino la sua arte ha preso forma e sostanza col passare del tempo, radicandosi nel territorio ed espandendosi al di fuori di esso. Uno dei pochi ed autentici artigiani dell’incisione, nel 1977 apre uno studio calcografico dal nome Il Torchio, e da allora la sua arte di pittore si integra con quella di incisore in un’alchimia che rende difficile scindere le due componenti per decidere quale sia superiore o principale. Autodidatta in tutte le sue realizzazioni ed espressioni artistiche, Michele da un paio di anni si è avvicinato anche al mondo della ceramica. …
Michele Volpe parla attraverso le sue mani, che sono in contatto diretto con la sua anima e sono capaci di dar forma ai sui valori. Il suo creare è in continuo divenire. Ha attraversato tette le diverse tecniche di pitture, passando dal figurativo all’astrattismo, per approdare infine alle acqueforti e acquetinte, che per il momento lo gratificano in tutte le fasi della loro realizzazione, facendolo sentire assolutamente libero, aldilà degli equilibri di colore, delle armonie e degli stereotipi. I temi che Volpe cattura nelle sue incisioni sono prevalentemente madonne,cavalli, maternità, che però non hanno soltanto un valore religioso, ma anche la forza e il mistero del senso della vita. Soggetti che vengono fuori in modo naturale, legati ai ricordi della sua infanzia, che lo vedevano girare per le fiere dei paesi vicini alla su Savignano, dove le giostre con i cavalli erano molto diffuse, imprimendosi in modo indelebile nella memoria di Michele. Soggetti che l’artista predilige forse per le sue origini, per un Dna che porta con sé le tradizioni delle antiche dominazioni che invasero la sua terra d’origine. soggetti che lo emozionano ogni volta che li realizza, e che non lo stancano mai. Eppure ogni volta Volpe non sa, e neanche si chiede, cosa andrà a realizzare: esegue semplicemente ciò che sente. E spiegarlo poi dopo, una volta finito il quadro, che senso avrebbe? Che valore aggiunto avrebbe il motivo di un dato dipinto? Se piace,se dà emozioni a chi lo guarda, allora significa che c’è qualcosa da dire. Con questa filosofia l’artista pontino è sempre andato avanti nella più totale libertà e autonomia artistica e personale, senza piegarsi a logiche commerciali, facendo sempre e solo quello che si sentiva di voler fare. Scelta non facile, soprattutto in un mondo dove il saper mediare può portare diversi vantaggi. Ma Michele del suo modo di pensare ne ha fatto un valore, uno stile di vita, un modo di essere tout court. Lui crede in quello che fa e nel suo talento. Da sempre. Ha rispetto della sua manualità e creatività e, soprattutto, ha rispetto dell’arte, convinto che non si possa bluffare in questo settore, è del parere che chi lavori nell’arte in fondo abbia bisogno di coprire dei vuoti che forse derivano da un’infanzia non facile, esorcizzando la paura di non lasciare traccia di sé. Comunque sia alla base della sua arte c’è l’istinto, che all’inizio ti porta a creare solo per te stesso, e col passare del tempo ti spinge prima a cercare risposte negli altri che guardano ciò che crei, e poi a trasmettere agli altri ciò che senti attraverso l’insegnamento che solo la grande sapienza e l’infinita passione possono dare. Ecco perché Michele Volpe nel suo laboratorio-studio di arte grafica tiene corsi di acquaforti-acquatinte, con torchi antichi e attrezzature moderne che conciliano l’attualità del passato e le esigenze dei moderni procedimenti di realizzazione. L’arte del segno richiede un impegno totale per imparare bene tutte le tecniche necessarie, come l’acquaforte, l’acquatinta, la puntasecca, la ceramolle che riguardano, appunto l’incisione su lastra di zinco o di rame. Il corso è articolato per fasi: preparazione della lastra, bagnatura e asciugatura dei fogli, inchiostrazione, pulitura e stampa, utilizzo del torchio calcografico, preparazione di acido di morsura, riporto del disegno su lastra, tecnica dell’acquaforte su zinco, tiratura, numerazione e firma delle opere. Il tutto gestito con grande professionalità e amore e tanta pazienza, proprio di chi l’arte la vive davvero.
Simona Serino

Le “presenze” di Michele Volpe in un tempo senza fine
Michele Volpe, pittore, dicendo di sé, così afferma: “Desidero solo mostrarvi ciò che l’animo mi suggerisce allorché mi accingo ad esprimere…”. Il pittore affida, così all’animo il tramite, il veicolo dipartendosi dall’estro, fuoriesce in quelle soluzione cromatiche che accreditano a Volpe un modo (non parlerei invece di modulo) che pur accennando a soluzioni che non sembrano del tutto peregrine, rivela nell’artista una spiccata sensibilità ad istanze personali, secondo una dimensione estetico-espressiva tesa a risultati scaturiti da un impegno ch’è, in fondo, la costante del suo procedere d’artista dotato di un senso di responsabilizzazione che si rifà acuto ogni volta che il pennello deve affrontare l’ennesima, ma sempre “impegnata” e sensibilizzata composizione.
C’è nei quadri di questo artista sensibile, una patina, direi, che smaterializza il fatto contingente, riportando ad un’ epoca senza tempo che, pur di un antico tempo, tempo di leggenda, di storia antica quasi trasfigurata sull’onda di una glorificazione, immerge la creazione in epoche di cui la matrice, a dispetto delle soluzioni figurali, è univoca nel suo innesto fra i fantasmi di antiche ballate o di perduti imperi. Espresse su dominanti che serbano il sapore di preziose muffe, le tele vibrano di quella luce “trascendente” che si accompagna ai reperti archeologici: quasi uscite da un’arca, o da un vano inesplorato su cui d’improvviso, alla fine di una ricerca, piove la luce di una torcia elettrica che sveglia le creature rappresentate, da un sogno secolare, ormai senza tempo.
Talora la composizione si limita alla riproposta d’una sola figura, a volte, invece, la tela si anima di tre, quattro, più figure. Come nel desiderio d’un isolamento che non preclude al pensiero ed allo spirito un diverso colloquio, le “presenze” si circoscrivono ognuna in sé, in una specie di riquadro che non vuole essere il confinamento dell’incomunicabilità, ma piuttosto, il bisogno, la ricerca d’una singolarità entro cui i sentimenti e le reazioni meglio si concentrano e si decantano.
Il pennello pur aggredendo la tela con impeto, è apparentemente lieve. Passa sul piano con una sua leggerezza tesa a risultati legati ad una evanescenza di forme e di colori. Pur tuttavia il colore è pastoso, non mai lattiginoso, addirittura corposo, condotto da una veemenza che è peculiare prerogativa del pittore irpino. Così Michele Volpe continua il discorso, avviato da tempo, con una coerenza e una fede che fanno di lui un significativo pittore dagli indirizzi ben precisi, pur se sensibile, per natura, ai richiami di un affinamento ch’è, insieme, impegno serio, costante nella ricerca di un perfezionamento e di un rinnovamento sempre oggetto di verifiche secondo le istanze d’una voluta ed indubbia volontà assai ben responsabilizzata.
Ecco statura e natura di un pittore che in un’aura come trasecolata, porge in ogni momento attenzione ai richiami che a lui giungono dalle sue “creature” senza tempo, ma pur vive in ogni momento della giornata senza sera od aurora.
Achille Rizzi

Universalità di Michele Volpe
Chi si fermasse a considerare i dipinti di Michele Volpe senza una concreta volontà di approfondimento, rischierebbe di scorgere in essi l’apporto eclettico di una tradizione pittorica fra simbolistica ed arcaica. La realtà è ben diversa: quest’artista non ha mai rielaborato in versione più o meno figurativa alcuna suggestione libresca. Fantasmi che si agitano dall’inconscio e trovano un plasma esistenziale nella vena di una pittura che conosce febbri divoratrici ma anche la massiccia evidenza dell’eterno quotidiano.
Volpe non è un imitatore nè un visionario. Questi quadri che raggiungono a tratti accenti di suasiva universatilità o allucinanti morsure nascono – non c’è possibilità di errore – da un imperioso bisogno: ed è proprio tale tormentosa promessa che, nell’affinamento progressivo dei mezzi, riesce a definirsi come valido linguaggio.
Il colore crudo, antiorchestrale, contribuisce a bloccare il flusso delle immagini di una fissità allegorico – estetica che non ha nulla di certo ricorrente formulario. In fondo, qui siamo fuori delle pretese razionali. Certo, il pensiero percorre i propri itinerari senza incardinarsi a pericolosi sistemi; ma chiede anche senza volere, il consenso del sentimento.
Renato Civello