Maurizio Mochetti

Napoli - 07/10/2021 : 04/12/2021

Maurizio Mochetti è un artista degli anni sessanta. Per come si presenta, con l’ironia e l’insolenza nelle quali nasconde pensieri complessi e lavoro ostinato, nella sua opera si avverte il desiderio, anzi la smania di fare un gioco nuovo, di oltrepassare confini segnati, di accelerare i sensi, letteralmente di prendere il volo.

Informazioni

  • Luogo: CASAMADRE
  • Indirizzo: Piazza dei Martiri 58, Palazzo Partanna - Napoli - Campania
  • Quando: dal 07/10/2021 - al 04/12/2021
  • Vernissage: 07/10/2021 ore 19,30
  • Autori: Maurizio Mochetti
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: martedì-sabato dalle 10.30-13.00 / 14.00-19.00

Comunicato stampa

Maurizio Mochetti è un artista degli anni sessanta. Per come si presenta, con l’ironia e l’insolenza nelle quali nasconde pensieri complessi e lavoro ostinato, nella sua opera si avverte il desiderio, anzi la smania di fare un gioco nuovo, di oltrepassare confini segnati, di accelerare i sensi, letteralmente di prendere il volo. Un vero artista degli anni sessanta questo ha fatto e questo farà per tutta la vita. Comincerà sempre tutto daccapo. Non per sottilizzare, affinare, variare, ma per mantenere la tensione e alzare la posta

Non si tratta di raccontare meglio qualcosa, ma di essere intensi, più precisi, più spinti. Gli anni sessanta di Mochetti sono contemporanei a quelli dell’arte povera, ancorché profondamente diversi. Al colore, all’odore, al peso delle materie viventi, prese dalla realtà naturale e sociale, egli ha contrapposto sin dal principio la leggerezza astratta e insapore dell’idea che vaga da una parete all’altra, rimbalzando sui pavimenti, qualche volta fuggendo in strada e perdendosi nel buio di luoghi invisibili. In comune con i suoi coetanei, dai quali si è sempre distinto cercando una vicina lontananza, Mochetti ha però avuto almeno il desiderio, si dovrebbe dire l’ossessione, di afferrare e manipolare lo spazio. Seppure con intenzioni e soluzioni contrastanti, quello dello spazio espositivo, cioè del contesto dell’arte e infine del mondo così com’è o potrebbe essere, è stato il problema di molti autori degli anni sessanta. Nel suo modo, come se avesse seguito Fontana fin dentro il quadro più famoso, sprofondando nelle sue ferite, lo spazio di Mochetti non ha vita né storia, perché è pura immaginazione, un modo di guardare a occhi chiusi, affinando un’altra sensibilità, completamente mentale. Se fossero necessarie le istruzioni per l’uso delle opere in mostra, andrebbe consigliato di non cercare e di non aspettarsi immagini, anche laddove qualche presenza (la freccia, l’aereo, la luce del laser) pare affermarsi. Direzioni, traiettorie, velocità sono ipotesi cerebrali che ci raffiguriamo per convenzione e il laser è un lampo di luce gettato e perduto nell’infinito in omaggio alle moderne tecnologie. Ogni spazio cambia, ma lo spazio dell’arte ha la peculiarità di divenire senza essere nulla. Non potendo essere definito, non potendo avere alcun fine. Questa è la sua essenza. Scopo dell’arte è mostrare il mutamento dello spazio o, meglio, lasciarlo immaginare. Qui è l’ironia e anche una certa malizia che distingue ogni opera di Mochetti. Il divenire è il lancio della freccia, la parabola solidificata dell’aereo o la sua sparizione camuffata, le pulsazioni luminose che scrivono frasi in codice nel buio, mentre ogni segnale visivo conduce a ciò che guardiamo svanire, a ciò che è destinato a niente, in fondo a tutto quanto per noi è impossibile vedere. E’ facile da capire. La cosa che diviene non è mai quella cosa, se no sarebbe e resterebbe semplicemente quello che è. Lo spazio dell’arte fluttua e vaga nel tempo più incerto, quello che chissà mai se sarà. Un artista degli anni sessanta infatti non può che pensare il tempo che non c’è, mai il futuro, ma solo quello che potrebbe accadere, come qualcosa che dovrebbe poter avvenire per sempre ma che al contrario potrebbe non succedere mai. E, come fa Mochetti, perderne molto di tempo insistendo sulle regole di gioco dell’arte e della fisica per risolvere problemi che affascinano nel loro svolgimento, fino alla prima soluzione e poi la seconda, la terza e così via. Quello è il suo mood e il suo spartito culturale. Così si è intonato al suo mondo. Sapere quale musica ascolti mentre ozia o è al lavoro non ha invece alcuna importanza. Sarebbe scontato cercare assonanze e similitudini tra le sperimentazioni sonore di quegli anni e il suo linguaggio altrettanto astratto e minimale. Di certo c’è però che la sua opera funziona come il rock dell’epoca. Musica che è soprattutto energia, situazione, performance. E tutto è già spiegato nel modo greco di dire energia: il lavoro che è dentro (en-ergon). I diversi linguaggi che contraddistinguono la scena artistica degli anni sessanta, in un modo o nell’altro, agiscono nello spazio come l’unica grande cornice che contiene forze oscure, prive di governo, incerte, senza sbocco, destinate a scontrarsi o a rincorrersi in velocità. Quelle di Mochetti e quelle degli artisti della sua generazione sono opere aperte e paradossalmente chiuse in se stesse. Opere che non trovano spazio. opere che non vanno a tempo. Non dicono, non spiegano, non mostrano. Sono tentativi di esistere. Per sempre giovani, direbbe Bob Dylan.