Matteo Manfrini – steadydiet (tabularasa)

Parma - 18/07/2020 : 01/08/2020

La mostra steadydiet (tabularasa) di Matteo Manfrini (1983) dà il via al progetto *Drag and Drop, trascinare e rilasciare, una magia dell’età contemporanea che ci permette di scegliere un oggetto virtuale, afferrarlo e trascinarlo in una posizione diversa.

Informazioni

  • Luogo: DISPLAY
  • Indirizzo: Vicolo al Leon D'Oro 4/A - Parma - Emilia-Romagna
  • Quando: dal 18/07/2020 - al 01/08/2020
  • Vernissage: 18/07/2020 ore 18
  • Autori: Matteo Manfrini
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: su appuntamento

Comunicato stampa

Matteo Manfrini
steadydiet (tabularasa)


(Testo di Ilaria Monti)

La mostra steadydiet (tabularasa) di Matteo Manfrini (1983) dà il via al progetto *Drag and Drop, trascinare e rilasciare, una magia dell’età contemporanea che ci permette di scegliere un oggetto virtuale, afferrarlo e trascinarlo in una posizione diversa.
Drag and Drop di Display rievoca questo incantesimo tecnologico e lo traspone nella realtà. Idee, sogni, proiezioni e simboli, dragged and dropped, da uno spazio artistico all’altro



Prima tappa del ciclo tabularasa, la mostra di Manfrini è parte di un progetto con cui l’artista si propone di esplorare il rapporto tra scultura, spazio e ambiente come luoghi di esperienza e relazione. In questo senso, la scelta di dislocare Display da Parma alla home gallery sul Lago di Garda fa riferimento alla dimensione individuale dell’abitare e a come il dato biografico, per necessità, si riversi nella scultura.

«Gli implacabili, per prima cosa, facevano piazza pulita», scriveva Walter Benjamin in Esperienza e povertà (1933), dove immaginava i “nuovi barbari” come coloro che tra le macerie del presente cercavano una via d’uscita, una nuova combinazione per ricostruire con poco. I nuovi barbari sono stati costretti a ricominciare da capo. Cogliendo questa suggestione Matteo Manfrini risana il proprio rapporto col mondo nella scelta di un’esperienza povera perché essenziale: steadydiet fa riferimento ad un nutrimento parco, minimo e indispensabile, che allude alla necessità di misurarsi con uno spazio raso al suolo dai bombardamenti visivi e linguistici del nostro tempo. A sua volta, tabularasa implica una cernita di valori intesa come processo in cui alla rimozione e alla riduzione segue la verifica di quel che resta dell’esperienza, quella dei luoghi e degli spazi abitati che l’artista osserva mutare e di cui con la scultura rende presenti le tracce.

La serie rappresenta il capitolo di una ricerca sullo stato di esistenza delle cose nello spazio e nella materia con cui l’uomo si relaziona. La scultura quindi diventa il mezzo con cui riformulare le modalità dell’abitare e con cui indagare il campo dei rapporti uomo-natura, oggetto-spazio e tecnica-scultura al di là di ogni polarità, e anzi osservando il continuo sconfinare e migrare di questi elementi gli uni negli altri.
Le sculture lignee realizzate tra il 2004 e il 2018, insieme alle installazioni site-specific, potrebbero raccontare a più livelli la storia di tre vite: quella dell’artista, quella dei larici trentini da cui le opere nascono e quella degli oggetti utilizzati nelle fasi del lavoro oppure recuperati dalla vita di qualcun altro. Le opere segnalano e custodiscono nella materia ciò che resta di queste storie. Il legno del larice richiama il dato biografico e la scelta abitativa di un luogo radicale – nell’accezione botanica del termine, relativo ad una radice profonda ed essenziale che Manfrini fa propria; l’impiallacciatura conserva l’essenza del legno e ne evoca le possibili metamorfosi. Ancora, l’intento evocativo è particolarmente forte negli strumenti che l’artista priva dell’originaria funzione, riducendoli a oggetti estetici con cui attivare un rapporto esclusivamente visivo. In questa nuova dimensione affiora poi una sottile ironia verso gli oggetti d’uso che, come fossero umani, a volte sembrano rivendicare il ruolo pratico che un tempo hanno avuto.

Nel far tabula rasa, l’azione di riduzione è anche uno svelamento della natura dell’opera. Su alcune sculture in particolare è applicata la foglia d’ottonella che veste le figure umanoidi di un sottile strato dorato. Nel confrontarsi con la tradizione che risale alla scultura lignea e policroma di un Medioevo sacro e artigianale, Manfrini volge il suo sguardo anche al vuoto di immagine creato dai capricci estetici che rendono la decorazione un’ossessione. Il finto oro, infatti, è destinato a svelare la sua povertà: l’ottonella sottopone la superficie dorata a processi di ossidazione e reazione all’atmosfera in cui l’opera come ogni altro essere vivente e presente è immersa. I corpi lignei possono funzionare quindi come dispositivi diacronici che esplorano e attraversano spazi di tempo nei quali essi esistono soltanto in potenza, con le loro grossolane sembianze lasciate aperte al divenire. Così, steadydiet è popolata da una nuova specie vivente, una tribù che a tratti è vestita d’oro solo per smascherarsi e mostrarsi nella durata. È una specie messa al mondo dall’artista per rispondere all’esigenza di desublimare lo spazio e il sistema delle immagini, e restituirne poi un’esperienza immediata. Le sculture sfiorano la dimensione dell’archetipo: si mostrano come un principio originario e contemporaneo al tempo stesso, con cui Manfrini mette in discussione il culto della tecnica attraverso una tecnica di culto storicamente legata agli oggetti di devozione.
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BIO:
matteo manfrini (1983)
https://matteomanfrini.org

ENG:

(Written by Ilaria Monti)

steadydiet (tabularasa) by Matteo Manfrini (1983), starts the project *Drag and Drop, a magic of the contemporary age that allows us to choose a virtual object, grasp it and drag it in a different location.
Drag and Drop by Display, evokes this technological enchantment and transposes it into reality. Ideas, dreams, projections and symbols, dragged and dropped, from one artistic space to another.

The exhibition is the first stage of the tabularasa cycle by Manfrini and part of a project conceived by the artist to explore the interrelation between sculpture, space and the environment as places where experiences and relationships happen. In this sense, the Display's relocation from Parma to the home gallery located by the Garda Lake refers to the individual dimension of the daily life and highlights how biographical data is poured out into the sculpture by necessity.

«There have always been the inexorable ones who begin by clearing a tabula rasa» said Walter Benjamin in Experience and Poverty (1933). He imagined new barbarians as the ones who were seeking for a way out among the ruins, the ones who were seeking for a new combination to build up something knew with the little they have. The new barbarians were forced to start over to do that. By seizing this suggestion, Matteo Manfrini restores his own relationship with the world choosing a poor and therefore substantial experience: steadydiet refers to a minimal and essential nourishment and to the need of clearing the field of visual and linguistic bombing. This is why tabularasa involves a sorting of values, something that can be seen as a removing process always followed by a verification of what remains of the artist’s experience in the places where he lives, places he can keep the traces of through the carving.

The series is the chapter of a research on how things exist the space that men relate to. Therefore, the carving becomes the medium to reformulate the ways of living, but also to investigate the relationship man-nature, object-space and technique-sculpture, and these are not seen like opposing pairs, but as elements that can always cross and migrate into each other.
The wooden sculptures created between 2004 and 2018, along with the site-specific installations, could tell the story of three lives: that of the artist, that of the Trentino larches from which the artworks are born, and that of the objects which are used in the working phases or rescued from someone else’s life. The artworks point out what of these stories can stay in time and how they are present in the matter they come from. The larch recalls indeed a biographical detail and the choice to live in a radical place – term used with his botanical meaning, relating to a deep root that Manfrini has taken up; the veener preserves the wood essence and evokes its potential metamorphosis. Still, an evocative purpose is also clear when the artist takes the working tools out from their original function, so that they just stick around as aesthetical objects for a visual experience. Eventually, there’s a subtle kind of irony in these objects, for they all have had a practical role and a past life that now they even seem to claim back.

By clearing a tabula rasa, the act of reducing also implies a revelation of the artwork’s inner nature. There’s a brass leaf applied on some sculptures like a golden dress, which recalls the traditional wooden and polychrome sculpture from Middle Age’s crafting and all the historical issues related to the ornament. Through the fake gold Manfrini actually looks at the void that decorations create when they are compulsively gained on a surface because of an aesthetical whim. In fact, the layer is bound to reveal its poverty: the brass leads the sculptures to an oxidation reaction through which the artwork reveals itself like any other living thing, surrounded by the atmosphere. Thus, the sculptural bodiesmay function as diachronic devices which are able to explore spaces made of time, where they exist like unfinished developing beings that still have to become. It’s like they belong to a new living species, a small tribe sometimes dressed in gold to reveal its perishable nature and showing themselves over time. The artist brought this tribe into the world to meet the need for a de-sublimation of the space and the system of images, that he feels to be necessary for an unmediated experience. An archetypical power rises from these sculptures: they are like a primal and yet contemporary principle that Manfrini uses while questioning the cult of technique via the technique of cult, historically tied to devotional objects.
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BIO:
matteo manfrini (1983)