Massimo Palumbo – ….cambio di stagione A quando?!

Roma - 03/11/2011 : 09/11/2011

In mostra l’installazione di Massimo Palumbo “….cambio di stagione A quando?!”.L’auspicio ad un cambiamento sociale percepito come necessario se non indispensabile è espresso dall’architetto/artista in maniera provocatoria ed ironica, attraverso cioè l’utilizzo di un insieme di stampelle, materiali di uso quotidiano.

Informazioni

  • Luogo: OPERA UNICA
  • Indirizzo: Via Della Reginella 26 - Roma - Lazio
  • Quando: dal 03/11/2011 - al 09/11/2011
  • Vernissage: 03/11/2011 ore 18.30
  • Autori: Massimo Palumbo
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: aperta 24 ore su 24.
  • Email: massimo.palumbo@libero.it

Comunicato stampa

Giovedì 3 novembre dalle 18,30 presso la Galleria Opera Unica di Romasarà possibile vedere l’installazione di Massimo Palumbo “….cambio di stagione A quando?!”.L’auspicio ad un cambiamento sociale percepito come necessario se non indispensabile è espresso dall’architetto/artista in maniera provocatoria ed ironica, attraverso cioè l’utilizzo di un insieme di stampelle, materiali di uso quotidiano. E'da una riflessione su questi materiali che si compone l’installazione

L’arte entra in stretto contatto con la società, da cui scaturisce e con cui interagisce facendosi portavoce di un messaggio di rinnovamento, rinnovamento raggiungibile proprio attraverso il linguaggio artistico, espresso da Palumbo con materiali poveri assemblati tra loro, “(…) in una ricerca raffinata e sperimentale assimilabile alla riflessione sviluppata nell’ambito di correnti come l’Arte Povera e il Minimalismo (…)” (Cristina Costanzo, storica e critica d’arte).

L’utilizzo di materiali poveri è una costante nella poetica artistica di Massimo Palumbo, che scaturisce da un discorso etico volto ad una critica alla società odierna basata sul consumo di massa: ad un mondo che quotidianamente ci spinge a comprare oggetti destinati a diventare presto obsoleti e ad essere dimenticati e gettati, Palumbo risponde recuperandoli e assemblandoli, rinobilitandoli per conferire nuova vita anche da cose apparentemente distrutte, perché “nulla si distrugge”. A questo punto viene da chiedersi se siano più utili gli oggetti quando sono nuovi o quando, gettati, vengono recuperati da Palumbo per le sue opere; occorrerebbe quindi interrogarsi sul concetto di “utilità”. Anche la scelta del bianco nelle opere di Massimo riflette una volontà critica e la ricerca di un’alternativa ad una società sempre più prepotente e chiassosa, a cui Palumbo risponde eliminandotutto ciò che è superfluo; “demolire per ricostruire”, assunto basilare della filosofia postmoderna: Palumbo vuole esprimere la necessità di togliere, di levare, al fine di raggiungere l’essenzialità. Essenzialità che ha un fine etico, non meramente estetico, in un mutuo dialogo tra arte e società: tutto deve avere un senso, trasmettere un messaggio che consenta una crescita collettiva. Il rapporto tra arte e società e l’esigenza di conferire un senso si riflette anche nell’ambito delle installazioni urbane di Massimo Palumbo, come “La fiamma del carabiniere”, monumento in Piazza della Libertà a Latina dedicato ai caduti di Nassyria. Il fatto che l’opera sia piegata è funzionale al significato che Palumbo vuole trasmettere: sottolineare cioè che dietro una divisa militare c’è prima di tutto un essere umano, cosa che l’umanità tende a dimenticare. La predilezione di Palumbo per le diagonali, per il decentramento, sia in opere su scala grande che in lavori di dimensioni minori, nasce da un desiderio di antimonumentalità da parte dell’artista. (Laura Cianfarani)

Su “…cambio di stagione A quando?!” riportiamo il testo critico di Francesca Piovan, critica e storica dell’arte: “Una semplice gruccia, appartenente alla quotidianità di ogni individuo e perciò ampliamente assimilata dalla comune cognizione conoscitiva, irrompe dallo spazio modificandolo e occupandolo prepotentemente. Un oggetto di uso quotidiano dunque, esile e leggero, diviene enorme e potente come il messaggio sito sia nella disgiunzione frammentaria della forma originaria, sia nella de contestualizzazione dell’occasione d’uso. È in questo modo che Massimo Palumbo manda in scena gli inusuali interpreti, siano essi lamiere, acciai, gessi, legni, sul grande palcoscenico della nostra epoca storica. E’ in questo modo che l’artista dona forma e vigore ai propri ideali, tramutandoli in quesiti e provocazioni, conditi da una sana satira, prerogativa indiscussa del popoloitalico. E sul palco del nostro incerto “oggi”, titubante nella lungimirante proiezione di un’ inconsistente “domani”, il Bianco, accecante nella sua purezza, di Massimo Palumbo sembra urlare, sembra implodere, mentre invoca ascolto, aiuto, soccorso. Quindi ilfare artistico assimila l’oggi storico ed epocale, lo cristallizza, lo rende visibile e vivibile, è in grado di donare sintesi e struttura corporea ad un antico concetto mentale, mai sopito: il cambiamento, l’evoluzione, che si contrappone intellettualmente alla stasi, al ristagno sociale, al’immobilità d’azione. L’opera di Massimo è interrogazione ed affermazione insieme, sollecitazione e sarcasmo, è provocazione e stimolo, è messaggio verbale e constatazione materiale, è logica e semiotica, è una finestra socchiusa sul nostro vissuto e spalancata sul nostro vivere, non è una visione ideologica utopistica, non muove dall’esigenza di dover inventare un nuovo sistema, muove altresì dal reale bisogno di (ri)compattare e dare nuova linfa alle radicate convenzioni di un popolo, eperciò è quanto di più concreto l’arte concettuale del giovane terzo millennio possa offrire ad una sociologia ormai antica e logora. Una semplice gruccia, elevazione allegorica di una frantumazione ideologica, è quanto di più esemplare l’arte contemporanea possa elaborare e restituire alla sensibile attenzione di coloro che, andando oltre, riescano a misurarsi e ad identificarsi in ogni singolo elemento di una tale alienante disgregazione”. (Francesca Piovan)

Massimo Palumbo nasce a Casacalenda in Molise nel 1946. Nel 1972 consegue lalaurea in Architettura a Roma. Attualmente risiede e lavora a Latina. Daglianni Ottanta si interessa al Design e alle Arti visive, indagando il rapporto tra arte e ambiente, inteso sia come spazio urbano che come natura. In questo contesto diviene promotore del Progetto Kalenarte, che vede la realizzazione di un Museo all’aperto d’Arte Contemporanea nella sua città natale, che opera in sinergia con la “Galleria Civica d’Arte Contemporanea Franco Libertucci” di Casacalenda.

Collabora attivamente con MAD Rassegna d’arte contemporanea a cura di Fabio D’Achille, con cui ha esposto nella personale “…noi che non abbiamo tetti…” ospitata nel Teatro Comunale e nel Palazzo della Cultura di Latina. Sempre con MAD ha partecipato a MAD Procoio 2011 con le installazioni “Procoio…orto o scavo?” e “Forconi precari, precari con forconi”.

Nei prossimi giorni all’interno della Raccolta Manzù di Ardea diretta da Marcella Cossu esporrà la sua installazione “mangiamo cultura, con la cultura si mangia…”, già ospitata all’interno del foyer del Teatro Comunale Gabriele D’Annunzio di Latina, installazione composta da un nastro su cui vengono disposti vassoi con pane e libri, con cui l’artista vuole esprimere la possibilità di una crescita raggiungibile attraverso un nutrimento culturale, nonché la necessità di promuovere la cultura e di investire su di essa.