Marco Craig – Witness 1:1

Milano - 20/02/2020 : 27/03/2020

La produzione fotografica di Marco Craig, raccolta sotto il titolo “WITNESS 1:1”, si rinnova con oltre venti nuovi soggetti.

Informazioni

  • Luogo: STILL
  • Indirizzo: Via Balilla, 36 - 20136 - Milano - Lombardia
  • Quando: dal 20/02/2020 - al 27/03/2020
  • Vernissage: 20/02/2020 ore 19
  • Autori: Marco Craig
  • Curatori: Denis Curti
  • Generi: fotografia, personale

Comunicato stampa

Dopo il successo registrato nella passata edizione del MIA PHOTO FAIR, la produzione fotografica di Marco Craig, raccolta sotto il titolo “WITNESS 1:1”, si rinnova con oltre venti nuovi soggetti e viene ospitata dal 20 febbraio (opening ore 19) presso la Galleria Still, diretta da Denis Curti.
“Witness 1:1” mantiene inalterata la struttura progettuale e si arricchisce di nuovi “oggetti” utilizzati da grandi campioni dello sport in occasioni davvero speciali.
E’ il caso della bicicletta Colnago Nuovo Mexico con la quale Giuseppe Saronni scrive una pagina di storia del ciclismo italiano e internazionale

E’ il 5 settembre 1982 e Saronni, mani basse sul manubrio e pedalata potente, si impone ai campionati del mondo in Gran Bretagna con quella che passa alla storia come “la fucilata di Goodwood”, forse la volata più spettacolare degli annali delle due ruote.
Altro oggetto di culto è il casco indossato da Giacomo Agostini, asso del motociclismo, nelle gare del Gran Premio di Brno in Cecoslovacchia. E’ il 20 luglio 1969: Neil Armstrong, astronauta dell’Apollo 11, mette il primo piede sul suolo lunare e Agostini, protagonista di pagine epiche, conquista due titoli del mondo nelle classi “350” e “500” con le MV Agusta. Questa vittoria, così come l’allunaggio, è un fatto storico: quell'anno “Ago” vince tutte le gare e a oggi è il pilota più titolato che il motociclismo abbia mai conosciuto. Il passamontagna bianco che disegna la sagoma di un cuore conserva a futura memoria l’eccezionalità dell’impresa condotta da Reinhold Messner. Lo indossa l’alpinista e scalatore italiano quando l’8 maggio 1978, con il compagno Peter Habeler, raggiunge la vetta del Monte Everest, senza bombole di ossigeno. I due si impongono alla fama planetaria, perché compiono un’impresa fino ad allora ritenuta impossibile, al punto di essere accusati di aver utilizzato di nascosto piccoli ausili. Illazioni messe a tacere due anni dopo, quando Messner compie l’ascesa in solitaria, facendo ricorso solo alle sue forze e alla sua competenza.
Le fotografie di Craig sono il risultato di una meticolosa indagine. Dopo aver selezionato un elenco di eventi storici in campo sportivo, Craig si mette alla ricerca degli oggetti immortali e iconici, che li ricordano. Dietro a ciascuno di essi c’è sempre una storia interessante.
Ogni immagine è stampata nel formato 1:1, in una logica di corrispondenza con l’oggetto ripreso, ed è realizzata in 5 esemplari.

Witness/parte 2

Presentazione di Denis Curti

Il guanto rosso di Michael Schumacher. La tuta blu di Alberto Tomba, la maglia di Michael Jordan dei Chicago Bulls e molti altri oggetti, attrezzi o indumenti appartenuti e usati in un momento particolare dai campioni dello sport. Ogni foto è una storia. Ogni scatto un simulacro. Quasi un ex voto. Una reliquia. Una promessa. Un’ emozione.
Potrebbe essere questa la sintesi descrittiva del progetto “Witness” di Marco Craig che, con un work in progress (il lavoro non è ancora concluso...) va costruendo una sorta di campionario di cimeli, per nulla feticista, direi, e tendente alla valorizzazione simbolica di uno story-telling contemporaneo.
Gli oggetti, fotografati in pianta, sono stati inseriti in una busta sottovuoto e ognuno è accompagnato da una piccola etichetta anticata che funge da didascalia. Si tratta di scelte estetiche necessarie a rendere omogeneo una raccolta molto diversa per forme e dimensioni.
In più, viste dal vivo, le immagini sono davvero impressionanti: stampate nella proporzione uno a uno, sono capaci di restituire emozioni e di contenere memoria.
La prima volta che ho incontrato queste fotografie ho preso degli appunti mentali: luce bianca, silenzio, concentrazione, prevalenza del rosso, serenità, lentezza, zero orizzonti, nessun luogo e tutti i luoghi del mondo, memoria degli altri, unicità. Ho pensato a queste immagini come a pezzi di mondo separati tra loro, che, semplicemente per il fatto di essere stati fo- tografati, assumono un nuovo significato. Improvvisamente ho capito che anche l’immaginazione fa parte dello spazio, diventa palpabile e visibile. Dentro queste fotografie c’è fisicità, c’è la consistenza della luce e dell’aria. E’ per questo che si percepiscono come un tutt’uno, come un abbraccio collettivo.
Mi sono anche interrogato sulla fotografia di genere. Che cosa sto guardando? Immagini sportive? Still-life? Prove indiziarie?
Nulla di tutto questo, ovviamente.
Una volta, intervistando un fotografo sportivo, ho raccolto questa frase: “Se vedi l’azione vuol dire che l’hai persa”. Questo il mantra di chi dimostra di essere capace di stabilire un rapporto di sintonia con gli atleti e di entrare nell’euforia vibrante del pubblico. Marco Craig ha messo in scena esattamente il contrario. Se è vero che tempismo e reattività sono da sempre alla base di un certo modo di fotografare, questa serie ribadisce, invece, l’importanza del progetto, della ricerca e del pensiero, perché questi scatti prendono le distanze dai generi specifici e fanno il loro ingresso nella dimensione contemporanea del racconto.
Quando Man Ray dice: “...fotograferei più volentieri un'idea di un oggetto, e un sogno piuttosto che un'idea”, forse ci sta dicendo che la grammatica delle immagini non ha mai cercato di seguire le regole della parola. Ci sta confermando, in nome di una precisa e necessaria autonomia, che la fotografia è figlia dello spirito moderno e borghese con la sua na- tura specifica, quella della riproducibilità, distruggendo così l’aura legata al concetto di unicum e facendosi “art moyen”, facilmente accessibile, meccanicamente semplice. E tutto questo io lo ritrovo nel lavoro di Marco Craig.