Majatica Jazz Festival 2026
Il progetto Museo Diffuso degli Improvvisatori trasforma il festival in una mostra, creando un registro dinamico di linguaggi, musicisti e luoghi. Durante il festival, i musicisti lasciano traccia della loro arte girando brevi docu-film.
Comunicato stampa
ISOLE – il Museo Diffuso dell’Improvvisazione
Majatica Jazz Festival (10° edizione)
10-14 agosto 2026
«Isole nasce all’interno del Majatica Jazz Festival 2020, come un festival segreto durante il periodo del Covid, eseguito senza spettatori e ripreso totalmente in esterna. I primi protagonisti furono improvvisatori e videomaker che vivevano e operavano tra Basilicata e Puglia. Una pocket edition pensata durante il covid che poi è cresciuta, si è consolidata ed ha aperto ad un vero e proprio Museo Diffuso dell’Improvvisazione con artisti internazionali. Cosa sono? Sono messaggi che gli artisti lasciano ai posteri. A fra 500 anni. Rappresentano roccaforti intoccabili, dove ogni artista è libero e insindacabile, dove lo spettatore può raccogliersi in un’intimità di ascolto difficile o può rigettarla in totale autonomia. Isole sono gli artisti stessi, rappresentati in forma di naufraghi o di eremiti, che lavorano sulle distanze siderali. E i loro appelli sono suoni. L’intento è quello valorizzare i luoghi del paese come metafora di un’Italia minore, sorprendente teatro stratificato e secolare di pulsioni (di volta in volta) contemporanee».
Attraverso una combinazione di musica, fotografia, video e tecnologia portatile, gli spettatori si rendono autonomi nella fruizione “temporale” dello spettacolo (il quando), ma vincolati nella fruizione spaziale (il dove). Le anteprime delle isole girate nel 2025 saranno visibili dal 10 al 14 agosto nella sala d’eccezione allestita nella magnifica Chiesa di Santa Chiara.
Fabio Vito Lacertosa &Raffaele Pecora – Direttori Artistici
Il progetto Museo Diffuso degli Improvvisatori trasforma il festival in una mostra, creando un registro dinamico di linguaggi, musicisti e luoghi. Durante il festival, i musicisti lasciano traccia della loro arte girando brevi docu-film. Il materiale, montato e reso fruibile, costituisce il nucleo di un'esperienza espositiva totalmente autonoma per lo spettatore. L'esperienza si configura come una caccia al tesoro tra luoghi segreti che fungono da metafora di un'Italia meno nota. Lo spettatore stesso diventa un'"isola" nel momento dell'ascolto in cuffia, partecipando a un confronto tra i codici dell'arte e la realtà circostante. Il progetto celebra il movimento e lo sfiorarsi di natura e cultura.
Nel corso delle varie edizioni le “isole” sono diventate luoghi dove note e parole si incontrano, si fondano e si confondono; dove quindi majatica può essere anche maieutica, ma anche il contrario.
La molteplicità dei linguaggi nasce da dialogo, ironia e ricerca autonoma della verità autentica: letteralmente "arte della levatrice" (l'ostetrica), ma anche “l’arte di tirare fuori”, di estrarre. Come l’oliva, la musica è principio immutabile dalla profondità dei secoli che non insegna ma estrae la storia dalle radici e l’olio dal suo frutto.
Se le isole sono suoni, le parole diventano ponti ma i protagonisti sono sempre i musicisti del Museo Diffuso degli improvvisatori che “isolano” i suoni della musica e lanciano ponti di parole: da improvvis-ante a improvvis-azione.
Ordo ad caos cioè dall'ordine al caos; ecco le parole “caotiche” dell’edizione Majatica 2026:
Francesca Tandoi – Keyboard “Il Patriarca”: patriarca – sogno
Simone “Monne” Bellavia & Martin Bellavia “Chiesa di San Francesco” – Bass & Guitar: riverbero – protezione – amplificareilsilenzio
Toti Canzoneri: rondini – ritmi – d’incanto – contaminazione
Giulia Barba & Marta Raviglia – “Fontana delle Rose”: acqua – vento – ossessione – dissonanze – movimentinterni
Daniele D’Alessandro & Andrea Rellini – “Fontana delle Rose”: incastri – crossover – magia del materiale
Jacopo Albini & Gaetano Fasano – “Chiesa di San Francesco”: scambio – radici – “cazzeggio”
Stefano Zenni: vocabolario – ulivi – forzamorbida - museodellimprovvisazione – jazz – polivocità – flusso – avanguardia
Furio Di Castri – Double Bass “Fontana delle Rose”: presenza – messaggio – futuro
Pasquale Fiore: nomade – metropoli
Fabrizio Bosso: respirare – dialogo
Enzo Avitabile: accoglienza – valorepiualto – semplicità – “Nun sapim campa’ ma ce menamme”.
Ordo ab caos cioè dal caos all’ordine:
Immagina un patriarca seduto sotto un filare di ulivi. Non uno di quelli che comandano. Uno che ascolta.
Ha imparato una cosa, negli anni: ogni sogno lascia dietro di sé un riverbero. È come quando una nota smette di essere suonata eppure continua a vivere nell'aria, ostinata, invisibile. È lì che bisogna stare. In quel punto preciso dove il silenzio non è assenza, ma una materia da amplificare.
Le rondini lo sanno. Arrivano ogni stagione seguendo ritmi che nessun compositore potrebbe scrivere. Disegnano crossover nel cielo, intrecci, incastri, movimenti interni che sembrano casuali e invece custodiscono una grammatica segreta.
L'acqua, il vento, le radici: tutto dialoga. Nulla resta uguale a sé stesso. La contaminazione non distrugge. Trasforma. È il modo con cui la vita continua a inventarsi.
C'è anche l'ossessione, naturalmente. Cammina accanto alla dissonanza come due musicisti che fingono di non conoscersi. Poi, d'incanto, trovano la stessa corda. Ed è allora che nasce la magia del materiale.
Forse è questo il mondo: un immenso museo dell'improvvisazione. Nessuna opera è finita davvero. Ognuno entra con il proprio vocabolario e ne esce parlando una lingua diversa, più larga, più ospitale. È la polivocità delle esistenze, il flusso che nessuno riesce a fermare.
Perfino il cazzeggio ha una sua dignità. Perché ci sono verità che arrivano solo quando abbassi la guardia, quando smetti di voler essere perfetto e ti concedi il lusso di perderti.
L'avanguardia non è correre davanti agli altri. È avere il coraggio di guardare il futuro senza tradire le proprie radici. È avere abbastanza presenza da scegliere la forza morbida invece della violenza.
Respirare. Fare della protezione un gesto di fiducia e dell'accoglienza una casa aperta. Restare nomade anche quando si torna a casa.
Forse il valore più alto è proprio questo: custodire la semplicità in un tempo che la scambia per debolezza.
E allora il messaggio diventa quasi invisibile, come il vento. Non pretende di convincere nessuno. Passa. Ti sfiora. E, se sei fortunato, cambia il ritmo con cui guarderai il mondo.
“Nun sapim campa’ ma ce menamme”
Giuseppe Balena