Macchi | Sugimoto| Gupta

San Gimignano - 27/10/2018 : 13/01/2019

Galleria Continua inaugura le mostre personali di JORGE MACCHI, HIROSHI SUGIMOTO e SHILPA GUPTA.

Informazioni

Comunicato stampa

JORGE MACCHI
Suspension Points

a cura di Laura Hakel

Inaugurazione sabato 27 ottobre 2018, via del Castello 11, 18-21
Fino al 13 gennaio 2019, da lunedì a domenica, 10-13 / 14-19


Con la mostra “Suspension Points” Galleria Continua è lieta di ospitare a San Gimignano uno degli artisti di maggior rilievo del panorama artistico latino americano contemporaneo, Jorge Macchi

La personale che l’artista presenta negli spazi della galleria si compone di una serie di opere che intrecciano rifermenti alla letteratura, alla musica, ai film e alla storia dell’arte con l’accidentale, l’onirico, l’umorismo e la tragedia: sculture di piccole e grandi dimensioni, dipinti a olio su tela, acquarelli, installazioni e due opere frutto di una nuova collaborazione tra Macchi e il musicista e compositore argentino Edgardo Rudnitzky.

Jorge Macchi costruisce una poetica di sospensione, di ciò che persiste contro il tempo o fuori dalla cornice. “Suspension Points” prende il nome da un dittico in cui i punti che compongono un'immagine sembrano disperdersi verso i bordi della carta come particelle di polvere soffiate. Segni di punteggiatura all'interno del sistema di scrittura, i punti di sospensione sono ingannevoli. Non solo stabiliscono uno schema ritmico nel flusso di ciò che leggiamo ma coinvolgono anche una sottrazione. Suggeriscono una continuità di qualcosa che non c'è, qualcosa che dobbiamo inferire. Come ellissi fantasma implicite nella cadenza narrativa, spingono il lettore alcuni passi avanti nella finzione attivandone l’immaginazione: qualcosa di simile a ciò che Hemingway produce nella sua "teoria dell'iceberg", dove al lettore è chiesto di sopperire alle omissioni lasciate nel testo con le proprie sensazioni. Queste assenze, deviazioni e modulazioni sono parte della sostanza con la quale Jorge Macchi realizza le sue opere, spiega la curatrice della mostra Laura Hakel.

La ricerca di Jorge Macchi è una continua sollecitazione alla riconsiderazione della relazione tra le cose del mondo e il nostro sistema percettivo e intellettivo. Se i nostri sensi ci permettono di configurare un’esperienza sensibile e di elaborarla in forma di esperienza e conoscenza, Macchi lavora per smontare quel meccanismo di relazione, mettere in crisi la linearità del processo, allertare i nostri meccanismi percettivi e tutto il sistema esperienziale e culturale frutto, anche, di automatismi e meccanicità.

Per accrescere la tensione tra la nostra comprensione logica del mondo e l’esperienza emotiva e sensoriale che abbiamo di esso, l’artista utilizza un’ampia gamma di media.

La cifra pittorica di Jorge Macchi – parsimoniosa e a tratti anti-iconica – ci consegna una visione del mondo fatta di frammenti e ritagli. Gli elementi che compongono i dipinti e gli acquarelli si riferiscono a una modalità visiva storicamente ereditata dalla storia della pittura. Tuttavia è impossibile trovare continuità nel contenuto tecnico e iconografico, tant’è che il loro significato è in qualche modo celato. Macchi traccia un percorso fatto di deviazioni e negazioni e l’interlocutore è chiamato a giocare un ruolo attivo perché la comprensione dell’opera possa avvenire solo attraverso il tempo, la riflessione e la contemplazione dell’immagine.

Con le sue opere Jorge Macchi ricrea le condizioni di una realtà parallela che, in bilico tra realtà e finzione, disturba le nostre certezze e si insinua nelle pieghe della nostra coscienza. Non fa eccezione l’installazione che presenta in platea: “La noche de los museos”. Un’opera realizzata nel 2016 in occasione della prima importante retrospettiva che l’Argentina dedica all’artista. Al centro della platea un grande tappeto su cui giacciono, come caduti dal soffitto, alcuni faretti. Per quanto distrutti illuminano parte della trama mentre il resto della superfice sembra svanire nel nulla. L’opera porta lo spettatore a riflettere sul significato di una delle questioni centrali del lavoro di Macchi, il potere materializzante della luce. Inoltre, come sottolinea la curatrice, questa installazione crea una contraddizione tra il passato e il presente di un’azione, l'ambigua evanescenza di un'immagine e la presenza del visitatore. Senza nascondere il suo artificio, “La noche de los museos” crea una tensione tra ciò che ci aspettiamo e ciò che in realtà non avviene. Frutto di un sofisticato sistema di tessitura digitale, sul tappeto si combinano una ventina di colori: “mi sono sempre piaciute quelle trame che sembrano cubi sovrapposti” - spiega l’artista – “è ovviamente una trama visiva, ma allo stesso tempo crea un'illusione spaziale. La scelta del rosso e del nero mi ha permesso di lavorare con due diverse gradazioni di colore (…) il nero impone una gradazione più brusca della gradazione del rosso per ottenere il colore naturale della lana (…) abbiamo dovuto fare molti test per eliminare i salti nella gradazione dei colori (…). Questo progetto mi stimola a continuare a lavorare su questo supporto per rendere il motivo più complesso e includere ancora più colori”.

Il lavoro di Jorge Macchi resiste a qualsiasi esegesi. Piuttosto che in progressione lineare, le sue opere si presentano come reti semantiche dense e intricate, elegie all’assenza di una visione unica del mondo.


Jorge Macchi nasce a Buenos Aires nel 1963, città dove vive e lavora. È uno degli artisti argentini più in vista tra quelli venuti alla ribalta nel corso degli anni ’90. Nel 2001 riceve il premio John Simon Guggenheim Memorial Foundation Fellowship. Tra le mostre personali ricordiamo: Perspectiva, CA2M, Centro de Arte 2 de Mayo, Madrid, curata da Agustín Pérez Rubio, Spagna (2017); Perspectiva, curata da Agustín Perez Rubio, MALBA (Museo de Arte Latinoamericano de Buenos Aires), MNBA (Museo Nacional de Bellas Artes) e Universidad Torcuato Di Tella, Buenos Aires, Argentina (2016); Lampo, curata da María Iovino, NC ARTE, Bogotà, Colombia (2015); Prestidigitador, curata da Cuauhtémoc Medina, Contemporary Art University Museum (MUAC), Messico (2014); Container, Kunstmuseum di Lucerna, Svizzera (2013); Music Stand Still, SMAK di Gent, Belgio (2011); The Anathomy of Melancholy, Blanton Museum, Austin, USA (2007) e Centro de Arte Contemporanea Galego (CGAC), Santiago de Compostela, Spagna (2008); Light Music, University of Essex Gallery, U.K. (2006); Jorge Macchi, Le 10Neuf, Centre Régional d’Art Contemporain, Monbéliard, Francia (2001); The Wandering Golfer, Museum of Contemporary Art Antwerp (MUHKA), Belgio (1998). L’artista ha partecipato a mostre collettive presso Memorial de América Latina, San Paolo (2017), The Metropolitan Museum of Art, New York (2016), Maison Rouge, Parigi (2015), Fondation Beyeler, Basilea (2014), Fondation Cartier for Contemporary Art, Parigi (2013), National Gallery of Art di Washington (2012), così come a diverse esposizioni internazionali: Kathmandu (2017), Liverpool e Sydney (2012), Lione (2011), Auckland (2010), Yokohama (2008), Porto Alegre (2007), San Paolo (2004), Istanbul (2003), Avana (2000). Nel 2005 ha rappresentato l’Argentina alla 51. Biennale di Venezia. L’opera dell’artista è inclusa in importanti collezioni, tra queste ricordiamo Tate Modern di Londra, MoMA di New York, MUSAC, Museo d’Arte Contemporanea di Leon, CGAC, Centro Galego de Arte Contemporáneo di Santiago de Compostela, Fundación Arco in Spagna, MUHKA di Anversa, SMAK di Gent in Belgio, Fundación Banco de la Nación Argentina di Buenos Aires, MACRO, Museo d’Arte Contemporanea di Rosario in Argentina.

HIROSHI SUGIMOTO
The First Encounter
L’Italia attraverso gli occhi di Hiroshi Sugimoto e l’Ambasciata Tenshō

Inaugurazione sabato 27 ottobre 2018, via del Castello 11, 18-21
Fino al 13 gennaio 2019, da lunedì a domenica, 10-13 / 14-19


Galleria Continua ha il piacere di ospitare “The First Encounter” la nuova mostra personale di Hiroshi Sugimoto, tra i più autorevoli e acclamati artisti contemporanei.

Dagli anni Settanta a oggi l’artista ha prodotto un corpus di fotografie fortemente riconoscibili, icone silenziose, vocate all’essenzialità e strappate allo scorrere del tempo, che colpiscono lo sguardo come archetipi di una civiltà ancora pervasa da un senso di eternità. Il “viaggio italiano“ che Sugimoto presenta negli spazi di San Gimignano muove dagli interni di alcuni cinema storici - tra questi Firenze, Siena, Mantova e Ferrara - luoghi della memoria per eccellenza, dove l’esperienza collettiva si moltiplica ed esplode nei ricordi individuali, fino a ripercorrere parte delle tappe italiane di un celebre viaggio, quello dei “quattro ragazzi” noto anche come l'Ambasciata Tenshō (Tenshō ken'Ō shōnen shisetsu, letteralmente "missione in Europa dei ragazzi dell'era Tenshō").

Nel 1978 Sugimoto inizia la serie dei teatri, immagini - con tempi di esposizione lunghissimi - di drive in, sale degli anni ’20 e ’30, e cinema degli anni ’50 rappresentati durante le proiezioni. Il tempo di esposizione utilizzato per la fotografia corrisponde al tempo di proiezione del film, ciò gli consente di salvare la durata dell’intero film in un solo scatto. Il buio delle sale è progressivamente illuminato dal riflesso della proiezione; l’artista esprime il tempo lungo della proiezione tramite la ricchezza della transizione tonale dalla luce al buio, riuscendo a rendere il senso della durata attraverso la modulazione dei grigi. Nel 2013, dopo un’interruzione di quasi quindici anni, Sugimoto riprende a lavorare sui teatri includendo per la prima volta nei suoi scatti, oltre allo schermo illuminato, anche la platea e la galleria del teatro, estendendo la visuale allo spazio del pubblico. Nel solco di questa più recente ricerca s’includono le opere esposte in galleria.

Nell’estate del 2015 Hiroshi Sugimoto è in Italia per portare avanti il suo progetto sui teatri; visitando il Teatro Olimpico di Vicenza s’imbatte per la prima volta nei “quattro ragazzi” dell'Ambasciata Tenshō. Sono ritratti in uno degli affreschi che decorano la struttura. L'Ambasciata Tenshō è la prima missione diplomatica giapponese inviata in Europa, partita alla volta del vecchio continente per volere del missionario gesuita Alessandro Valignano e di quattro giovanissimi nobili giapponesi convertiti al cristianesimo. L’intento di Valignano è che la missione possa accrescere la considerazione del Giappone all'interno delle alte sfere clericali del vecchio continente, oltre a sfatare alcuni stereotipi sul paese nipponico. Il viaggio inizia il 20 febbraio 1582, quando il gruppo si allontana su una nave lusitana dal porto di Nagasaki, e si conclude il 21 luglio del 1590 con l'approdo, sempre a bordo di una imbarcazione portoghese, nella medesima città. I “quattro ragazzi” visitano il Portogallo, la Spagna e l'Italia, incontrano Filippo II di Spagna, Francesco I de' Medici, i papi Gregorio XIII e Sisto V, oltre a numerosi politici, ecclesiastici e figure di spicco dell'epoca. Già a partire dalla fine della seconda metà del XIX secolo questa ambasceria attira l'attenzione di alcuni studiosi, tutt’oggi è uno degli eventi più rappresentativi dell'incontro e del dialogo tra la cultura europea e quella giapponese. Sugimoto decide di ripercorre le orme dei “quattro ragazzi” vedendo ciò che hanno visto e sperimentando lo stupore e la meraviglia della loro straordinaria avventura. “Ho sviluppato da subito un forte interesse per il viaggio dei “quattro ragazzi” in Italia, racconta l’artista. “Ho iniziato ad indagare i loro spostamenti e ho scoperto che dopo essere sbarcati a Livorno, sono andati a Pisa e a Firenze, a Roma passando per Siena, poi ancora da Assisi a Venezia. Ho fotografato il Pantheon a Roma, la Torre Pendente a Pisa e il Duomo a Siena – tutti edifici che erano già lì quando i “quattro ragazzi” sono venuti in Italia (…). Stavo vedendo gli stessi edifici che avevano visto i “quattro ragazzi” quando mi raggiunsero voci da un tempo lontano: “vogliamo vedere attraverso i tuoi occhi gli stessi luoghi che una volta vedemmo in Europa”, dicevano. Le voci potevano provenire dal regno dei morti piuttosto che da qualche angolo della mia mente, si mescolavano, risuonavano, si facevano udire solo da me come un’eco. Avendo seguito per così tanto tempo, per caso, le orme dei “quattro ragazzi”, presi consapevolmente la decisione di vistare e fotografare anche gli altri luoghi dove erano stati” (da “Hiroshi Sugimoto: Gates of Paradise”, Skira Rizzoli, 2017). Nasce così una nuova serie di opere fotografiche che la mostra di San Gimignano, in parte, raccoglie.


Hiroshi Sugimoto nasce a Tokyo nel 1948. Nel 1970 si laurea alla Saint Paul’s University di Tokyo e successivamente nel 1974, all’Art Center College of Design di Los Angeles. In quello stesso anno si trasferisce a New York, città dove tutt’oggi vive e lavora. Figura poliedrica, ha sviluppato la sua pratica artistica principalmente attraverso la fotografia, associata talvolta a oggetti scultorei, architetture e allestimenti espositivi sperimentali. Sugimoto ha esposto nei musei di tutto il mondo, le sue opere sono ospitate in prestigiose collezioni: Metropolitan Museum of Art, New York; Moderna Museet, Stoccolma; Centre Georges Pompidou, Parigi; Museum of Contemporary Art, Tokyo; Museum of Modern Art, New York; National Gallery, Londra; National Museum of Modern Art, Tokyo; Smithsonian Institution, Washington, D.C.; MACBA, Barcellona; Tate Gallery, Londra. Tra le maggiori personali ricordiamo quelle organizzate presso il Royal Museum of Fine Arts of Belgium a Brusselles (2018), la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino (2017), il Multimedia Art Museum di Mosca (2016), la Fondazione Fotografia di Modena (2015), il Palais de Tokyo di Parigi (2014), il Solomon R. Guggenheim Museum di New York (2013), l’Hara Museum of Contemporary Art di Tokyo (2012), la Scottish National Gallery of Modern Art di Edinburgo (2011), la Neue Nationalgalerie di Berlino (2008), il de Young Museum di San Francisco (2007), l'Hirshhorn Museum di Washington D.C. (2006), il Mori Art Museum di Tokyo (2005), la Fondation Cartier pour l'Art Contemporain di Parigi (2004), il Guggenheim Museum di Bilbao / Deutche Guggenheim di Berlino (2000), il Metropolitan Museum of Art di New York (1995). Nel 1988 ha ricevuto il Mainichi Art Prize, nel 2009 il Praemium Imperiale della Japanese Art Association; nel 2001 il suo lavoro è stato premiato con il prestigioso Hasselblad Foundation International Award, nel 2014 con l’Isamu Noguchi Award, nel 2017 con la Centenary Medal del The Royal Photographic Society, nel 2018 con il National Arts Club Medal of Honor in Photography. A partire dal 16 ottobre le Château de Versailles ospiterà un’ampia personale dell’artista che includerà fotografie, architetture, video installazioni e azioni performative.