Luca Pignatelli

Napoli - 09/05/2014 : 31/07/2014

Le grandi tele di Luca Pignatelli (Milano, 1962) presentate negli spazi della Sala Causa del Museo di Capodimonte, sono la testimonianza del passaggio in atto da un’idea apparentemente tradizionale di fruire il quadro, divulgata attraverso una ricca iconografia storico-monumentale a un’altra, privata di quelle immagini che indirizzano l’osservazione in un sistema d’interpretazione enciclopedico delle memorie storiche.

Informazioni

Comunicato stampa

Il Museo di Capodimonte di Napoli ospita la mostra di Luca Pignatelli, uno tra i più interessanti artisti internazionali contraddistintosi negli ultimi vent’anni per la capacità di intraprendere una ricerca originale, ricca di riflessioni e di spunti critici sul tema della memoria.

Le grandi tele di Luca Pignatelli (Milano, 1962) presentate negli spazi della Sala Causa del Museo di Capodimonte, sono la testimonianza del passaggio in atto da un’idea apparentemente tradizionale di fruire il quadro, divulgata attraverso una ricca iconografia storico-monumentale a un’altra, privata di quelle immagini che indirizzano l’osservazione in un sistema d’interpretazione enciclopedico delle memorie storiche

Il vocabolario espressivo di Luca Pignatelli attinge nel territorio complesso della multidisciplinarietà, coniuga la Storia con la ricerca tecnica e individua in questo processo la chiave per accedere alla conoscenza superiore. E’ questa la grande capacità dell’artista di stupirci creando quel senso di sorpresa improvvisamente indirizzato a indagare tra le imperfezioni, le aggiunte, gli squarci delle tele organizzati per una fuga inaspettata verso visioni e conoscenze inaspettate.

L’atemporalità e il metalinguaggio palesati oggi da Luca Pignatelli nella visualizzazione del suo lavoro, ci permettono di confrontare i nostri saperi con quelli di luoghi e culture lontane nel tempo e sentirli più vicini. “Luca Pignatelli- scrive Achille Bonito Oliva - ha realizzato pitture e sculture che rappresentano la condensazione formale di una visione. Essere visionari non significa necessariamente alterare le simmetrie della comunicazione linguistica, ma semmai portarle in una condizione di corrispondenza col proprio immaginario. La forza di Pignatelli consiste nella capacità di costruire un paesaggio di figure e di oggetti che non intendono nella propria alterazione misurarsi con i codici visivi della realtà. In questo senso l’artista non è riducibile alla matrice espressionista. Egli non ha risentimenti verso le cose che lo circondano. Ma armato da un indispensabile senso di onnipotenza adotta la creazione artistica come strumento per costruire un universo autonomo e separato dalle cose stesse”.

Una in particolare tra le grandi tele esposte, intitolata non a caso Pompei (2014) ha il compito di segnalare l’ingresso nell’area di consapevolezza fenomenologica del ricordo. E’ una rete strutturale quella che sostiene la formalità esteriore, svestita di tutti gli orpelli figurativi, che si mostra nuda, nella pienezza della sua funzione di pattern geometrico svelato a rappresentare i resti di un contenuto antropico perduto e il mito del crollo archetipo della solidità rassicurante. A guardarle bene queste tele, scopriamo che nulla hanno di ortodosso; realizzate con la tecnica dell’assemblaggio e della sovrapposizione, sono un insieme di stratificazioni materiche con una natura comune. Riutilizzate da molto tempo portano i segni di lacerazioni, di conflitti, di suture rappresentative del tempo trascorso e mentre si sovrappongono e interagiscono hanno una loro vita autenticamente autonoma, proprio come le pagine di un libro condensano in uno spazio limitato un lungo racconto temporale.

Il quadro con la Biga (2014), quelli con le Statue degli imperatori (2014) , immolati nelle casseforme del cemento armato in una posa eterna, e ancora la collezione di Teste che guardano severe il pubblico, confondendo il ruolo tra osservati e osservatori, hanno il compito di suggerire sensazioni dal carattere fortemente marziale e aulico. “Nell’opera di Pignatelli il tempo non è cronologico e lineare, ma piuttosto circolare. La storia non è archeologia ma retaggio culturale reso continuamente presente dalla immanenza dell’arte” (Achille Bonito Oliva). La virata fuori dell’epopea classica, dal tempo in cui tutto sembrava rappresentare l’esaltazione dell’estetica, è la manovra di un aereo da guerra (Aereo e Montagne - 2013), inquadrato mentre sorvola le bianche cime delle montagne innevate, che ci riporta bruscamente a un’altra Storia, più recente ma non meno importante di quella antica. Guardando oltre le figure che si adagiano in superficie impariamo a conoscere altri linguaggi, enunciati dai frammenti di tela, dalle corde, dai fili di canapa, dalle carte ritagliate e dagli altri materiali inclusi nel quadro.

L’opera di Luca Pignatelli conosce una risonanza di portata internazionale sin dagli anni ‘90. Ricordiamo tra le personali più recenti: Istituto Nazionale per la Grafica, Roma (2011), Galleria Poggiali e Forconi, Firenze (2010), 53° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, (2009), Mamac di Nizza (2009), Museo Archeologico Nazionale di Napoli (2008), Teatro India di Roma (2007), Annex Plus–White Box e Ethan Cohen Fine Arts, New York (2006), Galerie Daniel Templon, Parigi (2005), Galerie Mudimadue , Berlino (2004), Generous Miracles Gallery, New York (2004), Leighton House Museum, Londra. Tra le numerose mostre collettive sono da ricordare: Galleria dell’Accademia, Firenze (2014), Palazzo Chiablese, Torino (2014), Museo MAXXI, Roma (2010), Miami Biennale (2010), 53° Esposizione Internazionale d’Arte Biennale di Venezia (2009), Musée Olympique, Shanghai, Losanna (2008), , Palazzo Reale, Milano (2007), ; MACRO, Roma (2006), 50° Esposizione Internazionale d’Arte Biennale di Venezia (2003), Palais du Parlament Eropéen, Strasburgo (2003), Académie Royale de Belgique, Bruxelles (2002), PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano (2000), Isetan Tokyo Museum, Tokyo (2000), International Forum, Tokyo (2000), Musée Nicolas Sursock, Beirut (1997), Musée de Pully, Losanna (1996), XII Quadriennale, Roma (1996).

Catalogo Arte’m: presentazione di Fabrizio Vona; testi di Achille Bonito Oliva, Michele Buonuomo e Angela Tecce.