La terra e lo slancio vitale

Torino - 02/02/2013 : 16/02/2013

Etica del viandante. Così il Romanticismo e Nietzsche definivano la filosofia di vita di chi sta nellla “terra desolata”, come poi l’avrebbe cantata il poeta Eliot, con animo attento e sereno, con attesa e passione, nonostante tutto. E’ un elemento che corre sotto traccia nei lavori dei sei artisti

Informazioni

  • Luogo: GALLERIA ARIELE
  • Indirizzo: Via Lauro Rossi 9 c - Torino - Piemonte
  • Quando: dal 02/02/2013 - al 16/02/2013
  • Vernissage: 02/02/2013 ore 18
  • Generi: arte contemporanea, collettiva
  • Orari: da lunedì a sabato ore 16-19,30

Comunicato stampa

Etica del viandante. Così il Romanticismo e Nietzsche definivano la filosofia di vita di chi sta nellla “terra desolata”, come poi l’avrebbe cantata il poeta Eliot, con animo attento e sereno, con attesa e passione, nonostante tutto. E’ un elemento che corre sotto traccia nei lavori dei sei artisti in mostra collettiva a Torino, alla galleria Ariele dal 2 al 16 febbraio 2013. Cinque piemontesi di Pinerolo e dintorni - Pierantonio Masotti, Antonella Avataneo, Alessio Mezzalama, Enrico Challier, Beatrice Botto - e il siciliano di Siracusa Danilo Ricciardi

Etica del Viandante come fedeltà alla terra e all’umano, esplorazione con l’intelligenza e il cuore dello spazio oltre i ristretti orizzonti, guardando in faccia l’indecifrabilità del destino, abitando il mondo nella casualità della sua innocenza; come sacralità dell’eros; come slancio vitale che lega in continuità l’evoluzione creatrice, i processi del vivere e convivere da un tempo all’altro, da una generazione all’altra, il presente al passato e fa meno oscuro il futuro.
Ha spiegato Filiberto Menna in un suo saggio storico-critico che una linea analitica tendente a concettuale caratterizza l’arte moderna. Le opere di questa collettiva rispondono a un assetto di costruzione formale, a un’estetica del bello e al contempo sono il calco della mente, di un pensiero profondo, rivelano un’esperienza del mondo che è il riflesso di un’esperienza di sé. E’ il modo moderno, contemporaneo di fare arte. ___________________________________________________

PIERANTONIO MASOTTI
L’arte di Pierantonio Masotti vira decisamente verso un’attitudine concettuale – l’idea come componente essenziale del lavoro creativo. In precedenza il suo lavoro era stato nel segno di un raffinato colorismo astratto-concreto. Masotti costruiva patchwork cromatici quasi musivi fatti di colori caldi, vibranti e li incorniciava in telai, ante, scuri ed infissi di vecchie finestre e porte. Poi la svolta analitica. Lui stesso la definisce con il concetto kantiano di sintesi a priori e si può pensare a Kosuth, capofila del concettualismo americano, L’arte di Masotti è idea due volte, così come anche Kosuth la concepiva, l’idea mentale produce l’idea creativa. I materiali, i legni usurati dal tempo, dimenticati non sono più solo cornici ora. Diventano significanti dell’opera stessa, veicolano l’idea del mondo, il pensiero, i valori culturali che l’artista vuole significare. Da cento anni l’arte si avvale di “oggetti trovati” , di materiali consumati dall’uso, abbandonati in solai e discariche. Masotti li recupera con una cifra linguistica nuova, originale, fortemente allusiva. Nel tempo nostro che vive stolidamente il presente perché ha rimosso il passato e non vede futuro. Masotti ricontestualizza materiali che hanno una loro portata simbolica, un “vissuto” nella cultura personale e sociale, una loro pittoricità intrinseca, li aggiusta amorevolmente di colori poveri nei collage, li riporta in vita, “in situazione”, salda simbolicamente il passato con “tranches de vie “ del presente, con segni del nostro quotidiano, della nostra inquietudine. La collocazione allegorica nei collage, il dualismo cromatico di nero e bianco, colori- non colori, tinte rispettivamente della fredda distanza e del silenzio che, con le innumerevoli tonalità del grigio, delle terre-ombra, l’artista privilegia, il taglio delle immagini come inquadrature del cinema e del teatro illuminate da flash di luce di forte impatto suggestivo, riabilitano di un fascino magico-epifanico i vecchi reperti, danno loro un’anima interiore, metafisica, come “rottura del filo dei giorni”, aura di cose antiche e al contempo mai viste prima, qualcosa come oggetti non identificati venuti da altri mondi. Sintesi linguistico-formali di valore concettuale e assetto estetico, i lavori di Masotti riescono quasi sempre di forte impatto visivo ed emozionale, a dispetto del pauperismo dei materiali e dei cromatismi posti in opera dall’autore.


ANTONELLA AVATANEO
Si “entra” meglio nell’arte di Antonella Avataneo se si tiene conto che è stata tra le migliori allieve e la più devota di Antonio Carena, il “pittore dei cieli”, dello spazio siderale. Lo spazialismo di Lucio Fontana infrangeva la barriera della tela per passare oltre, Carena sondava la profondità spaziale ancora con il mezzo della pittura e Fontana lo apprezzava molto. Come il suo maestro Avataneo è pittrice della vastità dello spazio che il genio polisemico della lingua inglese chiama wideness, a significarne il fascino e lo sgomento che se ne prova. Non dipinge il cielo la pittrice pinerolese bensì la terra, le grandi pianure, il deserto, il mare talora. Sono le sue “ipotesi di paesaggio”, nel senso di astrazioni archetipiche, lirico-evocative., miraggi dell’anima, della soggettività profonda, della tensione di libertà, di ecologia dei sentimenti. Ho azzardato a definire la sua pittura una Land Art fatta non fisicamente, camminando da pedone ma nello spazio del dipinto. Rivelatrice di questa tensione all’andare, all’assoluto nella ricerca segnica dell’artista è che lo skyline, la linea dell’orizzonte nel territorio del quadro – ogni volta che la campitura cromatica non sia full-over, tale cioè da occupare tutto il campo visivo – è mobile, spostata in avanti e in alto. I quadri di Avataneo sono stesure di materiali in uso dell’edilizia e di pimenti di colore un po’ alla maniera impressionista, che si accendono delle cromie di volta in volta cangianti della terra, della vegetazione, dell’ “accadere” della luce atmosferica nelle diverse ore del giorno. Le campiture di materia-colore sono pettinate ad onde concentriche, a volute spiraliformi con una duplice valenza: simbolista, la spirale essendo, nell’evoluzione delle specie, tipica delle forme primordiali di vita, visiva perché le onde concentriche allargano lo spazio percepito, il senso di profondità. Nel suo andare immaginifico la pittrice incontra ora oasi di armonia ora le città post-moderne, forse post-apocalittiche,“terra desolata”, le costruzioni calcinate, cineree perché erette non su fondamenta di roccia ma di sabbia, non c’è più presenza umana, restano i segni delle sue malefatte : “Morti bianche”, “Isolina e la violenza sulle donne”, “Crisi economica greca”, “La Libia come l’Iraq”.
ALESSIO MEZZALAMA
Il viaggio, la condizione viandante e nomadica sono al centro del lavoro artistico di Alessio Mezzalama. Dedicato all’Africa, il continente paradigmatico dell’esclusione dai circuiti del benessere nel globalismo planetario. L’Africa ancestrale e, anche qui, la splendida e crudele wideness, gli alto e basso-piani a perdita d’orizzonte, le savane riarse dove il nomadismo di transumanza con le mandrie a cercare l’acqua è condizione dell’esistenza. Sono paste alte, concrezioni di sabbie, argille, frammenti di legno, brandelli di juta in una con disegni in trompe l’oeil i lavori del giovane artista. Evocano come in flash e fermi d’immagine del cinema le solatie, aride terre d’Africa, le rocce, le pietre, le radure, le boscaglie. L’impasto mutua la qualità cromatica stessa degli ambienti naturali, la consistenza delle capanne fatte di materiali organici alla natura dei luoghi, all’instabilità nomadica dei nativi. Figure umane abitano quegli scenari, sono gli esclusi, gli outsider del nuovo ordine globale. Disegnatore abilissimo l’artista li delinea amorevolmente in trompe l’oeil, ne evoca la fatica di vivere e insieme la nobile e indomita fierezza. Quella che un grande scrittore e critico d’arte, Giovanni Testori chiamava la “regalità dei poveri e dei reietti”. Ora però lo scenario è cambiato, il Nord Africa è percorso da fiamme di guerra. Non più la migrazione interna a seguire il ciclo delle acque e delle piogge ma la fuga dalla guerra e dall’indigenza assoluta che ne deriva. Mezzalama racconta l’odissea sul mare notturno negli “Approdi” e sono i suoi lavori più maturi, potenti di pathos drammatico. Sulla tavola di supporto, ancora campita di sabbia ma meno calda di valori cromatici ora che sbiadisce nel ricordo, si accampano immagini in sequenza, come foto di giornali, fotogrammi di TV e cinema. L’esodo sul mare è reso con effetti speciali, i colori che la psicologia Gestalt chiama filmari, giocati sul dialogo figure-sfondo. Le sagome accalcate dei profughi si confondono con mare e cielo neri di tenebra, gravidi di tempesta e di morte. Approdano da noi. “Nessun uomo è un’isola” è il messaggio. La sorte umana ci accomuna.
DANILO RICCIARDI
E’ pittore antico e modernissimo Danilo Ricciardi. Le sue sono immagini di un’iconografia di gusto Pop, da rotocalco, dipinte con una maestria tecnica del colore, del tonalismo cromatico, distillato di bellezza, seconda pelle della realtà, che non si vede quasi più da nessuna parte. Ricciardi dipinge nudi di donna con la loro carnalità sensuosa su fondo nero. Chi sa di pittura sa che due cimenti con il colore rappresentano da sempre per gli artisti problemi quasi insormontabili: l’incarnato e il nero. Non è affatto semplice individuare il colore della carnagione, la pelle non ha un colorito naturale definibile, l’artista di valore che dipinge l’incarnato sa di dovere giocare insieme la “luce fisica” sopra la pelle e la “luce psichica” sotto di essa. Quanto al nero la storia racconta il primo incontro del giovane Matisse, colorista “fauve”, con il più anziano Renoir, impressionista di matrice classica. In sincerità, dice al giovane l’anziano, non mi piace ciò che lei fa. Potrei dire che lei non è un pittore o un cattivo pittore ma mi trattiene il modo come lei usa il nero. Tutta la vita ho pensato che rompa l’unità cromatica della superficie, io l’ho abolito dalla mia tavolozza. Il suo nero “tiene” nella struttura del dipinto e, mio malgrado, devo dire con certezza che lei è un pittore. Ebbene il siracusano dipinge magistralmente l’incarnato su nero. E’ iconica la pittura foto-realista che Ricciardi fa della donna, signora dell’eros e della vita. Non solo perché così si definisce la pittura di figura ma anche nel senso che l’étimo icona ha di immagine sacra. La carezza soffice della luce, delle ombre sulla carne rendono plastico, esplicito l’eros. E tuttavia il pittore riveste la sensualità delle sue donne di dolcezza, di una pulizia ieratica, sacrale. La dimensione sacra della sessualità - natura naturans, rispetto dei ritmi e rituali all’origine della vita - che avevano tempi e luoghi meno desacralizzati, triviali e al contempo meno ipocriti del nostro. Chi sa, forse da qualche parte nel mondo c’è ancora. Surrealismo magico di Danilo Ricciardi che eleva i suoi nudi femminili a un cielo di “perfezione”.
ENRICO CHALLIER
L’iconicità sacra dell’eterno femminino, la tensione a volare alto sono il cuore della poetica anche dello scultore Enrico Challier. Che scolpisce il tronco d’albero ad intaglio, “ a togliere” dalla materia, figure di giovani donne a tutto tondo che poi dipinge con delicati tocchi e stesure di acrilici e pastelli. La significatività simbolica della natura femminile ed arborea corre parallela. L’ontologia della donna, pensa Challier, ha molto di simile a quella dell’albero, ne ripete la forza e lo slancio vitale tra la terra e il cielo. Alte, snelle e longilinee, flessuose, gambe e fianchi sottili, piccoli seni, modellate sulla tensione e spinta saliente, verticale del tronco, le fanciulle di legno ed anima dello scultore appaiono niente affatto anoressiche, esprimono energia fisica e spirituale. Nondimeno i loro volti si rapportano con una specifica tradizione dell’arte europea, la Malinconia. Sono volti malinconici di ragazze come la Silvia leopardiana, “al limitare di una gioventù seria e pensosa”. A quell’età le ragazze, il poeta spiegava, vivono l’attesa, una tensione di sogni e speranze, “hanno un non so che di divino”. Forti nella loro consentaneità alla natura, veicolo d’amore, desiderio e donazione all’Altro, di armonia del convivere le giovinette scolpite da Challier evocano la sacralità della vita un tempo espressa dalla sapienza ebraica del Cantico dei Cantici, dalle Kòrai della statuaria greca, dal Gotico delle cattedrali con le strutture portanti come alberi che, a guardarle all’interno delle navate “ci si raddrizzava la schiena”. Volando alto, fedeli alla terra, ricercando generosità e bellezza possiamo riprendere, ritiene lo scultore, le tracce della dignità dell’essere umano dalla quale ci siamo rovinosamente distanziati. Si è fatta arte ricucendo brandelli di sacco, recuperando da materie del rifiuto il miracolo della forma. Challier tira fuori dal noce la sacralità della terra, della vita, un sempreverde principio di speranza.
BEATRICE BOTTO
C’è una certa ibridazione simbolista nel linguaggio della pittrice Beatrice Botto. Botto il mondo lo vede colorato quasi tutto di bianco, di cromie fredde, chiare: l’azzurro scalante dal cilestrino al blu, l’indaco, il violetto, neanche tanto il verde. La sua pittura rivela una prima misura denotativa, un nocciolo duro di senso. Donne, coppie di amanti abitano una natura, atmosfere arboree, floreali incantate e magiche, volatili come di sogno, cariche di malia e di simboli. C’è una seconda misura connotativa della figurazione che ne allarga il senso sulla lunghezza d’onda della sensibilità, della necessità interiore dell’artista, espressa dai lineamenti, dai tratti dei volti e dei corpi, dalla dominanza fascinosa, talora abbacinante, inquietante del bianco e del suo fattore luminoso che sempre è indice di assoluto, di sublime, di silenzio in una con quei colori freddi che, nella linguistica pittorica, dicono profondità, tensione di lontananza, ricerca esistenziale di una dimensione altra, idea di spazi dove l’occhio si perde, di cielo, di mare. Gli ultimi lavori della pittrice sono volti femminili, affrancati anche nel colore da necessità mimetica. Non sono autoritratti, dice l’autrice. A me pare invece che in qualcosa le assomiglino, ne evochino con discrezione il profilo i tratti la melanconia, che dicano la sua propensione introspettiva volta a guardare il mondo come esperienza e proiezione di sé. Desta sempre stupore con il suo candore il bianco in chi guarda con attenzione la neve con i suoi cristalli, il ghiaccio, le nebbie, il latte, l’incanto stregato e spettrale della luna. La giovane pittrice ne è affascinata. Forse, nei recessi della soggettività dell’artista, la tavolozza di pochi colori, il profondo bianco sono l’input pittorico di un nuovo cominciamento, non solo del fare arte, una ricerca, interiore ed esterna, di pulizia. L’etica del viandante o, come anche la chiamava Nietzsche, la “filosofia del mattino”.