La strategia di Abacuc

Grosseto - 15/05/2014 : 18/05/2014

Nel suggestivo spazio sconsacrato della Chiesa dei Bigi compaiono piccoli espropri narrativi dal mondo visionario dei film di Monicelli, arbitrari e amorevoli attentati immaginifici, disordinati sabotaggi visivi dei “soliti ignoti” dell'arte.

Informazioni

  • Luogo: CHIESA DEI BIGI
  • Indirizzo: Piazza Baccarini - Grosseto - Toscana
  • Quando: dal 15/05/2014 - al 18/05/2014
  • Vernissage: 15/05/2014 ore 18
  • Generi: arte contemporanea, doppia personale
  • Orari: ore 10.30/13 e 17/22.
  • Biglietti: ingresso libero

Comunicato stampa

Uno spazio espositivo come il momento della fine del film, luce in sala: DIBATTITO!
All’ordine del giorno: “La STRATEGIA di ABACUC” di Andromalis e Debora Malis. Nel suggestivo spazio sconsacrato della Chiesa dei Bigi compaiono piccoli espropri narrativi dal mondo visionario dei film di Monicelli, arbitrari e amorevoli attentati immaginifici, disordinati sabotaggi visivi dei “soliti ignoti” dell'arte.
In occasione del Premio Monicelli e del Festival DiVino Commedia, organizzati da Fondazione Grosseto Cultura a Grosseto, il CEDAV presenta una mostra originale, concepita come una installazione site specific di deliranti manifesti grafici e sculture popolari

La mostra, aperta dal 15 al 18 maggio con ingresso gratuito, fa parte del ciclo “DiVino Commedia in Arte” curato da Chiara Rapaccini, artista e ultima compagna di Monicelli, e da Mauro Papa direttore del Cedav.

Gli autori immaginano possibili derive, soggetti paralleli, affluenti divaganti, sghembe vie d’uscita, di fuga e di riscatto da uno stato di ingiustizia sociale persistente, così ben evocato e denunciato da Mario Monicelli e dai suoi eroi in affanno. Bisogna difendersi dal mondo, spingere e sovvertire tutto, anche lo spazio del sacro. Così, nella navata sono appesi instabili pannelli ricoperti di deliri visivi, grafici e letterari: un prete spiritoso li potrebbe identificare con le fermate di un'assurda Via Crucis, qualcun altro ci potrebbe vedere strampalati manifesti di anteprime cinematografiche. Nel presbiterio, invece, campeggia un irriverente presepe di sculture in terracotta. Al centro, l'ebreo Abacuc si trascina addosso uno scherzo di casa. Ricolma di sogni e follia, questa casa è la strategia per difendersi da un mondo sterile e secolarizzato che lo vuole convertire a tutti i costi. Il tutto, accompagnato dalla musica registrata di una piccola punk band che, impadronendosi di splendidi classici del beat e del rock & roll, li fa a pezzi con infinito amore.

Ceramica popolare, fumetti e rock & roll. Cioè “arte bassa”, antiaccademica, alternativa e antagonista. Se il segno grottesco che ne determina l'ispirazione manifesta una congenita ironia, questa non è pacifica e rasserenante, ma rappresenta il motore di una poetica corrosiva, anche crudele, in grado di svelare la forma meschina, cialtrona e miserabile dell'Italia di oggi, “una barca alla deriva, dominata dal pensiero unico”. Parole di Monicelli.



















La mostra nel dettaglio:

A pochi passi dal nartece, sulla sinistra, incontriamo il manifesto o soggetto illustrato o racconto espropriato di Capannelle. Lui e la sua banda continuano a far buchi. Buchi per la liberazione. Una mano armata di trapano “Wolgemut” fa infatti il verso alla chiamata alle armi di certi salti di qualità della lotta riecheggiando quel segno che, sbocciato dal morbido delirio psichedelico, si incupisce, si sporca, si irrigidisce e graffia i manifesti politici di tutte le lotte di liberazione possibili e impossibili degli anni ’70.

Poi incontriamo il pannello di Aquilante. Ingaggiato da un ippodromo istituzionale “la malabestia” scalcia e fa saltare ogni volta la gara e il banco. Il suo corpo è pura carta straccia, è la copertina di un vinile punk, è uno sporco giornaletto underground (ma nessuno dei pannelli può essere scollegato dal mondo dei fumetti), è lo stratificarsi di bestemmie, slogan, manifesti su di un muro periferico. Aquilante è un collage di tags, spray, stickers, è il corpo murario su cui si esibiscono gli street artists metropolitani, è il rumore a singhiozzo dei dj del breakcore che mischiano stralci di musica e suoni inconciliabili per narrare la nostra spezzata contemporaneità.

Ci avviciniamo all’altare, allo schermo, al palcoscenico e incontriamo il tenente Gallina. Volatile senza ali egli conta i morti di un campo di battaglia universale e li chiama tutti per nome. E’ un kolossal, il più grande, grottesco e infinito film della storia, ed è senza intervallo. E’ il libro dei morti perenni e non può che trovare forma nella linea maledetta e disperatamente antagonista che, da Otto Dix a Robert Crumb fino all’odierna “Art Brut”, mai troverà pace, grazia e compostezza.

I Leonzi e la loro corte assediata sono l’ultimo vertice della campata, l’ultimo incontro di questo percorso prima della scena finale. Il vecchio dei Leonzi attende inutilmente un finale di partita senza più sapere dove sia: la casa degli Usher, la fortezza Bastiani oppure la sala riunioni deserta del consiglio d’amministrazione dell’Ilva. Come ridicoli toys neo-pop i cortigiani sono un catalogo appiccicato a strisce di carta dorata che sembra più carta moschicida che il cielo metafisico della corte imperiale di Giustiniano e Teodora.

A terra, sul pavimento di questa nostra campata narrativa, un centinaio di volantini chiedono giustizia per “Hurricane Rosy”, campionessa d’amore e lotta libera, misteriosamente scomparsa, invisibile al mondo, se non su “you tube” ma solo in lingua russa.

Siamo alla scena finale: l’altare, unico elemento architettonico della chiesa ad essere illuminato, è il palcoscenico di uno strambo teatrino popolato da statue allegoriche in terracotta policroma. Qui incontriamo un assurdo cavaliere, che è tale solo perché ha un cavallo, ma non ci è dato di sapere chi tra le due figure sia il cavaliere e chi il cavallo e non sappiamo più, né noi né loro, dove vadano e se in direzione utopica o simbolica o illusoria; però ci vanno (“Aquilante vienci anche tu”). Accanto c’è una dama, vittima e complice del destino assegnatole per sempre, l'abusata Matelda di Brancaleone. Chiude la fila un tipo umano, il più comune: è Abacuc. Striscia e arranca trascinandosi addosso uno scherzo di casa che è una cassetta di sicurezza e la sua strategia per proteggersi, come può, da un medioevo che, liberato dal fiabesco e dal cavalleresco, è ormai un periodo eterno, scolastico e cronicizzato. Qui individui schiacciati da sistemi crudeli e in balia di eventi imprevedibili, perennemente intenti alla sopravvivenza, restano in equilibrio precario sul “cabalcone”. Due sempiterni dioscuri allegorici, la peste e la guerra, serrano questo presepio surreale che non somiglia affatto alla nascita di un Messia quanto piuttosto alla morte del più ultimo tra gli ultimi e già risuona il mantra consolatorio dello sconfitto di sempre: “non soffrirai più freddo né calura, né fame, né sete e né spaventi.” Posto Abacuc al centro del presepio, sull’altare, al posto del Cristo in croce, svetta “L’Albero degli Impiccati” coi suoi poveri cristi anonimi caduti tra i rami della legge per clandestinità, diversità, irregolarità o per semplice caso. La pala dell’altare è uno schermo nero con la parola “fine”. E’ l’ispirazione della ceramica popolare ( quella di Federico Bonaldi e di Parini), nella sua poetica surreale delle vicende umane, a dare forma a questo nostro Brancaleone ma è una forma serrata dalla linea netta e spietata dell’ ”Art Brut”.