La scomparsa degli animali
La mostra, a cura di RAVE East Village Artist Residency, si articola su due piani del museo e presenta una selezione di opere delle seguenti artiste che, con medium e approcci differenti, hanno attraversato la questione della scomparsa degli animali non umani.
Comunicato stampa
La mostra, a cura di RAVE East Village Artist Residency, si articola su due piani del museo e presenta una selezione di opere delle seguenti artiste che, con medium e approcci differenti, hanno attraversato la questione della scomparsa degli animali non umani: Giulia Cotterli, Arianna Ellero, Giulia Iacolutti, Ilare, Jo-Anne McArthur, Miriam Muscas, Tiziana Pers, Fabiola Porchi, Titta C. Raccagni, Vanessa Villa. In esposizione vi sarà anche un testo di Nicola Bressi, naturalista, zoologo e curatore del Museo di Storia Naturale di Trieste.
All’evento di inaugurazione interverrà Vanessa Colosetti, vice-sindaco del Comune di Trivignano Udinese, a cui seguirà l’intervento del poeta Maurizio Benedetti, che declamerà alcuni versi tratti dalla sua prossima raccolta, Gramigna dell’Eden, intrecciando parola e presenza in un gesto di condivisione poetica.
La mostra, in programma da tempo, sarà anche occasione per dedicare pensieri di cura alla cavalla Copper, una degli animali non-umani che vivono a RAVE, e che in questi giorni sta lottando con una grave malattia con la vicinanza costante di Tiziana, la veterinaria, le persone che le vogliono bene e la sua amica fedele Wendy.
La scomparsa degli animali-non-umani dalle nostre vite rappresenta un trauma con cui ci troviamo ogni giorno a relazionarci, in modi molto differenti. Se da un lato gli animali-non-umani sono diventati sempre più parte radicale delle nostre famiglie multispecie, dall’altro non siamo più in grado di riconoscere i loro volti all’interno degli allevamenti e delle strutture produttive, dove le più basilari necessità etologiche vengono negate in funzione del profitto, inclusa la maternità.
Tra queste due narrazioni se ne inserisce una terza, in molti casi diretta conseguenza della seconda: gli altri animali stanno scomparendo non soltanto dalle nostre vite in senso biografico, o dalle nostre coscienze, ma drammaticamente in senso assoluto: come ben sottolinea lo zoologo Nicola Bressi: ‘li stiamo estinguendo’. Volgere lo sguardo in direzione del trauma è un primo esercizio verso il recupero di una relazione ancestrale e magica: nel rapporto tra noi e gli altri animali risiede il tipo di umanità che vogliamo diventare.
Al piano terra una grande tela sciolta di Arianna Ellero rimanda al disgregarsi della carne che accomuna ogni animale (umano e non), alla fine del proprio percorso su questo pianeta. Le fanno da contraltare l’intimità del disegno di Miriam Muscas, parte di una serie dove gli animali non umani sono i protagonisti mediante la loro assenza, e il dipinto di Vanessa Villa, nel quale forme evanescenti paiono disciogliersi in una relazione non compiuta, in un appuntamento mancato. Nello spazio il visitatore è invitato a sedersi comodamente e iniziare la lettura di una biografia doppia, che riguarda le vicende della cana Ultima, che ha deciso di perdersi nel folto e della sua umana: il librino ‘Sull'inforestarsi. Storia di Ultima che diventa bosco’ di Titta C. Raccagni (2023, edizioni Robida). Nessun incontro ci lascia dove eravamo prima, e questo incontro con l’alterità avvenne già nella notte dei tempi, quando le prime forme di rappresentazione raccontavano di una relazione ancestrale con gli altri animali, una tensione che guardava al sacro, fino al legame con la volta celeste, come nei disegni di Giulia Cotterli realizzati nell’ambito del progetto RAVE 2023, che ritraggono proprio la cavalla Copper e il capro Bruce: individui che nella società produttiva sarebbero già scomparsi da tempo: Copper abbattuta in quanto non più utile, e Bruce macellato da piccolo perché maschio.
Una nuova ricerca in fase di sviluppo presentata in mostra è quella di Giulia Iacolutti legata alle maternità negate: uno scatto realizzato durante questa investigazione sviluppata nell’ambito di RAVE, che attraversa la questione animale. Giulia Iacolutti ha ritratto il legame profondo e indissolubile tra una madre e suo figlio: la pony Lucia e il puledro Diego. I due erano stati trovati vaganti due anni fa proprio sulla strada che da Clauiano conduce a Palmanova, in condizione fisiche e psicologiche di maltrattamento. Dopo un lungo periodo di recupero, da pochi giorni sono stati destinati, insieme, a una bellissima adozione in un luogo dove si tiene un asilo nel bosco a Premariacco, e potranno quindi quotidianamente interagire con i bambini. Nelle immagini di Giulia emerge con forza una connessione che non si affievolisce con il passare del tempo, ma che anzi ci racconta di come il tempo della maternità non sia il racconto che la nostra società dei consumi ci ha abituati a immaginare, e di come l’allattamento non debba rientrare in uno schema prestabilito dalla produzione (di carne, di latte, o, in noi umani, dal lavoro). Lo svezzamento nei cavalli avviene a sei mesi, trascorsi i quali il puledro viene staccato dalla madre, spesso venduto, e inizia il suo percorso di addestramento. In alcune specie l’allattamento assume valenze ancora più violente: negli allevamenti di vacche o capre, che noi classifichiamo in una tassonomia unilaterale dei viventi ‘da latte’, i figli vengono sottratti subito dopo la nascita e destinati al macello, affinché noi umani possiamo utilizzare il latte delle loro madri nella nostra industria alimentare. Il profitto detta lo svezzamento, e ogni altra fase della vita e della morte.
E così anche i volti delle mucche emergono nella loro mancanza, in un altro disegno di Miriam Muscas: l’assenza del segno si fa forte, come l’assordante silenzio che ne emerge. Gli animali non umani rimangono i referenti assenti delle nostre tavole imbandite, dove riappaiono irriconoscibili, trasformati in cibo. Fabiola Porchi presenta un lavoro inedito che fa parte di un più ampio progetto dedicato ai bachi e alla produzione della seta. Anche in questo caso i fragili e minuscoli corpi scompaiono tra le pieghe di un bellissimo tessuto che non ci appartiene, in una morte atroce che svanisce anch’essa dalle nostre narrazioni sulla nascita della seta: le falene vengono difatti bruciate vive per non interrompere la trama del filo da loro stesse tessuto. Come piccole divinità danno forma alla bellezza assoluta, che viene loro rubata da un agire antropocentrico del tutto indifferente al loro dolore. Fabiola, che da sempre lavora sulla percezione degli altri animali, in questo nuovo progetto sviluppato in dialogo con RAVE rimane sul crinale tra ciò che è visibile e ciò che non riusciamo a percepire: allena i nostri sguardi, e riporta sul piedistallo la fragilità dei più piccoli. Lo stesso luogo geografico dove ha sede la mostra (lo spazio espositivo si trova in via della Filanda) ci racconta del passato di un Friuli legato ai bachi da seta, che nel corso degli anni aveva ridefinito le geografie del paesaggio contadino attraversato da lunghi filari di gelsi, destinati al loro redditizio allevamento. Terminata la produzione della seta, e venuto a mancare lo scopo di questi alberi orientali, si assiste oggi anche al loro abbattimento, in una nuova dinamica di cancellazione.
‘Estinzione è una sentenza definitiva senza appello. E questo vocabolo così duro, noi proviamo a diluirlo nella nostra ipocrisia linguistica: quella specie si è estinta, quell'altra è in via d'estinzione... usiamo verbi riflessivi o giri di parole. Ma nessuna specie si estingue. Nessuna si incammina da sola sulla via dell’estinzione. Le specie vengono estinte: contro la loro energia vitale e contro i loro sforzi per sopravvivere. Ogni specie è estinta da qualcosa (asteroidi, terremoti...) o da qualcuno, ovvero da altre specie. E negli ultimi 2.000 anni in genere la specie che estingue le altre è sempre e solo una: siamo noi. Dovremmo tutti abituarci a dire, scrivere e pensare che le specie le stiamo estinguendo (…)’ scrive Nicola Bressi, naturalista, zoologo e curatore del Museo di Storia Naturale di Trieste, nel potente testo esposto in mostra che introduce all’ultima parte, quella che riguarda l’estinzione. Dell’’Uovo di animale estinto’ di Ilare rimane un nido. Un nido che in realtà era stato costruito dall’artista per dare asilo a un piccolo merlo caduto durante un temporale a RAVE. Ma il nido è anche legato a un percorso tra arte visiva e narrazione collettiva, presenza e scomparsa di un uovo gigante, vicenda che è già leggenda nel borgo storico di Soleschiano. Che dal gelso secolare da dove occhieggiava sia stato sottratto da mani umane, o che si sia schiuso (e ne ignoriamo le forme di vita che vi sono nate), ciò che rimane è il ricordo: ancora una volta a interrogarci è l’assenza. La rarefazione degli animali dipinti da Vanessa Villa ritorna nelle loro liquide forme che ci parlano di chi stiamo perdendo, come nel video di Tiziana Pers Elephant Song, girato nel 2025 nel Museo di Storia Naturale di Trieste, dove il protagonista, il figlio dell’artista Ivan, si confronta con la scomparsa degli altri animali dai suoi immaginari, con il rischio che ciò che resta siano solo i reperti , mentre si contrappone la speranza che ci sia ancora margine di azione. Azione che si concretizza in ogni piccolo gesto di cura, come nella serie fotografica di Jo-Anne McArthur Rachel’s Promise, dove gli sguardi dei alcuni primati sono i protagonisti insieme a chi di loro si occupa ogni giorno. E il gesto di cura è anche quello di Jo-Anne, che ci offre il suo sguardo raccontando ogni forma di abisso, ma anche di luminosa, testarda azione di faticosa salvezza.
In questo senso l’arte può avere oggi più che mai un suo peso, perché a seconda degli immaginari che vorrà rappresentare o anticipare potrà aprire soglie di rassegnazione o di resistenza, delineando ipotesi di possibilità oppure di ignavia. Citando Gino Ditadi: ‘Il riconoscimento dell’alterità frantuma il chiuso universo della pretesa autarchia intra-speciem e comporta l’apertura ad un orizzonte immenso, che potrebbe essere di comunicazione e di pace, di ampliamento del potenziale interpretativo, immaginativo, conoscitivo. Non più la conoscenza come dominio, ma come ascolto e dialogo con l’oceano della vita. Tutto ciò reclama una ridefinizione della funzione e del posto dell’uomo nella natura, l’abbandono dell’antropocentrismo, il riconoscimento etico, giuridico, scientifico che centrale è la vita, tutta la vita, non un suo frammento transitorio.’
L’evento è realizzato con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia #IOSONOFRIULIVENEZIAIULIA e del Comune di Trivignano Udinese, in partnership con ALL/Università degli Studi di Udine, Fondazione Pistoletto Cittadellarte, Trieste Contemporanea, Arteventi.
Main partner Arsenalia