Julien Bismuth – Zitat

Roma - 15/03/2016 : 30/04/2016

Una mostra come un mosaico di frammenti rievocati. Un’esposizione che funziona anche da prefazione, questo è ciò che vi avevo detto in precedenza, che questa mostra sarebbe stata un prologo o un’introduzione a un lavoro ancora in corso, che spero di realizzare quest’anno, con la tribù Pirahã in Brasile.

Informazioni

  • Luogo: GATE ROME
  • Indirizzo: Via del Vantaggio 17A 00186 - Roma - Lazio
  • Quando: dal 15/03/2016 - al 30/04/2016
  • Vernissage: 15/03/2016 ore 19
  • Autori: Julien Bismuth
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: su appuntamento

Comunicato stampa

(English version below)

Il titolo della mostra è “Zitat”, che vuol dire “citazione”, dal francese antico “citer” (convocare), dal latino “citare” (convocare, sollecitare, chiamare; mettere in moto, richiamare, provocare, eccitare).

Una mostra come un mosaico di frammenti rievocati. Un’esposizione che funziona anche da prefazione, questo è ciò che vi avevo detto in precedenza, che questa mostra sarebbe stata un prologo o un’introduzione a un lavoro ancora in corso, che spero di realizzare quest’anno, con la tribù Pirahã in Brasile

Questi lavori possono essere descritti come dei motivi, e un motivo è sia un tema, una caratteristica predominante, sia una melodia, un giro di note che esprime una singola impressione, una formula essenziale, melodica o ritmica, da cui si sviluppano passaggi più lunghi, o pattern decorativi. La parola “motif”, come molti altri vocaboli della lingua inglese, proviene da altrove, in questo caso dal termine francese “motif”, che vuol dire anche movente, la ragione dell’agire, in particolar modo una ragione che non sia né nascosta, né ovvia.

Ogni opera contiene una fonte, il cui riferimento è dato nel titolo. Le fonti includono il quinto capitolo di Tristes Tropiques di Lévi-Strauss, dedicato alla popolazione dei Caduvei, ma anche la vita e il lavoro di Guido Boggiani, scomparso nel 1902, apparentemente ucciso dagli indiani Chamacoco con cui viveva, per impedirgli di scattare altre fotografie che ritraessero la tribù. I pattern provengono dalle immagini dei disegni che i Caduvei si dipingevano sul corpo e le cui forme sono state interpretate da Lévi-Strauss come fantasmi o labirinti per fantasmi. Avrei dovuto leggere di nuovo il testo per ritrovare il passaggio esatto, ma preferisco utilizzare questa parafrasi. Una parafrasi è il ricordo di un passaggio. Una citazione è la sua istantanea.

Ciascuna di queste fonti nasconde innumerevoli altri autori, altri narratori. Ciascuno di questi racconti è un mosaico di frammenti e di impressioni che affiorano. Un’impressione come la citazione di un’esperienza. Le due proiezioni che presento provengono da un viaggio che ho fatto in Brasile tra i Maxacali, nel novembre dello scorso anno, con un gruppo di linguisti e antropologi che stavano studiando il loro nascente linguaggio dei segni. Ho filmato l’interazione tra i linguisti e il popolo indigeno che si esprimeva con i segni, tra le altre cose, altri momenti, e sono alcuni di questi altri momenti ad essere presentati qui in mostra.

Ciascuno di questi lavori è un incontro diverso con la stessa alterità, non lo stesso tipo di alterità, ma uno stesso, o simile, orizzonte di differenza, che diventa tanto più sfuggente quando i suoi limiti si contraggono e si ritirano contro la corrente della nostra civiltà. Volevo mettere tra parentesi quest’ultima parola, come una citazione. Le indicazioni o i retroscena che vi ho descritto non sono indispensabili per la fruizione dei lavori. Potete guardarli come immagini o pattern, fantasmi o labirinti. Mentre li disegnavo, li progettavo, ho cominciato a vedere pattern ovunque, motivi che non significavano nient’altro che il ritmo della loro ripetizione, l’architettura delle loro sovrapposizioni.

Non ho mai disegnato con una mano così precisa.

New York, 1° marzo, 2016

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(English version)

The title of the exhibition is "Zitat" meaning "citation" from the Old French "citer" (to summon) from the Latin "citare" (to summon, urge, call; put in sudden motion, call forward, rouse, excite).

An exhibition as a mosaic of lifted fragments. An exhibition as a preface also, this is what I had told you earlier, that this exhibition was a preface or foreword to a work in progress that I hope to produce this year, with the Pirahã tribe in Brazil. These works are best described as motifs and a motif is either a theme, a predominant feature, a melody, a short succession of notes producing a single impression, a brief melodic or rhythmic formula out of which longer passages are developed, or a decorative design or pattern. The word motif, like so many other words in the English language, was lifted from elsewhere, from the French word "motif" which also means motive, as in a reason for doing something, especially one that is not hidden or obvious.

Every work has a reference, and the reference is given in the title. References include part five of Tristes Tropiques by Lévi-Strauss on the Caduveo people, but also the life and work of Guido Boggiani who died in 1902, ostensibly killed by the Chamacoco Indians he had been living with, to prevent him from taking any more photographs of them. The patterns are from images of Caduveo body paintings, whose designs, Lévi-Strauss says are phantasms or labyrinths for phantasms. I'd have to read it again to find the exact passage, but I'd rather leave you with this paraphrase. A paraphrase is the memory of a passage. A citation is its snapshot.

Each of these sources conceals countless other authors, other narrators. Each of these narratives is a mosaic of lifted fragments and impressions. An impression as the citation of an experience. The two projections I am showing are from a trip I made to the Maxacali people in November of last year in Brazil, with a group of linguists and anthropologists who were studying their nascent sign language. I filmed the interaction between the linguists and the signers, among other things, other moments, and it is some of these other moments that I will be showing here.

Each of these works is a different encounter with the same alterity, I won't say the same type of alterity, but a same or similar horizon of difference, one that becomes all the more elusive as its limits shrink and recede against the tide of our civilization. I wanted to bracket this last word like a citation. None of these indications or backstories are necessary to your engagement with the works. You can look at them at images or patterns, phantasms or labyrinths. When I was drawing them, designing them, I started to see patterns everywhere, patterns that signified nothing other than the rhythm of their repetition, the architecture of their imbrication.

I've never drawn with such a faithful hand.

New York, March 1st, 2016