Io non ti chiederò scusa

Torino - 29/11/2018 : 19/12/2018

Esposizione collettiva densa di un profondo significato ed intimamente espressa come una richiesta d’impellente richiamo vitale, quasi indispensabile, del nostro tempo.

Informazioni

  • Luogo: SPAZIOBIANCO
  • Indirizzo: Via Saluzzo 23bis - Torino - Piemonte
  • Quando: dal 29/11/2018 - al 19/12/2018
  • Vernissage: 29/11/2018 ore 18,30
  • Generi: arte contemporanea, collettiva

Comunicato stampa

In via Saluzzo 23 / bis, presso “spaziobianco” a TORINO, prosegue da Milano ed inaugura, una mostra che apre una finestra sull’universo femminile, dal titolo emblematico e stimolante: “IO NON TI CHIEDERO’ SCUSA”.
Inaugurazione il 29 novembre alle ore 18.30. La mostra termina il 19 dicembre.
Serata e brindisi con gli artisti il 7 dicembre ore 18.30.
Esposizione collettiva densa di un profondo significato ed intimamente espressa come una richiesta d’impellente richiamo vitale, quasi indispensabile, del nostro tempo


La curatrice Annarita Rossi, alza il sipario e quasi diventa un io narrante che, per mezzo di voci molto differenti fra loro, ma perfettamente armonizzate, ci propone e regala un’analisi attuale, originale, mai tentata finora.
Lontano da ogni ideologia femminista, misogina o di relegazione dei ruoli, questa mostra nella traccia ideale, vorrebbe far capolino nello scenario confuso dei nostri giorni, con una serie d’immagini che attraverso la lente potente dell’arte, possa farci convergere in un unico fuoco. In una vertigine fuori dal tempo, nella quale veniamo riportati alla forma sacra della vita sociale che ogni donna lascia, pudicamente, dietro alle quinte.
Gli artisti: ISABELLA GIOVANARDI, ISAO TOMODA, SAMUELE PELLECCHIA, FABIO MINGARELLI, SALVO RIVOLO, special guest ROSY LOCATELLI.

Riflessione
(di Marco Fabbri)
Cercare di capire cosa l’arte vuole rivelare all’uomo, comporta in primo luogo il grado di Verità in cui essa debba esser collocata nella coscienza di ognuno di noi. Comprendere che l’approccio alla verità di ognuno, preso separatamente, debba porci serie domande sull’intelligibilità di un’opera - o semplicemente di un contesto interpretativo, è dunque un tentativo spesso nebuloso nell’interazione sociale comune. Questo complesso, ma al tempo stesso semplicissimo stilema vitale, è l’orgoglio di questa mostra itinerante.
Concepire il femminile al di fuori del classico giudizio antropologico, è quindi indispensabile nell’affrontare l’evento. La donna che cerca spazio nel colore della vita, coglie in questo grido inequivocabile, lo spirito profondo di una necessità nel riconoscersi coordinatrice, affiancata se vogliamo, dal simbolo che le compete: dallo sguardo che muove! Ma le parole all’arte non bastano; il didascalico che accompagna ogni codice mentale, ci può venire in aiuto, ma è altro che a noi interessa comunicare. La coscienza della Verità costruisce, anche se non sempre con mezzi ortodossi, una leva evolutiva, nutrita dal paradosso che le compete, per ottenere lo slancio essenziale di essere in Lei! Cogliere con lo sguardo femminile questo delicato sentimento di purezza è sintomatico nel respiro della vita! Più che semplici parole, cerchiamo lo slancio; più che congrui contenuti, cerchiamo l’armonia. Solo così possiamo notare l’identificazione con le cose, preambolo essenziale di un sentiero inedito nella magia del domani.

Io non ti chiederò scusa...
Erano i miei undici anni.
Radunavano tutto il mio impero. Ero civetta, lo sono ancora. Ero selvaggia e attenta, ero in lotta con tutti i maschi e la loro miglior amica. Ero complice e lontana: cieli solo miei e loro s’incantavano. Non mi riguardava. Il mondo era mio. Il mondo era loro. Infine nostro.
I capelli, lunghi, in onore al vento, quello della Toscana, perché "lui" li spostasse, rabbiosi o sinuosi, poi selvaggi. Erano il mio pensiero, e il vento in continuazione li raccontava, senza passarci mai, io, la mano.
Perché la femminilità non può essere esplicita, e nemmeno espressa: c'è. Tutta la natura la aiuta. Tu devi solo essere dentro di lei.
Ero in lotta, ero in grazia, esplosa spesso di gioia, femmina e femmina lo dicevano parole sconosciute, quelle che mi hanno riconosciuta, fatta, ricordata. Vivevo già il dolore di un amore perduto, facile essere femmina. Un destino strano faceva crescere immenso, tutto l'amore che derubava la mia anima e mi scuoteva, magra come uno filo, portava via un primo amore, il mio babbo, portava una bambina alla sua forza, e la accompagnava. Che non c'è altro, che amore per cui si è femmina. Dolcezza saperlo presto. Solo dolcezza.
Nessuno di tutti a trattarmi da bimba, o da femmina. Lo ero. Nessuno, nemmeno il più arrogante. Lo diceva lo sguardo: tu mi rispetterai, era il mio.
Annarita Rossi

Noi uomini
(di Simone Di Via)
Di femmina è il trucco che scivola nell'esondazione del dolore.
Di femmina è la mano che rovista nella borsa.
... e inondi di braci quella sigaretta.
Non ti chiederò cosa c'è, vedendoti pensieroso.
A noi uomini mortali sembrano donne indaffarate a far nulla, peccato che quel nulla, che tu non sai vedere, sia la vita, il coperchio sotto il quale ribolle il senso della vita.
L’esoterico è femmineo non ci si districa, armati di logica,
Caro uomo che non capisci mai che quando pensi di avermi, è proprio lì che non mi avrai. Tu che cerchi parole vecchie, stanche oramai di attraversare le tue labbra secche, che ti nascondi dietro i guai, ad adularmi come un amante scostante.
Vedi, spesso sono irraggiungibile dalle umane congetture. Sono donna figlia della vita, custode arcigna. Io che sono il tuo demone peggiore, respiro un silenzio dietro l'altro e sono respiri miei che non sei capace di condividere, che non capisci, tu uomo asincrono per definizione, rispetto a me.
Scrivere del momento in cui una donna diventa lupa, diventa sacerdotessa dei suoi eventi, matrice autogerminante del proprio arcaico e sensuale mistero, che fino a ieri e ancor oggi, non viene mai svelato.
Li, in quell'alcova spietatamente tenera e calda, si aggira la femmina, la donna che non chiederà scusa, la donna libera dal libertinaggio, emancipata dalla carriera e dall'utile danaroso, fuggita dalle strette di un grembiule e di un colletto a modo, salda su lidi fertili, mappati da lei sola, nei giorni in cui il cuore si commuove per ogni battito.
Restiamo, noi uomini, cartesianamente indietro. Smarriti nell'impalcare una punteggiatura che ci prometta uno striminzito senso ragionevole, veniamo inesorabilmente schiacciati tra le righe, paralizzati in una danza semantica.
Qui noi, irretiti puntualmente e sopra ogni cosa viva, senza rimandi, concetti o giustificazioni, con i nostri "volevo dire", o "mi spiego meglio".
Là, ogni donna che non dicendo, dice. Perché è donna.