Grazia Toderi e Gilberto Zorio – G

Vigone - 15/10/2021 : 16/01/2022

La mostra personale di Grazia Toderi e Gilberto Zorio intitolata G, a cura di Andrea Viliani, rappresenta la prima collaborazione fra i due artisti.

Informazioni

  • Luogo: EX CHIESA DEL GESU'
  • Indirizzo: Via Umberto I°, 9 - Vigone - Piemonte
  • Quando: dal 15/10/2021 - al 16/01/2022
  • Vernissage: 15/10/2021 ore 19
  • Autori: Gilberto Zorio, Grazia Toderi
  • Curatori: Andrea Viliani
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: sabato 15.00-19.00; domenica 11.00-13.00 / 15.00-19.00; e su appuntamento. Orari durante la settimana di Artissima (4-7 novembre 2021) 12.00-22.00
  • Patrocini: Enti promotori: Associazione Panchine d'Artista Città di Vigone

Comunicato stampa

La mostra personale di Grazia Toderi e Gilberto Zorio intitolata G, a cura di Andrea Viliani, rappresenta la prima collaborazione fra i due artisti.

La mostra – organizzata dall’Associazione Panchine d’Artista e dalla Città di Vigone, con il sostegno della Regione Piemonte e il contributo di Fondazione CRT – è accompagnata da un catalogo bilingue (italiano/inglese) che sarà pubblicato durante la mostra, con un saggio di Andrea Viliani



Appartenenti a due differenti generazioni, e autori di ricerche fra loro autonome, Toderi e Zorio hanno concepito la mostra per richiami e corrispondenze reciproche, che riposizionano e riformulano le coordinate spazio-temporali della sede espositiva, la seicentesca Chiesa del Gesù di Vigone, evocandovi uno spazio e un tempo propri, in cui si compenetrano elementi al contempo riconoscibili e indefiniti, concreti e immaginifici.

La Torre Stella (2021) di Gilberto Zorio occupa quasi integralmente la navata unica della Chiesa: un’edificazione che potrebbe essere sia in costruzione che in decostruzione – resto di una civiltà scomparsa o fondamento di una civiltà a venire, rifugio e riparo che accoglie e protegge o fronte di avvistamento per nuove scoperte –, essa suggerisce una sensazione sia di stabilità che di mobilità. Le cinque punte della stella, sulla cui forma-matrice la torre è costruita sovrapponendo l’uno sull’altro centinaia di blocchi bianchi di Gasbeton, creano intersecandosi fra loro una teoria di ritmiche aperture, passaggi e spiragli che ne mettono in relazione l’interno e l’esterno. Uno dei bracci della stella si prolunga inoltre nella navata centrale, quasi a competere con la solidità e autorità dell’edificio incorporandovi una nuova prospettiva che riorienta l’edificio stesso rispetto alla sua centralità e ortogonalità.

Come già nelle versioni precedenti della Torri Stella – la prima risale al 1976 – anche in questo caso Zorio edifica un’architettura del pensiero in azione che si innalza all’interno di un’architettura reale: un’architettura-archetipo che celebra la capacità dell’essere umano di comprendere e ricreare il mondo intorno a lui, riplasmandolo per assecondare i suoi bisogni e le sue visioni.

La Torre Stella di Zorio appare quindi ora a Vigone dopo che, nei decenni precedenti, era già apparsa in altre città: Brescia, Sidney, Torino, Bergamo, Roma, New York, Bologna, Firenze, Molfetta, Thiers, Pescara, Pesaro, Scandicci, Pollença (dove per la prima volta la Torre Stella si erge in una chiesa, divenendo Stella-Croce), Milton Keynes, Santiago de Compostela, Rivoli…

Citando alcune pagine dedicate da Germano Celant a questa tipologia di opere di Zorio, la Torre Stella corrisponde a un “reticolo di scambi vitali ed energetici”, a un “sistema di attivazione e di rivelazione del tempo e dello spazio” e della “liquidità delle materie”, definendo per l’artista l’“habitat del suo fare”. La Torre Stella permette quindi a Zorio di “sentirsi a casa nell’energia”, come in un “fulcro architettonico e simbolico” che sancisce una “misura propria” rispetto al mondo circostante. Abitazione ideale dell’artista, architettura antropologica e simbolica del mondo esperito come campo di energie.

Nell’architettura energetica della Torre Stella di Zorio, Grazia Toderi lascia fluire i raggi di luce di una sua proiezione, che a sua volta si rispecchiano e sdoppiano nella volta dell’abside. Come già accaduto in altri interventi site-specific dell’artista, Toderi sfugge alla frontalità standard della proiezione video per definire modalità differenti che accolgano in sé, reinterpretandole, le caratteristiche dello spazio espositivo. Entrambe le opere in mostra (We Mark, 2020-2021, continuazione e approfondimento della serie I Mark avviata nel 2019) non coincidono infatti né con le partizioni e le volumetrie della Chiesa né con quelle della Torre Stella, ma vi ricercano e tracciano una loro spazialità e temporalità in grado di far riaffiorare in modo quasi fantasmatico i molteplici livelli memoriali e iconografici della Chiesa e della Torre Stella.

Nell’abside la proiezione di Toderi si trasla leggermente verso destra, intersecando obliquamente l'ovale centrale ormai privo della sua tela ad olio originaria, dove la fissità di un mirino rosso che percorre lo spazio-tempo dell’immagine si trasmuta sia in un segno di incontro, l'incrocio, sia in una diversa, possibile croce. La proiezione ovale, di grandi dimensioni, richiama inoltre quella della cupola sovrastante. Rivolgendosi invece verso l’interno della Torre Stella posta lungo la navata, la seconda proiezione scivola in modo obliquo e radente lungo il muro costituito dalla punta allungata della stella, trasformandosi in un indistinto fascio di luce, colore ed energia: indecifrabile impressione di pulviscolo atmosferico, fumi piroclastici o polveri interstellari? L’incertezza permane fino al momento e al punto in cui la proiezione riesce a penetrare attraverso un ampio varco all’interno della Torre Stella, percorrendo la variabilità degli assi della sua superficie architettonica che divengono l’accogliente schermo di immagini nuovamente riconoscibili. Intersecando la proiezione, anche l’osservatore diventa ora un elemento dell’opera, in quanto si fa “proiettore di ombre”, come afferma l’artista.

L’immagine delle due proiezioni in mostra è formata da una molteplicità di fotogrammi che si sovrascrivono incessantemente l’uno nell’altro componendo una materia baluginante e rossastra, lo stesso colore registrato dalle stazioni spaziali che osservano il nostro pianeta, per effetto della riflessione delle luci prodotte dalle lampade ai vapori di sodio che ne illuminano le città. Ma anche lo stesso colore della Cosmic Background Radiation registrata dal telescopio Planck. O del magma della Terra e dell'interno dei nostri corpi. Nella chiesa questo stesso colore assume un’ulteriore consistenza, quella metallica del rame, quasi una trasformazione alchemica della materia digitale della proiezione nel suo incontro con la materia analogica dell’edificio.

Perlustrate e parametrate da un mirino di puntatura rosso (fisso in una proiezione, rotante in senso antiorario nell’altra), le superfici di queste immagini, nel loro movimento costante, rimangono però ambigue: potrebbero forse rappresentare un paesaggio urbano (una città vista dall’alto e di notte), o un planisfero terrestre (la traduzione su un piano della sfera del nostro pianeta), o una cartografia del cosmo (con le sue stelle e le sue galassie in formazione e in estinzione). Ma, forse, queste superfici potrebbero essere anche solo la stratigrafia di un lembo vivo e pulsante di un corpo, che si confonde con il brandello di preziose materie minerali nascoste nelle viscere del pianeta.

Qualsiasi cosa siano, le proiezioni di Toderi rendono cangiante ed espanso, vibrante, incandescente il cuore della stella di Zorio.

Un ulteriore, duplice intervento dei due artisti (G, 2021) è presentato nella Sacrestia. Su una stella nera di terracotta, colla vinilica e alluminio di Zorio è proiettato da Toderi un fascio di luce da cui traspare una lettera, “G”, che, all’incontro con la superficie nera della stella, diviene argentea e soffusa di un’aureola aranciata e rosea: forse assisteremmo a qualcosa di simile se potessimo assistere alla nascita, o alla morte, di una vera stella.

All’esterno della Chiesa, in Piazza Michele Baretta, è collocata infine la forma di un’altra stella, dal cui profilo in cemento rosso sul suolo della piazza si elevano cinque sedute in pietra di Luserna, corrispondenti alle cinque punte della stella, ognuna a sua volta solcata da alcuni incavi fosforescenti che tracciano ipotetiche costellazioni. Sulle sedute-stella apparirà una proiezione, ma solo quando anche in cielo appariranno le stelle, cioè di notte. Un istante e un sito di quiete fantastica e riflessiva, su cui appoggiarsi e intorno a cui soffermarsi per guardare dalla terra al cielo, senza riconoscerne più la differenza e la distanza, ma la simultaneità e l’immedesimazione.

Arcaiche e futuribili, terrestri e extraterrestri, tese verso l’infinito ma radicate al suolo, in pianta e in prospetto, in penombra e in piena luce, astratte e insieme oggettive, corporee e tangibili, le opere di Toderi e di Zorio innervano un dialogo sia fra i due artisti sia con lo spazio-tempo dell’osservatore. E – richiamando la coesistenza fra ogni essere vivente propria della filosofia naturalistica antica o i principi dell’entanglement della fisica quantistica – nell’intrecciarsi fra tutte le energie che queste opere emanano il passato confluisce nel presente, lasciando emergere ipotesi di futuro, e il microcosmo della superfice terrestre, con le sue creature di ogni specie, si ricongiunge al macrocosmo della volta celeste.

La mostra diviene così la mappaimmaginaria di una costante ricerca di sensi in divenire e punti di vista dinamici, sospesa fra geosofia e astrofilia, e delinea la parallasse estetica ed esistenziale, critica ed emotiva fra due artisti, Grazia Toderi e Gilberto Zorio: quella G che sarebbe da intendersi, piuttosto che quale titolo e simbolo grafico della mostra, quale cuore, fulcro o nucleo di un progetto di con-(di)-visione.

L’amore del resto–come l’”odio”, concetto, ed espressione di energia, utilizzato da Zorio in alcune sue opere a partire dal 1969 – non è altro che un gesto di concentrazione e una forza e misura di attrazione. E in fondo questa mostra, proprio nell’intimità del suo nucleo, non è altro se non un atto d’amore.

Grazia Toderi è nata nel 1963 a Padova. Vive e lavora tra Milano e Torino. Figlia della generazione dei viaggi e delle fantasie spaziali, culminati con l’allunaggio del 1969, In seguito agli studi presso il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti di Bologna Toderi espone le sue prime opere a partire dall’inizio degli anni Novanta. La predilezione per un utilizzo volutamente elementare del video quale mezzo espressivo e la registrazione distaccata di azioni quotidiane condotte al limite del visionario sottolineano la volontà dell’artista di concentrarsi sul soggetto e sulle potenzialità interpretative dell’azione in sé. Nel 1993 partecipa ad Aperto ‘93 in occasione della XLV Biennale di Venezia, mentre nel 1999 è tra le artiste premiate con il Leone d’oro alla XLVIII Biennale di Venezia. Nelle opere realizzate a partire dal 1991 Toderi utilizza anche immagini provenienti da riprese già esistenti per esplorare i principi, le dinamiche e le strutture del mezzo televisivo, inteso dall’artista come messa in scena condivisa, o a volte subita. Rielaborando immagini e suoni di arene, stadi e teatri storici, l’artista sviluppa una riflessione sul rapporto tra contenitore e contenuto, fruizione e fruitore che assegna all’osservatore un ruolo critico. A partire dal 1998 Toderi realizza una serie di opere video in cui ricrea immagini aeree e visioni satellitari notturne di città e continenti: il punto di vista inusuale e la non immediata riconoscibilità del soggetto le permettono di re-interpretare l’agglomerato urbano come una superficie variabile e incognita, un territorio magico e misterioso in cui cielo e terra si rispecchiano l’uno nell’altro. Nelle serie di proiezioni più recenti si accentua la componente installativa che riposiziona e riformula lo spazio-tempo espositivo come esperienza al contempo riflessiva e percettiva dell’opera stessa.
Numerose le mostre personali dedicate a Toderi presentate in musei e istituzioni pubbliche internazionali, fra cui: FRAC Languedoc-Roussillon, Montpellier (1995), Casino Luxembourg, Luxembourg (1998), Castello di Rivoli-Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino (1998), FRAC Bourgogne, Digione (1998), Museum Ludwig, Colonia (1999), De Appel Foundation, Amsterdam (1999), Fundaciò Joan Mirò, Barcellona (2002), Miami Art Museum (2006), PAC-Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano (2006), Museu Serralves, Porto (2010), Hirshhorn Museum, Washington D.C. (2011), MAXXI-Museo Nazionale delle arti del XXI secolo, Roma (2012), John Curtin Gallery, Perth (2013), MIT Museum, Boston (2016), MART-Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, Rovereto (2017). Tra le Biennali e mostre periodiche internazionali a cui ha partecipato: la Biennale di Venezia (1993, 1999, 2009) e le Biennali di Istanbul (1997), di Sydney (1998), di Pusan (2000, 2002), di Pontevedra (2004), di New Orleans (2011) e di Mechelen (2015).

Gilberto Zorio è nato nel 1944 ad Andorno Micca (Biella). Vive e lavora a Torino. Formatosi all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, presenta la sua prima mostra personale nel 1963 presso la Piccola Galleria d’Arte Moderna di Torino, esponendo disegni e sculture in terracotta. Protagonista delle linee di ricerca afferenti all’“Arte Povera”, teorizzate da Germano Celant nel 1967, Zorio elabora nelle sue opere esperienze di trasformazione e metamorfosi, analizzando fenomeni naturali di cambiamento, relazioni chimiche e fisiche, e il loro effetto sui materiali. L’idea di energia, e il suo effettivo esplicarsi, è una costante che attraversa la sua ricerca, privilegiando una pratica dell’arte che si rivela nel suo stesso farsi e che pone sullo stesso piano le materie organiche e inorganiche e la riflessione intellettuale. L’attenzione rivolta all’elettricità comporta l’inclusione nelle opere di lampade, incandescenze, fosforescenze, così come l’utilizzo di forme archetipiche evocatrici di energia. L’artista predilige materiali fragili, dai quali emergono gigantesche stelle in acciaio (che assumono un rilievo architettonico nelle Torri Stella in Gasbeton) o alambicchi in pyrex, contenenti soluzioni liquide in bilico su sottili giavellotti: sospendendo questi elementi in installazioni volutamente precarie, spesso sospese in aria attraverso l’uso di canoe, l’artista racconta le tensioni centrifughe e centripete, e quindi la caducità e impermanenza del mondo fisico e chimico, mentale e storico.
Dal 1967, quando Zorio presenta il suo lavoro presso la Galleria Sperone di Torino, all’artista sono state dedicate numerose mostre personali, nei più prestigiosi musei e istituzioni pubbliche internazionali, fra cui: Kunstmuseum, Lucerna (1976), Stedelijk Museum, Amsterdam (1979), Pinacoteca di Ravenna (1982), Kunstverein, Stoccarda (1985), Centre d’Art Contemporain, Ginevra e Centre Georges Pompidou, Parigi (1986), Tel Aviv Museum e Stedelijk Van Abbemuseum, Eindhoven (1987), Philadelphia Tyler School of Art (1988), Museu Serralves, Porto (1990), IVAM-Institut Valencià d’Art Modern, Valencia (1991), Centro per l’Arte Contemporanea Pecci, Prato, e Musèe d’Art Moderne et d’Art Contemporain, Nizza (1992), Galleria Civica d’Arte Contemporanea,Trento (1996), Dia Center for the Arts, New York (2001), Le Creux de l’Enfer-Centre d’Art Contemporain, Thiers e Institut Mathildenhöhe, Darmstadt (2005), Milton Keynes Gallery (2008), MAMbo-Museo d’Arte Moderna, Bologna (2009), CGAC-Centro Galego de Arte Contemporánea, Santiago de Compostela e MACRO-Museo d’Arte Contemporanea, Roma (2010), Castello di Rivoli-Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino (2017). Ha inoltre partecipato a diverse edizioni della Biennale di Venezia (1978, 1980, 1986, 1995, 1997) e a Documenta, Kassel (1972, 1992).