Giuseppe Chiari – Gli anni dell’avanguardia e oltre

Andora - 01/03/2014 : 01/05/2014

La personale antologica di Giuseppe Chiari (Firenze 1926 – 2007), realizzata con la collaborazione dell'Archivio Giuseppe e Victoria Chiari, attinge ad importanti prestiti per ricostruire il percorso creativo di questa figura storica di snodo, che ha saputo tradurre la musica in un oggetto visivo e concettuale, pur conservandone il valore sonoro ed anzi elevando l'intera realtà a “musica”.

Informazioni

Comunicato stampa

La personale antologica di Giuseppe Chiari (Firenze 1926 – 2007), realizzata con la collaborazione dell'Archivio Giuseppe e Victoria Chiari, attinge ad importanti prestiti per ricostruire il percorso creativo di questa figura storica di snodo, che ha saputo tradurre la musica in un oggetto visivo e concettuale, pur conservandone il valore sonoro ed anzi elevando l'intera realtà a “musica”

“Suonare la città” (1965) e “Concerto per automobili” (1965) sono due opere in mostra che dimostrano come lo spirito utopico di Chiari abbia saputo produrre idee audaci, visioni avanguardiste e creazioni intese a scardinare le certezze accademiche sulla musica, per dar corpo a nuove pratiche e rivoluzionari modi di intendere la musica ed il suo rapporto con l'uomo.
La mostra raccoglie oltre 40 opere di Giuseppe Chiari, e si concentra in buona parte sugli anni Sessanta e Settanta della sua produzione, esponendo: le prime partiture a matita, le partiture fantastiche, i metodi per suonare le mani, le mappe visive per l'esecuzione delle “composizioni”, le istruzioni delle performance, il celebre video “Gesti sul piano” (prima esecuzione 1962, probabilmente la sua opera più famosa), le partiture disegnate e dipinte, le frasi, i collage intesi come musica visiva, gli strumenti preparati; in una sala affrescata di Palazzo Tagliaferro sarà possibile ascoltare la lettura registrata, voluta dal curatore della mostra, di alcuni brani significativi del libro più importante pubblicato da Chiari, nel 1969, “Musica senza contrappunto”, che rappresenta il caposaldo della sua poetica.
La mostra presenta anche due strumenti elaborati da Chiari, che rappresentano idealmente l'apertura e la chiusura di quasi mezzo secolo di lavoro: si tratta di “Senza titolo (Chitarra)”, del 1966, e dell'opera “Pianoforte” risalente agli anni Novanta. I due strumenti sono trasformati in sculture, ready made (oggetti trovati e pronti) che l'artista scompone (nel caso della chitarra) oppure ammanta di segni (nel caso del pianoforte) fino a renderli inoperosi dal punto di vista musicale e dando loro una nuova vita nell'ambito dell'arte visiva.

La mostra è accompagnata da un catalogo che raccoglie contributi e testi critici di coloro che hanno lavorato con Giuseppe Chiari.

Figlio di un macellaio e di una sarta, Chiari studia matematica all'università, ma non termina gli studi, preferisce essere autodidatta, in biblioteca, ad eseguire studi sulla musica e intanto lavorare come sarto egli stesso, prendendo lezioni private di pianoforte. Figura schiva e autonoma, musicologo per passione, ma avulso dagli ambiti accademici, Giuseppe Chiari si delinea come un Marcel Duchamp della musica, nel senso che per lui la musica diventa un oggetto concettuale e fisico.
Per Chiari si può suonare qualsiasi cosa, e lui lo fa componendo partiture che diventano delle mappe concettuali di grande fascino. Dal 1964 Chiari diventa perfomer egli stesso delle proprie composizioni. Intanto, le gallerie d'arte iniziano ad occuparsi del suo lavoro e lo espongono come artista visivo e performer dotato di una straordinaria intensità, grazie alla sua concentrazione e presenza scenica.
Ecco cosa scrive Chiari nel suo libro più importante, “Musica senza contrappunto” (1969): “Ho capito che non sempre avrei trovato un pianoforte e ho deciso di preparare anche dei pezzi per degli oggetti, per alcuni oggetti. Ho capito però che poteva succedere di dover suonare in qualsiasi momento, in qualsiasi condizione, anche improvvisa e che non dovevo mai rifiutarmi di suonare. Dunque ho scritto dei pezzi per qualsiasi oggetto, ho scritto un pezzo per una sedia solo perché sapevo che in qualsiasi posto avrei trovato una sedia. In qualsiasi posto, con qualsiasi compagnia, io potevo suonare. Ho finito per scrivere un pezzo per le proprie mani, ma se queste mani fossero legate ho scritto un pezzo per un uomo nudo con le mani legate”.
Da queste parole si evince la forza utopica della proposta di Chiari, che nel 1962 diventa il componente più importante in Italia del movimento internazionale Fluxus, che andava affermandosi a livello internazionale e che prendeva spunto dalle intuizioni di John Cage avvenute un decennio prima. Le partiture di Chiari sono state eseguite da importanti musicisti in molti musei, sale da concerto e gallerie del mondo. La fortuna critica di Chiari è stata enorme e tutti i più eminenti critici italiani si sono occupati di lui e del suo lavoro, primo fra tutti Gillo Dorfles, con dichiarazioni di stima che hanno trovato un importante riflesso negli inviti che Chiari ha ricevuto a partecipare a tre edizioni della Biennale di Venezia e a documenta5 del 1972, curata da Halarld Szeemann. Alla Biennale di Venezia del 1978, quella immortalata nell'immaginario collettivo dal film con Alberto Sordi “Le vacanze intelligenti”, Chiari presentò un'opera consistente in una delle sue celebri frasi: “L'arte è una piccola cosa” (in mostra si potrà ammirare “Art is easy” di quegli stessi anni”).

Il legame con Fluxus. Nel 1962, Chiari presenta ai Fluxus Festival di Parigi e poi di Wiesbaden uno dei suoi capisaldi: “Gesti sul piano” (in mostra a Palazzo Tagliaferro), una performance musicale in cui egli stesso, o un esecutore che legge una sua partitura, suonano il pianoforte con l'intero corpo. Si tratta di un nuovo approccio allo strumento: più espressivo, fisico, teatrale. In un periodo in cui le avanguardie, in ogni campo artistico, sperimentano l'ibridazione dei linguaggi, Chiari si presenta come uno dei maestri più accreditati di quella “traslitterazione percettiva” che segna l'epoca. La sua “musica d'azione” (come l'ha definita Gillo Dorfles) incontra la body art, la performance, la musica concreta e aleatoria di John Cage e perfino il jazz e l'improvvisazione, di cui Chiari è un appassionato, e che tradurrà in una serie di performance e concerti tenuti in Italia insieme a Steve Lacy durante i tardi anni Sessanta. Nel periodo precedente, l'attività di Chiari sarà fondamentalmente impegnata nello scrivere partiture per suonare qualsiasi cosa: l'acqua, un foglio di carta, una custodia di termometro, una sedia o una stanza, fino ad arrivare a suonare il corpo nudo. “Lettera” (1962) è un concerto che “suona” una lettera scritta da una prostituta che fu eseguita alla Biennale di Venezia del 1970.
Esecutori, tra i molti altri, della musica di Chiari sono stati: Lamonte Young, Sylvano Bussotti, Franco Cardini, Daniele Lombardi. Nel 1963 Chiari scrive “Per arco” per Charlotte Moorman, la quale lo terrà nel proprio repertorio eseguendolo in tutto il mondo.

Gli anni Settanta segnano una prima svolta verso l'interesse per l'oggetto quadro come campo di forza per esprimere le proprie idee, maturate in ambito musicale e non solo. Chiari utilizza partiture classiche, o di autori minori, le smembra e le elabora coprendole con segni e notazioni visive di tipo gestuale, passando gradatamente da un dialogo con le note ad una loro “defigurazione”, attraverso gesti più dinamici. Di questo decennio fanno parte anche le “frasi”, che Chiari scrive utilizzando tecniche diverse e sperimentando materiali legati alla fotografia e alla grafica. Le sue “sentenze”, brevi e icastiche, riflettono anch'esse la temperie dell'epoca, con accenni legati alla contestazione e ironiche elaborazioni di frasi ideologiche. “Fantasticare” del 1973, è una di esse e dà il titolo alla mostra.

Gli anni Ottanta sono, per il mondo dell'arte e non soltanto, gli anni del reflusso, del ritorno alla pittura e di un consumismo crescente. Le neoavanguardie hanno detto la loro, ora tocca al mercato dell'arte ingrandirsi e diventare protagonista. Chiari, sempre attento al proprio tempo, attua una ulteriore e più radicale svolta introducendo il colore e incrementando di molto la presenza della pittura sulle sue partiture elaborate.
Musicologo per passione, Chiari scriverà, e pubblicherà con la Giuntina di Firenze tra il 1987 e il 1992, diversi saggi brevi di musicologia, tra cui “Biblioteca musicale”, “Analisi della parola Tonalità” e soprattutto “Osservazioni su Zarlino / Riemann”, dove Chiari mette in questione la storia della musicologia e il fatto che Gioseffo Zarlino, maestro di Cappella nella Basilica di San Marco a Venezia nonché autore nel 1558 delle celebri “Istituzioni armoniche”, vada considerato come l'inventore della moderna armonia tonale. Questioni di non poco conto per Chiari, il quale proprio da questi suoi studi ricaverà una “definizione aperta” di cosa sia la Musica e dalla quale discendono tutti i suoi lavori come gesti dettati da una estrema coerenza e chiarezza di visione. La Musica per Chiari non è un'arte codificata una volta per tutte, non ha una natura unica e immutabile, ma “è tutto ciò che s'intende per musica” nelle diverse epoche e nei diversi luoghi.

Anche Chiari, come Zarlino, preferisce scrivere trattati e metodi piuttosto che composizioni finite da eseguire in sale da concerto. Il suo habitat naturale è più il museo che non la sala da concerto. La sua passione è quella di trovare delle strutture più profonde che possano aprire la musica alla forza dell'udire. In questo sono significative le intuizioni apparse in “Musica senza contrappunto”, che raccoglie le “partiture” (istruzioni) di decine di performance musicali. In una di esse, Chiari indica che l'esecutore deve ascoltare il luogo dove si esibisce e “raccontare” al pubblico i rumori, anche i più piccoli e insignificanti, che ode. Definita da lui stesso come “antimusica”, quella di Chiari rappresenta una strada poco battuta e profondamente radicale, un punto estremo che ha rappresentato per le generazioni successive una pietra di paragone e uno stimolo a pensare la musica oltre ogni confine e celebrare l'arte come dichiarazione di libertà.

“Giuseppe Chiari – spiega il curatore Nicola Davide Angerame – ha rappresentato una delle più radicali e convincenti forme di arte utopica nell'Italia degli anni del boom economico e della contestazione. Libero studioso di musicologia, Chiari decide di assumere una posizione radicale nei primi anni Sessanta scoprendo la forza e la spinta propulsiva della “antimusica”, intesa come negazione della musica in senso accademico, pop o anche dodecafonico, al fine di difendere il diritto di ciascuno di noi di “fare musica” come meglio crede, in qualsiasi momento, con qualsiasi cosa si abbia tra le mani, e anche non avendo nulla”.

Biografia Giuseppe Chiari
tratta da “Enciclopedia Italiana”, Roma, 2000
Compositore e artista concettuale, nato a Firenze il 26 settembre 1926. A Firenze, parallelamente agli studi universitari in matematica e in ingegneria (1946-51), si è dedicato alla musica studiando pianoforte e composizione. Attratto in particolare dalle esperienze di J. Cage, C. ha cominciato a interessarsi a ricerche sperimentali di musica visiva promuovendo nel 1961, con P. Grossi, l’associazione Vita musicale contemporanea; importanti per lo sviluppo artistico di C. furono, nei primi anni sessanta, l’incontro con Sylvano Bussotti, il confronto con le ricerche di poesia concreta del Gruppo 70, e infine i contratti con gli esponenti newyorkesi del movimento internazionale Fluxus, al quale l’artista aderì partecipando, nel 1962, al £Fluxus internationale Festspiele neuester Musik” di Wiesbaden.
Oltre che nell’ambito di significative rassegne collettive, da Documenta 5 di Kassel (1972) alla Biennale di Venezia (1972; 1976; 1978) a quella di Sidney (1990), C. ha sviluppato il suo complesso percorso artistico attraverso numerosi concerti e performances in Europa e negli Stati Uniti.
Sostenitore dell’interazione tra musica, linguaggio, gesto e immagine, C. ha elaborato azioni che si ricollegano alle esperienze neodadaiste e concettuali: brevi brani confluiscono, di volta in volta e senza un ordine prestabilito, in complesse pièces musicali, tese a esaltare la libertà espressiva e il concetto di indeterminazione del fare artistico. C. ha infatti composto "musica d’azione" basata su un complesso metodo di esecuzione che, accanto agli strumenti tradizionali, assume come componenti essenziali elementi sonori casuali o aleatori (acqua, foglie secche, sassi) che offrono lo spunto per rielaborazioni e azioni che trovano proprio nella casualità e nell’improvvisazione la costante essenza della sua ricerca (Gesti su un piano, 1962; La Strada, 1965; Suonare la città, 1965). Dalle prime partiture, in cui i segni delle note o le rappresentazioni grafiche dei gesti da compiere assumono un’evidenza visiva tale da imporsi anche quali immagini autonome, e puri prodotti visuali, C. è giunto a sperimentare mezzi espressivi diversi: dai collages a soluzioni pittorico-gestuali elaborate con segni, scritte e timbrature su pentagrammi, spartiti, fotografie, che trovano negli anni Ottanta piena e matura espressione. La sua opera grafica e pittorica è in parte conservata presso il Centro internazionale di arte contemporanea Tornabuoni di Firenze.
Tra i suoi scritti: Musica senza contrappunto (1969); Senza titolo (1971); Musica madre (1973); Teatrino (1974); Arte (1974); Metodo per suonare (1976); Aesthetik (1984); Dubbio sull’armonia (1990); Musica et cetera (1994).
Bibli.: A. Bonito Oliva, Il territorio magico. Comportamenti alternativi dall’arte, Firenze 1972; Giuseppe Chiari e la teoria dell’arte in Fluxus, a cura di E. Pedrini, Napoli 1992; H. J. Wagner, Giuseppe Chiari, in Komponisten der Gegenwart, hrsg. H. W. Heister, W. W. Sparrer, München 1992; L. Vinca Masini, Giuseppe Chiari, Firenze 1993.
Cataloghi di mostre: Giuseppe Chiari. Music is easy, a cura di E. Pedrini, Firenze 1983; Giuseppe Chiari, ed. D. B. Kuspit, L. Vinca Masini, Houston 1994.
Alexandra Andresen



Project Room
Giuliano Galletta Materiali per un romanzo visivo
a cura di Viana Conti


La Galleria Civica di Palazzo Tagliaferro ad Andora, con il Contemporary Culture Center di whitelabs, inaugura sabato 8 febbraio alle ore 17, in parallelo ed in interazione con la personale dell’artista storico Fluxus Giuseppe Chiari, a cura di Nicola Davide Angerame, la mostra-installazione Materiali per un romanzo visivo dell’artista-scrittore-giornalista Giuliano Galletta, allestita nella Project Room, a cura di Viana Conti.
Fin dai suoi esordi, alla fine degli anni Settanta, Giuliano Galletta persegue un suo progetto (meglio anti-progetto) di romanzo visivo. Tutto il suo percorso creativo, ormai più che trentennale, può essere quindi letto come unico, interminabile, “racconto ipotetico”, messo in opera con gli strumenti comunicativi più diversi: performance, installazioni, video, collage, fotografia, scrittura; da una mostra all’altra, da un libro all’altro Galletta rielabora in modo quasi ossessivo i suoi temi: la crisi del soggetto, i limiti del linguaggio, il rapporto fra memoria e coscienza, il ruolo sociale dell’artista. In mostra, Galletta propone ai visitatori uno spaccato del suo “metodo” di lavoro; estraendo dal suo personale museo (e archivio) del Caos oggetti eterogenei, reperti di auto-antropologia, siano essi vere proprie opere, testi, immagini, documenti, ma anche resti incongrui di una sindrome accumulativa, resoconti di un’ipnosi oggettuale, resi disponibili, squadernandoli su una specie di “bancarella dell’immaginario”. Il visitatore/spettatore/lettore ha la possibilità di costruire intorno ad essi un proprio percorso, scoprire come in un rebus l’impossibile intreccio del romanzesco. Come spiega l’artista, infatti. “il romanzesco si situa in quello spazio rosso che separa o unisce parole, cose, immagini. Uno spazio che diventa quindi agibile, centro dell’instancabile lavorìo del contingente. Come disse una volta Deleuze, il soggetto perde la sua trama a favore di un patchwork che prolifera all’infinito”.
GIULIANO GALLETTA (www.giulianogalletta.it) è nato a Sanremo nel 1955, vive e lavora a Genova. Artista, giornalista, scrittore è attivo fin dalla seconda metà degli anni Settanta e ha esposto in gallerie e musei italiani e stranieri. Fra le sue mostre più recenti, “Non voglio essere me stesso” (Galleria Silvy Bassanese, Biella, 2012), l’antologica “Il museo del caos” (Museo di arte contemporanea di Villa Croce, Genova, 2010), “You’re the top”, (Galleria Unimediamodern”, 2009), “Giuliano Galletta a Casa Jorn” (Casa-Museo Asger Jorn, Albissola Marina, 2007), “Hotel de l’avenir” (Camec, La Spezia, 2009). Ha pubblicato “tous jours” (edizioni Sileno, 1978), la raccolta di poesie “Un impossibile giorno” (edizioni Sileno, 1990), il saggio “Il televisore. Dal totem casalingo alla realtà virtuale” (Gribaudo, 1995), “Almanacco di un altro anno” (Antilibro-posteditore, 2004), “Sanguineti/Novecento. Conversazioni sulla cultura del XX° secolo” (il melangolo, 2005), ”Sabrina e l’arte della felicità” (il melangolo 2006), “Volti & Risvolti” (con Gianni Ansaldi, Sagep, 2009). “Il mondo non è una pesca” (Socialmente, 2010), “Il museo del caos” (Il Canneto 2010), “Non voglio essere me stesso” (Il Canneto, 2012). Nel 2004 ha vinto il premio Saint Vincent. Del suo lavoro hanno scritto Viana Conti, Bruno Corà, Germano Beringheli, Mauro Bocci, Rossana Bossaglia, Marco Ferrari, Marcelo Frixione, Matteo Fochessati, Riccardo Manzotti, Raffaele Perrotta, Andrea Ranieri, Simone Regazzoni, Valter Scelsi, Sandro Ricaldone, Carlo Romano, Sandra Solimano, Enrico Testa, Giuseppe Zuccarino.