Gianni-Emilio Simonetti – A rereading of John Cage

Varese - 29/01/2019 : 29/01/2019

Una rilettura Fluxus della partitura originaria di Water Walk, una delle performance musicali più note di John Cage.

Informazioni

  • Luogo: SPAZIO LAVIT
  • Indirizzo: Via Giulio Uberti 42 - Varese - Lombardia
  • Quando: dal 29/01/2019 - al 29/01/2019
  • Vernissage: 29/01/2019 ore 21
  • Autori: Gianni Emilio Simonetti
  • Generi: performance – happening

Comunicato stampa

A FLUXUS

REREADING

of

John Cage

WATER WALK 1959

by

Gianni-Emilio Simonetti

with

G.E. Simonetti, Evelina, Sara, Stefano.



Water Walk (1959) fu eseguita da John Cage la prima volta nel gennaio del 1959 nel corso di una celebre trasmissione televisiva italiana, Lascia o raddoppia, condotta da Mike Bongiorno. Trasmissione a cui Cage aveva partecipato come concorrente esperto in micologia. Da qui la sua definizione di television performance



Water Walk è una delle performance musicali più note di questo grande musicista americano ed essa segue di sette anni la realizzazione di Theater Piece n°1 al Black Mountain College, considerato il primo happening (theatrical event) della storia dell'arte contemporanea, con la partecipazione di Merce Cunningham, David Tudor e Robert Rauschenberg, allora studente del College.

Questa edizione di Water Walk è una rilettura Fluxus della partitura originaria caratterizzata da quella che Cage definì la centricità degli avvenimenti che la compongono e che hanno la possibilità di compiersi indipendentemente da tutti gl'altri avvenimenti presenti nel tempo dell'esecuzione.

Va ricordato che John Cage è stato uno degli ispiratori della poetica del gruppo Fluxus con i cui protagonisti a dialogato e lavorato per più di un trentennio.

Un'edizione di Water Walk analoga a quella in programma e con gli stessi performer è stata realizzata nell'aprile del 2018 al Beaubourg di Parigi.



INOLTRE



Durante la stessa serata in collaborazione con la fondazione Bonotto di Vicenza, verrà presentato per la prima volta al pubblico l’arazzo (300x180)



OH, POOR YORICK! 2018.

Il faut être léger comme l'oiseau et non comme la plume.

Paul Valéry



Al tempo di Understanding Media, in polemica con Wilbur Schramm – allora celebrato esponente della communication research – Marshall McLuhan affermò che il contenuto di un medium è un altro medium.

Una piroetta epistemologica che assomiglia molto a una catastrofe semantica e che trasferisce sulla tecnica gli effetti pervasivi dell’immaginario, indipendentemente dai contenuti che si stanno veicolando.

Qual è allora il contenuto di un arazzo?

Il suo processo di tessitura in cui si inverano gli anacronismi della narrazione, ciò che inquieta la sguardo per quella dissomiglianza con il corso delle cose e un passato ri-significato a coazione a ripetere.

Qual è allora il contenuto dell’ergon, dell’opera?

Un ritorno alla techné attraverso quel nonnulla dell’immagine che – grazie al “quadrato bianco su fondo bianco” di Kasimir Malevic – resiste a ogni simbolizzazione. Si abbandona feticisticamente al reale, a quel vuoto della rappresentazione in cui – nella contemporaneità – l’illegibile è il solo visibile che ci resta.

Qui, nella fattispecie, il tessuto non è solo l’effetto del tessere, come la voce del respirare, il tessuto risiede nella cosa tessuta e in questa cosa viene in essere. Un accadere, grazie alla mano operaia che la genera e alla perseveranza di un mecenate, ultimo potere dei technitai di fronte alla proverbiale famelicità della performance.

In quest’ottica, il fine dell’autore dell’arazzo – o più semplicemente della sua firma – è nell’altrove dell’opera, nella poiesis, in quella condizione di agency così come traspare dall’antropologia dell’arte di Alfred Gell. Una sorta di “scopofilia” che rende l’immagine, al di là dell’epistemica dei dettagli – il ritratto di un pattinatore che da tempo dorme alla National Gallery of Scotland – ipertrofica, intrusione di un’epoca in un’altra, macchia di colore che dilaga nella rappresentazione come il suo sintomo: l’ineluttabile banalità del visibile, di cui Martin Heiddeger (in L’origine dell’opera d’arte) invita a vedere l’enigma.



Gianni-Emilio Simonetti.