GD4PhotoArt – La fotografia s’industria

Bologna - 21/11/2012 : 30/12/2012

“La fotografia s’industria” è il titolo della mostra dedicata alla fotografia industriale e corporate che si snoda, presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna, attraverso gli scatti dei fotografi selezionati per la terza edizione del concorso GD4PhotoArt.

Informazioni

  • Luogo: PINACOTECA NAZIONALE
  • Indirizzo: Via Delle Belle Arti 56 - Bologna - Emilia-Romagna
  • Quando: dal 21/11/2012 - al 30/12/2012
  • Vernissage: 21/11/2012 ore 18.30
  • Generi: fotografia, collettiva
  • Sito web: http://www.gd4photoart.com
  • Email: studio@ericaprous.com
  • Patrocini: La mostra, promossa da G.D e Fondazione Isabella Seràgnoli, è accompagnata dal catalogo Italiano/Inglese, curato da Giovanna Calvenzi, edito da Damiani Editore
  • Editori: DAMIANI

Comunicato stampa

“La fotografia s’industria” è il titolo della mostra dedicata alla fotografia industriale e corporate che si snoda, presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna, attraverso gli scatti dei fotografi selezionati per la terza edizione del concorso GD4PhotoArt.

La Fondazione Isabella Seràgnoli e G.D, azienda leader mondiale nel settore delle macchine per il packaging, promuovono GD4PhotoArt, una selezione biennale di giovani fotografi, da quest'anno anche extra-europei, che ha lo scopo di documentare e sostenere l'attività di ricerca sull'immagine dell'industria attraverso tutte le sue manifestazioni: luoghi, architetture, persone, prodotti, ambienti e relazioni



L’obiettivo è di contribuire allo sviluppo di un progetto sistematico e continuativo con la raccolta di dati e opere tramite regolari contatti con artisti, critici, musei e operatori del settore.

L'iniziativa GD4PhotoArt è nata nel 2007 per promuovere l’attività di giovani artisti under 40 e creare un fondo di fotografia industriale che farà parte di una collezione permanente all’interno di un centro espositivo, che costituirà un punto d’incontro tra creatività e tecnologia e che l’impresa sta realizzando.

Andrea Stultiens – Olanda, Jiang Jun – Cina, Tomoko Sawada – Giappone, Txema Salvans – Spagna, sono i quattro finalisti di questa edizione, selezionati da una prestigiosa giuria internazionale presieduta da Isabella Seràgnoli, Presidente G.D e costituita da Quentin Bajac, Musée National d'Art Moderne, Centre Georges Pompidou, Parigi; Gabriele Basilico, fotografo; Giovanna Calvenzi, giornalista e photo editor; Giuseppe Ciorra, MAXXI Architettura; Daniela Facchinato, fotografa; Laura Gasparini, Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia; Michael Hoppen, Michael Hoppen Gallery, Londra; Piero Orlandi, Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, Roberta Valtorta, Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, Milano.

La mostra, promossa da G.D e Fondazione Isabella Seràgnoli, è accompagnata dal catalogo Italiano/Inglese, curato da Giovanna Calvenzi, edito da Damiani Editore.

Uffici stampa
nazionale: Erica Prous Studio, Milano Tel. 347 12 00 420 - [email protected]
locale: GD4PhotoArt, Bologna Tel. 051- 6474406 - [email protected]

I finalisti

Jiang Jun - Cina

The Village with a Skyscraper (Il villaggio con un grattacielo)
Molti anni fa, nel corso di una conversazione con Jiang Jun, affrontammo il tema della società cinese dilaniata dall’insanabile conflitto tra una modernità “insufficiente” dalle specifiche caratteristiche cinesi e una ultra-modernità che si riflette nella dicotomia esistente tra lo sviluppo urbano e le comunità rurali: poiché il processo di modernizzazione ha profondamente minato la fiducia delle comunità sulle strutture sociali tradizionali, la Cina rischia di diventare una sorta di isola dalle speranze depresse. Inoltre, se cerca di invertire la rotta e di ricongiungersi con le sue sole forze al proprio passato e a un futuro ancora ignoto, la Cina deve riuscire a infondere nei suoi abitanti rinnovata speranza e fiducia.
Ritengo che la serie fotografica di Jiang Jun Il villaggio con il grattacielo ci sveli proprio questa solitaria "isola dalle speranze depresse" dell'era post-socialista. Il villaggio di Huaxi ci spinge a porci la domanda: “Quale impulso può dare origine a tali scenari allo stesso tempo desolanti e umoristici, partendo dal dato reale? Quale impulso trasforma una realtà teatrale in un simile fenomeno?".
Tra le sofferenze moderne derivanti dalle passate rivoluzioni, vi è l'incapacità dei cinesi di separarsi dai fantasmi della storia. I cinesi sono profondamente convinti che ogni cosa, a questo mondo, sia soggetta all’avvicendamento ciclico di fortuna e sciagura. Il lavoro di Jiang Jun sul villaggio Huaxi non si limita a esporre una “facciata rossa”; la sua componente turistica e commerciale contribuisce anche a creare speranza e prosperità economica. In particolare i Grandi Giochi di Massa di Arirang sono stati inseriti nel Guinness dei primati e sono divenuti un must a Pyongyang. In uno spettatore attento, i dialoghi ambientati in questi scenari suscitano un’angosciosa inquietudine legata a sentimenti fugaci e malinconici, simili a quelli evocati dal “parco a tema”, nella prospettiva di una “rovina futura” che si prepara per l’avvenire. In base alla nostra esperienza, il movimento di urbanizzazione in Cina ha creato molti “parchi a tema” in stile “gioiosa rovina”.
Ovviamente le aspettative di vita di Huaxi sembrano più rosee di quelle “gioiose rovine” per via dei complessi elementi coinvolti, e le sue fondamenta sono più saldamente ancorate alla realtà, soprattutto in relazione all'aspetto delle "speranze depresse". Mediante una ricerca multidisciplinare di taglio geografico, economico, politico e culturale, Jiang Jun ha analizzato i fattori che hanno contribuito a questo fenomeno. Senza perdere di vista l'argomento “super Cina”, Jiang focalizza l’attenzione sugli studi urbani dando prova della sua passione per l’archeologia contemporanea; cosa ancora più importante, quando i suoi occhi di fotografo incontrano gli spazi della realtà, la macchina fotografica si trasforma in un imperturbabile osservatore che passa meticolosamente in rassegna da diverse angolazioni gli stati dell’esistenza, e alla fine delinea una nuova topografia. Nell’aria resa cupa da un velo di smog osserviamo i suoi spettacolari paesaggi, a un tempo dettagliatissimi e astratti, banali e grandiosi.
Può forse essere impossibile, per noi, distinguere con certezza tra realtà e messa in scena, proprio come accadde al grande filosofo Zhuangzi nel tentare di rendere il concetto del tempo e dello spazio nel “Sogno di una farfalla” (*). E i fantasmi del passato, nel nostro futuro invisibile, potrebbero provare che un tempo il territorio della Cina era pervaso di sogni meravigliosi, oltre che dalla realtà del suo incubo. (HuFang, scrittore e direttore artistico, Vitamin Creative Space Guangzhou , Cina).
(*) L'accenno al “Sogno della farfalla” trova riscontro nel capitolo del testo taoista Zhuangzi intitolato Sull’organizzazione delle cose. Al suo risveglio, Zhuangzi descrive di aver sognato di essersi trasformato in una farfalla, e di aver sognato una farfalla che si trasformava in lui, Zhuangzi. Forse possiamo tracciare un parallelo con le teorie storiche sulla simulazione.


Txema Salvans - Spagna

Based on Real Facts (Basato su fatti reali)
Mentre la cultura popolare ci inculca il mito di una natura selvaggia vista come meta per fuggire da una quotidianità frustrante, l’esperienza più comune ci tiene ancorati a un turismo di massa oppure a fugaci evasioni verso quei luoghi che non sono altro che quel che resta del paesaggio: vestigia di ciò che un tempo era campagna e adesso è spazio dominato dall’industria, dallo sviluppo urbano e dalle grandi aree commerciali. Conquistati per necessità e trasformati dalla resilienza, questi luoghi perdono la loro dimensione inospitale per convertirsi in opzioni plausibili che consentono anche di godersi il tempo libero all’aria aperta e lontano dal caos della città.
Queste scenografie dell’ozio nella società postindustriale sono quelle che giustamente interessano a Txema Salvans, che le interpreta enfatizzandone la banalità surreale e aumentando il senso di divertente sorpresa che producono in noi. Per questo si avvale di due artifici retorici. Da un lato mantiene un punto di vista sufficientemente lontano per mettere in primo piano la scena e il suo contesto rispetto ai singoli personaggi e alle loro espressioni. Ma in secondo luogo, e soprattutto, ricorre all’artificio dell’ellissi. La maggior parte delle immagini è stata realizzata sulla spiaggia o vicino al mare: il mare è quindi l’elemento che giustifica la presenza dei bagnanti, dei pescatori o dei giochi sulla sabbia. E tuttavia il mare è sempre invisibile perché Salvans si colloca tra l’acqua e i personaggi, invertendo la direzione del suo sguardo. Pertanto, quello che la fotocamera ci mostra è uno sfondo degradato al quale i personaggi vogliono girare le spalle. Girare le spalle significa ignorarlo, significa anche fingere che non esista.
Il lavoro di Salvans parla quindi di questo auto-inganno collettivo che porta a fantasticare con questi surrogati transitori di paradiso. Dato che non sappiamo se vi sia un altro paradiso possibile, ci accontentiamo di questi momenti di felicità e di riposo in mezzo al cemento e alle fabbriche. Ma ci parla anche di un paradosso che riguarda la politica della visione. Il paradosso è che a noi, “spettatori-delle-fotografie”, è vietato vedere quello che gli “attori-nelle-fotografie” vogliono vedere e in cambio si manifesta davanti ai nostri occhi ciò che essi non vogliono vedere. È Salvans che gestisce le interazioni di questa dialettica e nel farlo dimostra, come sosteneva Nietszche, che non esistono fatti, ma solo interpretazioni. (Joan Fontcuberta, artista visuale, docente di fotografia)


Tomoko Sawada - Giappone

Skin (Pelle)
Le opere di Sawada Tomoko sono esperimenti di personalizzazione di una giovane donna. Da studentessa, poco più che ventenne, Sawada Tomoko si era travestita per impersonare diverse tipologie di donne sue coetanee e si era fotografata nelle cabine automatiche della sua città per realizzare "ID 400" (1998), una serie di 400 fotografie. Le cabine automatiche sono progettate per realizzare fotografie destinate ai documenti d'identità, cioè quattro foto formato tessera, frontali, dal busto in su, e consentono limitate possibilità espressive. Lavorando con questi limiti, Sawada Tomoko si è servita del suo volto e del suo corpo per ritrarre 400 donne diverse. L'unico modo per farlo era cambiare pettinatura e apportare piccole modifiche all'espressione, al trucco e agli abiti: questi quattro elementi erano tutto ciò che aveva a sua disposizione scegliendo questi elementi con grande attenzione, metteva in evidenza insieme all'aspetto esteriore, anche la natura intima della persona rappresentata.
Nella sua serie successiva si è concentrata sull'usanza detta "omiai", cioè il matrimonio combinato, che prevede di realizzare delle fotografie della ragazza allo scopo di trovarle un marito adatto. Tomoko si è vestita secondo lo stile consueto per questo tipo di immagini e ha impersonato trenta diverse donne della sua generazione; quindi si è fatta fotografare in studio, realizzando la serie dal titolo "Omiai" (2001). In seguito si è concentrata sulle forme più estreme della “street fashion” giovanile e ha posato con i capelli tinti, la pelle abbronzatissima e gli abiti più in voga tra le ragazze per la serie "Cover" (2002). L’anno successivo ha abbandonato le ragazze spensierate che si pavoneggiano per le strade e ha rivolto la sua attenzione a un gruppo apparentemente opposto, vale a dire a donne un po’ più anziane occupate in varie professioni, e ha chiamato "Costume" (2003) questo nuovo lavoro.
Con "School Days" (2004) è tornata alle sue origini e ha ricreato un ritratto di classe di una scuola femminile. Da giovane donna, Sawada interpreta il ruolo di tante altre donne la cui giovinezza è delimitata da una sorta di data di scadenza; esse vengono considerate e giudicate in base al loro aspetto esteriore e Tomoko Sawada indaga ed esplora le loro diverse situazioni esistenziali.
La serie "Costume", nella quale ha rappresentato le donne che lavorano - come la direttrice di un albergo, la receptionist di un'azienda, la commessa di una boutique, la hostess o la poliziotta - è un ottimo esempio del modo in cui Sawada lavora. Osservando i suoi soggetti con sguardo distaccato, mostra come le ragazze, o "kogals", vengano accomunate per il loro aspetto esteriore, sottolinea il valore eccessivo attribuito alla giovinezza e all'aspetto fisico, ed evidenzia come le decisioni vengano prese sulla base dell’apparenza piuttosto che delle capacità o della reciproca empatia. Allo stesso tempo Tomoko Sawada esprime solidarietà verso le donne che si rendono conto di questa realtà e l'affrontano, assumendo il ruolo di “giovane donna” per sottrarsi allo sguardo della società. In altre parole, esse indossano una maschera, un costume, e lottano per far parte della società.
I suoi lavori mettono in ridicolo la superficialità della società contemporanea che attribuisce tanta importanza all'aspetto esteriore. E al tempo stesso sono anche uno strumento con il quale indaga se stessa, sia esteriormente che interiormente.
Nel suo ultimo progetto utilizza ancora una parte del suo corpo per mettere in scena una riflessione sulla necessità di molte donne giapponesi di indossare una sorta di corazza per affrontare la realtà contemporanea. Le calze, importate in Giappone con altra biancheria intima solo negli anni Sessanta, sono diventate nel tempo una “necessità emblematica”. La serie è ambientata all’interno di un’azienda che produce calze, Tabio, e che, grazie alla moda, ha cambiato lo stile di vita di molte donne giapponesi.
(MichikoKasahara, curatore, Tokyo Metropolitan Museum of Photography)


Andrea Stultiens - Olanda

Crafted - (Fatto a mano)
Nella sua introduzione a Crafted, Andrea Stultiens cita un ben noto parallelo tra l'invenzione della fotografia, nel XIX secolo, e la scoperta del mondo. Ovviamente entrambe hanno mosso i primi passi più indietro nel tempo e hanno radici più antiche, ma ciò che Stultiens sottolinea è il fatto che entrambe si sono appropriate del mondo in una misura fino a quel momento sconosciuta. Sono passati ormai due secoli: siamo in un'epoca di globalizzazione, di incessante produzione di immagini, un'epoca che lotta con le conseguenze spesso violente del colonialismo. In fotografia le questioni che riguardano la (ri)produzione e la rappresentazione sono diventate almeno tanto importanti quanto il tema della colonizzazione, specificamente per quanto riguarda il mondo non occidentale. In che modo il fotografo (documentarista) si misura con questi problemi?
Fino a oggi, Stultiens ha scelto un approccio critico e non-trasparente al suo strumento espressivo. È un’ottima fotografa ma non indulge mai nelle belle immagini o nel puro piacere estetico. Al centro della sua arte c’è la nozione di archivio, di inventario, le cui leggi e strutture costituiscono un'altra vezzeggiata ossessione del XIX secolo. Negli ultimi decenni le caratteristiche e le peculiarità degli archivi hanno ispirato un gran numero di fotografi e di altri artisti visuali (concettuali), adombrando l'idea di un artista-creatore onnipotente.
Il precedente progetto di Stultiens, The Kaddu Wasswa Archive (2010), era il risultato della collaborazione estremamente stimolante con un insegnante e operatore sociale ugandese che, in un momento storico decisivo, aveva raccolto un’enorme, multiforme documentazione della sua attività. In questo caso Stultiens agiva da mediatrice ma una mediatrice molto attiva perché aggiungeva le sue fotografie all'esplorazione visiva del mondo mentale e fisico di Kaddu Wasswa, evitando così un semplicistico riposizionamento della rappresentazione dell’autore. Inoltre, sia il libro che la mostra esploravano in modo convincente le strategie adatte a presentare visivamente la complessità di questa collaborazione.
Crafted mostra un approccio radicalmente diverso sia all'archivio sia alla realtà ugandese. Per usare le parole della fotografa, questo progetto ha a che fare col “produrre la rappresentazione di un determinato luogo in un'epoca di globalizzazione". In questo caso Stultiens ha letteralmente creato un archivio fondato sulla ricerca condotta tra i materiali e i processi produttivi con cui vengono realizzati i bei souvenir che tutti amiamo portare a casa dai nostri viaggi. Una critica degli errori che riguardano l’identità, l’autenticità e l’originalità di questi oggetti sarebbe stata il procedimento più ovvio, Stultiens ha preferito invece lasciarsi sorprendere e ha scoperto una gamma ben più ampia di valori e di qualità nei complessi processi di realizzare, distribuire e vendere i prodotti. Di nuovo interroga la materialità della fotografia stessa: le fotografie stenopeiche registrano i materiali grezzi, il reportage diretto,di parole e immagini, racconta le storie e i complessi procedimenti digitali ricreano gli interni e gli esterni delle case ugandesi.
(Hripsimé Visser, curatrice della fotografia, Stedelijk Museum Amsterdam.)