Francesco Nonino – Come se la vergogna

Torino - 05/04/2013 : 25/05/2013

È una mise en scène quella che Francesco Nonino allestisce per la serie fotografica Come se la vergogna. È un gioco in cui l’autore posa recitando la parte che egli stesso si è scritto su misura, dato che – essendo lui stesso ad interpretare le situazioni – non vi è distinzione tra soggetto e colui che scatta la fotografia.

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Comunicato stampa

Calpestare le lenzuola di fronte allo specchio

È una mise en scène quella che Francesco Nonino allestisce per la serie fotografica Come se la vergogna. È un gioco in cui l’autore posa recitando la parte che egli stesso si è scritto su misura, dato che – essendo lui stesso ad interpretare le situazioni – non vi è distinzione tra soggetto e colui che scatta la fotografia

Non c’è la gerarchia tra chi occupa i due lati opposti dell’obbiettivo e, senza essere un autoritratto, è lecito considerare l’azione semplicemente come un prelievo di realtà, una semplice registrazione in cui vi sono delle interferenze di ruolo tra chi sta davanti e chi dietro le ottiche della fotocamera.
Sono immagini dal sapore surreale ed inquietante, con un sentore di rebus di gusto surrealista. Non sapremo mai così il motivo per cui un uomo calpesta il cuscino o la ragione per cui qualcuno apre la porta di una soffitta: svuotandosi e mettendo la maschera, l’artista sceglie di vestirsi con abiti che non sono apparentemente i propri, ma che gli appartengono come potenziale eversivo. Nonino infatti gioca a fare il dissidente della propria identità, non dà alcuna risposta e rimanda al mittente le istanze essenziali del chi e del cosa, dopo averle deformate con uno specchio traditore.
Le implicazioni psicoanalitiche sono evidenti: non sono cioè immagini fedeli, ma una rappresentazione delle potenzialità dell’uscita dal ruolo assegnatogli in quanto persona e fotografo. Sono recite a soggetto, non dissimili a quelle che si concedeva in vecchiaia Giorgio De Chirico, ritraendosi con costumi fuori del tempo. Se lo spiazzamento nel caso del pittore era dovuto ad una serie di slittamenti temporali, potremmo dire bonariamente ad amnesie, Nonino invece ha voluto posizionare sé stesso in situazioni marcatamente kafkiane, come testimonia il titolo del progetto riferito a un brano dell’autore ceco e come suggerisce l’utilizzo di simbologie ricorrenti nell’opera dello scrittore (il letto, una scrivania ingombra di carte, una soglia chiusa oppure aperta sull’ignoto).
Non solo quindi, dai due lati della fotocamera, mondo e pensiero, realtà ed interpretazione, sono spinti in completo corto circuito. Ma allo spettatore non resta che costatare la propria inerme ed impotente catatonia.

Daniele Capra