Ferdinando Bruni – Favole della Buonanotte

Milano - 23/11/2015 : 20/01/2016

Una "porta magica" che apre gli occhi al mondo dell'immagine e di una storia… un'arte che parla direttamente alle emozioni ma che aiuta anche a pensare, a riflettere e a comprendere, immagini che sublimano la realtà come una metafora, suggerendo insondabili pulsioni emozionali e sollevando dubbi piuttosto che proponendo risposte. Camaleontico, eccentrico, poetico, Ferdinando Bruni è sempre pronto a ridefinire la propria identità.

Informazioni

Comunicato stampa

"Inventavo il colore delle vocali! - A nero, E bianco, I rosso, O azzurro, U verde. - regolavo la forma e il movimento di ogni consonante, e, coi ritmi istintivi, m'inorgoglivo d'inventare una parola poetica accessibile, un giorno o l'altro, a tutti i sensi. Tenevo per me la traduzione.
Prima fu un tentativo

Scrivevo dei silenzi, delle notti, annotavo l'inesprimibile, ancoravo le vertigini"
(Arthur Rimbaud)

Una "porta magica" che apre gli occhi al mondo dell'immagine e di una storia… un'arte che parla direttamente alle emozioni ma che aiuta anche a pensare, a riflettere e a comprendere, immagini che sublimano la realtà come una metafora, suggerendo insondabili pulsioni emozionali e sollevando dubbi piuttosto che proponendo risposte. Camaleontico, eccentrico, poetico, Ferdinando Bruni è sempre pronto a ridefinire la propria identità. Ed è proprio questo senso di libertà che si respira nelle sue opere e nel suo essere anticonformista, ma nel sentirsi libero di spaziare dalla recitazione alla traduzione, dalla regia alla pittura, perché creare è per lui sinonimo di essere. Bruni sembra mettere al centro la manipolazione del linguaggio, un aspetto essenziale della vita in quanto mezzo di comunicazione. L'uso che fa del linguaggio risponde all'idea che delle realtà diverse si possono esplorare in maniera più complessa e profonda rispetto all'esperienza quotidiana. Delle realtà che sono sempre spietate e, appunto, distopiche in quanto un mondo perfetto sarebbe meno interessante da raccontare. Sono molto più rivelatrici le cose che non funzionano. Un aspetto ricorrente del suo lavoro è una dimensione straniata e straniante, in cui le foto, i segni, le parole, sembrano al contempo dentro e fuori le storie, un processo di scrittura e riscrittura che anche nel caso delle immagini diviene una una storia che lascia aperte delle possibilità di esplorazione.
Ferdinando Bruni affida all'opera il compito di trasmettere emozioni: oggetti, foto, reperti, inserimenti, tutto diviene la materia che rivela una qualità di essere, di significato, di sensazione. E nelle sue tele, gli spazi sono attraversati da segni e colore che si muovono su fondi dai quali affiorano tracce di immagini rubate alla storia, ad una storia...
Tela, legno, scarpette, foto, e scale e casette e parole e volti e impronte….fondi e frammenti, disposti su tutta la superficie, che creano un orizzonte visionario che pare suggerire un'inarrestabile esfoliazione della materia e del racconto che vi è dipinto sopra. Scritte, materiali, oggetti e segni diventano tutti parte di un narrazione, che cerca in chi guarda la complicità di chi è disposto a scoprire. Per Ferdinando Bruni è la scoperta di un punto di convergenza in cui tutte le componenti dell'opera sono parti di un desiderio di trasformare… la visione, il racconto, la vita.
Quelle di Ferdinando Bruni sono invenzioni di storie private, di identità nascoste sotto strati di disinteresse, ai margini della Storia, e, proprio perché ai margini della storia, perdute, senza speranza di lasciare traccia, di partecipare all'immortalità… E ‘ridar vita' sembra essere una delle possibilità di Bruni, una risorsa estrema, forse una delle ultime carte da giocare. Non una semplice ed innocente visione del mondo, ma un tentativo di pensare senza il mondo, per pensare, insomma, il mondo al di là del mondo. Rappresentare altre storie, racconti non ancora ascoltati, intraprendendo la strada del reperto, del sentito, del familiare: del luogo comune. E proprio perché si tratta di 'luoghi comuni' queste tavole espongono la loro precarietà, la loro natura mutevole e visionaria. È la scoperta della propria fragilità, ma è anche la scoperta di un sentimento di partecipazione alla molteplicità, un modo di fissare le tracce della propria esistenza.
Francesca Alfano Miglietti

FAVOLE DELLA BUONANOTTE
In principio era – o, più familiarmente, c'era una volta - un vecchio album di foto, il catalogo di un fotografo americano – Chicago 1860 o giù di lì – trovato a Portobello Road. Ritratti. Facce di donne, uomini, giovani, vecchi, bambini arrivati da un passato lontano coi loro volti seri, resi attoniti dalle lunghe pose, vagamente sinistri e misteriosi. Identità sconosciute, solo un nome in tutta quella schiera di presenze anonime: Fannie Moore, age 14. Gli altri, murati nei loro abiti borghesi, probabilmente i loro più eleganti, a pormi la sfida di un racconto. Personaggi senza autore e senza storia. Così li ho interrogati a lungo, mi sono chiesto a lungo di quali vite fossero il ricordo, di quali naufragi fossero i relitti. Per molto tempo hanno dormito in un cassetto. Poi, piano piano, intuendo forse una via per incrociare la pittura al teatro, ho costruito insieme a loro un'ipotesi di rappresentazione. Li ho riuniti in gruppi familiari, ho inventato per loro relazioni arbitrarie, luoghi fantasma, abitazioni inospitali con scale per fuggire (forse), incubi domestici, echi paurosi di infanzia e sullo sfondo il riverbero di antiche filastrocche vittoriane, ricordi sfilacciati di parole. Solo pochissimi fra loro hanno avuto diritto a una trasfigurazione letteraria: un improbabile Lear con in braccio la sua piccola Cordelia, un Verlaine con Rimbaud, una santa-bambina su una collina in fiamme. Gli altri riuniti in tetre congreghe parentali, spesso ostili uno all'altro nello stesso quadro, a raccontare l'eterna, soffocante storia della famiglia piccolo borghese nei suoi spettrali giardini, nei suoi salotti bui dove i tappeti si trasformano in gorghi di noia, pericolosi come sabbie mobili mentre incombe sul fragile tetto delle loro casette, come un presagio, come una minaccia di future tragedie domestiche, un nuvolone carico di pioggia. Mi è capitato a volte, mentre dipingevo, di scoprirmi un piccolo ghigno malvagio: povere signore, poveri signori, poveri bimbi: chi gliel'avrebbe detto, mentre posavano impettiti a Chicago, che la loro faccia, l'immagine di sè costruita con tanta cura, avrebbe animato centocinquant'anni dopo questi microdrammi, queste favole nere della buona notte. Ma il teatro è anche questo, il teatro ha anche questo potere misterioso: far rivivere i morti, dare loro una seconda chance.
Ferdinando Bruni