Emanuele Dottori / Maurizio Gabbana – Tutta mia la città

Milano - 13/04/2015 : 04/05/2015

Sia nelle città fotografate da Maurizio Gabbana, sia in quelle dipinte da Emanuele Dottori, la scelta dell'ambientazione notturna è funzionale alla ricerca di intimità con lo scenario urbano, al desiderio di un'immersione al suo interno e finanche di una sua appropriazione, favorita dalla perdita dei contorni delle cose, dalla rarefazione di oggetti e persone, da una sorta di desertificazione dei sensi che accade a volte (queste volte) col calare del buio.

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Comunicato stampa

Città, notturni e deserti

Prima ancora di segnalare che il titolo di questa mostra non contiene un refuso (il cortocircuito tra

singolare e plurale è voluto), forse è opportuno trascrivere il verso successivo della canzone dalla

quale è tratto. Il ritornello di uno dei più grandi successi dell'Equipe 84 (datato 1969), dopo "tutta

mia la città", recita: "un deserto che conosco"



Sia nelle città fotografate da Maurizio Gabbana, sia in quelle dipinte da Emanuele Dottori, la scelta

dell'ambientazione notturna è funzionale alla ricerca di intimità con lo scenario urbano, al desiderio

di un'immersione al suo interno e finanche di una sua appropriazione, favorita dalla perdita dei

contorni delle cose, dalla rarefazione di oggetti e persone, da una sorta di desertificazione dei sensi

che accade a volte (queste volte) col calare del buio. I deserti ovviamente non sono tutti uguali, non

lo sono neppure i notturni e tantomeno le città. Nelle opere di Gabbana e in quelle di Dottori si

possono anzi scorgere due tipologie antitetiche di queste categorie, sebbene allo stesso modo

coinvolgenti.

Il deserto evocato dalle fotografie di Gabbana è un vuoto appagante, una scatola foderata di

architetture monumentali e cariche di storia, il cui ruolo consiste però nell'arredare una sontuosa

vacuità. Una luce precisa ma allo stesso tempo straniante si ritaglia il compito di delineare le vie di

fuga dall'immagine, di incanalare lo sguardo verso un'oscurita cangiante. Le uniche figure che

possono avere luogo in questa situazione sono non a caso dei fantasmi: gli spettri dipinti da Roberto

Bosco, quanto più saturano le piazze e le architetture milanesi fotografate da Gabbana, tanto più le

alleggeriscono, le smaterializzano, le svuotano, in una prospettiva ascendente.

La traiettoria che invece caratterizza i dipinti di Dottori è quasi sempre discendente. È infatti la

traiettoria delle incursioni aeree e delle bombe che devastano le sue città, i suoi teatri di guerra colti

in momenti notturni. L'oscurità rappresentata in queste opere, più che buio, è letteralmente,

etimologicamente tenebra, una parola che ha la radice in comune con il verbo temere e che, nella

sua accezione originaria, contempla un'idea di minacciosa immobilità, di un arresto di cose e persone

che si consegnano in tal modo alla distruzione. In queste città desertificate dal conflitto la luce ha la

singolare funzione di lasciar incuneare le tenebre, di scandirle nello spazio, di conferire loro un ritmo

percettivo. Un ritmo molto diverso da quello finto-malinconico (e in realtà un po' gongolante) della

canzone dell'Equipe 84, una cadenza meno orecchiabile e decisamente più allarmante, anche se altri

due versi del brano sembrano trovare riscontro sia nei dipinti di Dottori sia nelle foto di Gabbana. I

versi in cui si dice che "le luci bianche nella notte/ sembrano accese per me".

Roberto Borghi