Elena Perrone – Il tempo sospeso Fotografie 1982-2015

torino - 30/03/2019 : 13/04/2019

La fotografa torinese Elena Perrone sarà in mostra personale “Il tempo sospeso”. Fotografie 1982-2015

Informazioni

  • Luogo: ART GALLERY 37
  • Indirizzo: Via Buniva 9/TER/F - torino - Piemonte
  • Quando: dal 30/03/2019 - al 13/04/2019
  • Vernissage: 30/03/2019 ore 18,30
  • Autori: Elena Perrone
  • Generi: fotografia, personale
  • Orari: dal martedì al sabato dalle ore 15,30 alle 18,30 Domenica e Lunedì chiuso

Comunicato stampa

La fotografa torinese Elena Perrone sarà in mostra personale “Il tempo sospeso”. Fotografie 1982-2015, dal 30 marzo al 13 aprile 2019 presso il Palazzo Antonelliano di via Buniva 9/ter a Torino, nella sede della Galleria di arte Moderna e Contemporanea Artgallery37.
La mostra sara’ accompagnata da relativo catalogo.

Ci sono due tipi di domande che Elena Perrone detesta sentirsi rivolgere – in effetti, sono domande piuttosto sciocche. Il primo è quello che verte, in varie formulazioni, su “cosa vuole esprimere” nelle sue fotografie

Probabilmente ribalterà cortesemente la domanda, di certo non si produrrà in una disquisizione piena di articolate banalità sul senso dell’arte e della vita. Il secondo è quella tipico degli “esperti” che vorrebbero coinvolgerla in discussioni su tecniche e attrezzature, obiettivi ed elaborazioni e che lei si diverte a spiazzare con risposte come “non so, faccio tutto in automatico”, oppure “il mio obiettivo preferito è quello più leggero”. Il fatto è che Elena Perrone non usa filtri, se ci si passa la facile metafora. La persona e la fotografa evitano accuratamente ogni sovrastruttura retorica, artificio, ricerca di effetto, autopromozione. È la personificazione dell’understatement in salsa sabauda: consapevole delle proprie capacità ma schiva, fiera del proprio lavoro ma estremamente restìa a parlarne. Che è anche il motivo per cui le esposizioni pubbliche dei suoi lavori, la partecipazione a mostre e pubblicazioni, si contano sulle dita di una mano o poco più. Elena Perrone vive tra Regina Margherita e Sestiere Castello a Venezia. Dopo gli ottimi risultati conseguiti nel concorso nazionale “Collection Art 37”, e il successo della mostra collettiva omonima, torna dal 30 marzo al 15 aprile negli spazi torinesi di Art Gallery 37 in via Buniva con una personale a cura di Roberto Borra, che ripercorre buona parte della sua opera proponendo fotografie scattate – ma sarebbe più corretto dire create – fra il 1982 e il 2015. Quello che fotografa sono oggetti, persone, luoghi reali che il suo obiettivo trasforma in potenziali epifanie in cui tempo e spazio si uniscono e vibrano all’unisono. Sta all’osservatore cogliere o inseguire l’attimo sospeso, il fleeting glimpse, la percezione fugace ai limiti dell’intuizione di un oltre su cui l’immagine si fa possibile affaccio. Elena Perrone non ha un soggetto prevalente o preferito, con la parziale eccezione, forse, delle piume, nelle quali vede la perfezione intesa come coincidenza totale di estetica e funzione. Le piume rappresentano anche una sfida tecnica nella quale Perrone si cimenta con successo. Se liquida con una battuta le domande “tecniche” questo non significa che si affidi al caso o all’approssimazione: l’annoia parlare dell’argomento, ma non ne è certo ignara. Non dimentichiamo che ha iniziato a fotografare in epoca analogica, quando una certa competenza tecnica era indispensabile perfino ai fotografi della domenica, e nel corso degli anni ha usato ogni tipo di fotocamera professionale con risultati brillanti. La sua è una tecnica interiorizzata che non si traduce in compiacimento virtuosistico ma è uno strumento prezioso al servizio dell’espressione. Ne sono prova evidente queste immagini, tutte realizzate con luce naturale. Dove tuttavia “naturale” non va confuso con “casuale”: non sono stati impiegati illuminatori esterni, ma è stato meticolosamente studiato e valutato ogni possibile dettaglio, ogni variazione di luce, ogni ombra, ogni gradazione di chiaroscuro e di contrasto. Ed è proprio la luce il fulcro di queste fotografie: la luce naturale adattata e “addomesticata” per le immagini in interno – i fiori, le nature morte, i drappeggi, le piume – e la luce inseguita, corteggiata, attesa e catturata negli esterni, dalle opalescenze della laguna ai contrasti affilati dei ferri di gondola alle morbidezze turgide delle fragole e delle erbe carnose. Assieme alla luce, la composizione. I riferimenti alla pittura sono evidenti: si colgono echi preraffaelliti e impressionisti, un paio di nature morte sembrano voler evocare atmosfere post-caravaggesche, e la stessa Perrone esprime tutta la sua ammirazione per la pittura spagnola fra XV e XVII secolo, che proprio nella composizione aveva uno dei suoi punti di forza. Elena Perrone usa la composizione e la luce per dare a ogni soggetto, ed elemento, la sua verità e necessità: i volumi delle foglie, la tridimensionalità delle piume, le trasparenze di ombre che sembrano drappeggi. C’è una concretezza in queste fotografie che non è in contraddizione con le suggestioni epifaniche che possono suscitare. L’ispirazione è per definizione istintiva, un sogno può dare l’idea per un soggetto, ma poi non c’è nulla di improvvisato: che si tratti delle fragole del proprio giardino o di percorrere centinaia di chilometri per fotografare uno scalo merci o un deposito di ferraglia, ad ogni immagine è dedicato il medesimo studio certosino. Ogni immagine sembra nascere dalla volontà/necessità di capire “come funzionano” le cose, procedendo per eliminazione o per accumulazione. La definizione del dettaglio è una sineddoche, permette di cogliere l’essenza senza affollare lo spazio; il riempimento dello spazio – come nel caso delle fragole e delle foglie – non è horror vacui ma un modo per individuare e studiare delle sequenze, dei ritmi, delle strutture, delle regole. La mostra propone una trentina di fotografie in un ricchissimo bianco e nero, con sporadiche concessioni a un colore essenziale, scarno, eloquente. I soggetti sono piante, ombre che sembrano drappeggi finissimi, riflessi, nature morte. E non poteva mancare Venezia, un soggetto davvero complicato, non foss’altro perché è di certo il luogo più fotografato al mondo e il rischio di trovarsi con uno scatto-cartolina è concreto. Ma lei non se ne lascia condizionare, l’affronta con il medesimo approccio che riserva agli altri soggetti, cioè il farsi guidare dal suo infallibile istinto per l’inquadratura e dalla quieta, implacabile curiosità di scoprirne e rivelarne i meccanismi..

Lucilla Cremoni