E l’uomo non è una felce

Taibon Agordino - 22/09/2012 : 21/10/2012

E l’uomo non è una felce riparte da questa sosta non è un orto, una seconda proposizione, interna allo stesso ragionamento; questa sosta non è un orto; e l’uomo non è una felce; la natura è cosa data

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Comunicato stampa

l’uomo non è una felce riparte da questa sosta non è un orto, una seconda proposizione, interna allo stesso ragionamento; questa sosta non è un orto; e l’uomo non è una felce; la natura è cosa data; il suo divenire è evolutivo, organico, automatico, acritico; un bosco non cessa d’essere un bosco; un bosco non può contemplare un bosco; un bosco non può decidere di sostituire ognuno dei propri alberi con un cilindro metallico, mentre l’uomo può farlo, in alcune circostanze deve farlo; l’uomo può limitarsi a contemplare il bosco, schiudendo il suo sorriso in un sereno amore contemplativo; può anche cogliervi i funghi, sdraiarsi sui muschi, carezzarne serafico i fusti; ma l’uomo, e in in particolare l’artista, può anche altro;
può interagire attivamente e produttivamente con spazio, ambiente, natura;
e, in quest’interazione, ha la facoltà di compiere un artificio; l’uomo può portare al bosco qualcosa che non c’è nel bosco, perchè il bosco è confinato nella propria naturalità, l’uomo (forse), no, e se ciò è vero, quest’uomo può forzare il blocco;
l’uomo, che naturalmente è anch’esso natura, pensa, e con questo proprio pensiero può decidere di modificare alcuni elementi dati, per costruire qualcosa che non c’è ancora, che non è un dato; se l’uomo/artista va nel bosco a fare un altro albero, quest’operazione è pleonastica, inutile, infantile, deprimente; il bosco c’è già; l’uomo deve fare altro; limitarsi a contemplarlo? il bosco va incendiato; il pensiero creativo dell’uomo non corrisponde allo slancio vitale della natura: il pensiero creativo è progetto, intrusione, affermazione critica, volontà d’azione e formalizzazione, affermazione della necessità dell’intento, dichiarazione dell’insufficienza di un puro esserci omogeneo pacificato, rispetto al riflettere, al porre, al contrapporre, allo scavare, rigenerare accendere evocare, al produrre, partendo da un’immagine data, altre immagini, non immediate, non evidenti, che non stanno alla superficie, sull’erba, sulla corteccia; la natura fa scempio della creatività: è tracotante, nella sua talvolta ineffabile universalità, è forte e suadente, ammalia e imprigiona: va contrastata; molte azioni significative dell’uomo rispetto alla natura, hanno in sé una componente d’artificio; arrampicare non è solamente cercare una silenziosa sintonia con un universo verticale di roccia; è anche sfuggire ad una regola, contrastare, violare, intraprendere, osare, liberarsi, affrontare, negare, opporsi; la pratica della ricerca artistica, come ricerca di senso, è propria dell’uomo, e consente di creare percorsi innaturali, e di innestare cose su cose, cose dure su cose tenere, o viceversa, creando degli ibridi, nuovi; creare degli oggetti meno istantanei, meno ineluttabili, meno meccanici, meno noiosi, meno retorici; ecco la sorpresa: sorprende più l’arte, della natura, quando ad accendersi è il pensiero, e non un mimetico filamento interiore di bava; l’arte prevede una fatica, nel fare, come nel comprendere; troppo facile, il sentimento inevitabile che alimenta la natura, a cui ci si arrende, accettando ciò che è, com’è: la natura non è arte, proprio perchè l’arte è prima di tutto un esercizio critico, non una traslazione di contemplatività, e in ciò, l’arte non è naturale, ma artificiale, la sua componente più originale e specifica è artificiale, deliberata: l’arte non è la cosa: essa lavora sulla cosa, mettendone in luce alcuni aspetti, o modificando pericolosamente la cosa; l’uomo è dunque una felce quando rinuncia ad un’azione interpretativa, personale, alla ricerca, dispendiosa, e si siede a guardare, pago dello spettacolo, affonda e si spegne nello spettacolo, il suo sguardo alimenta lo spettacolo, invece di alimentare l’uomo, che dunque perde lo sguardo, il proprio sguardo, lo sguardo lascia l’uomo, e va via, e rimane solo una fronda opaca, unica azione una vernazione; e quindi, invece: l’uomo vuole interrogare, agire, processare, riplasmare: la sua obiezione non è
una natura.