Do le spalle a Garibaldi

Lerici - 12/08/2013 : 18/08/2013

Il lavoro di Serena Fineschi e Marco Magni parte da una riflessione sulla scultura e sull'architettura per arrivare a stravolgere le maniere proprie di ognuna come anche il concetto stesso di opera.

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Comunicato stampa

Il niente che cura - placebo
Il lavoro di Serena Fineschi e Marco Magni parte da una riflessione sulla scultura e sull'architettura per arrivare a stravolgere le maniere proprie di ognuna come anche il concetto stesso di opera.
Attraverso la negazione delle modalità e dei “prodotti” delle due arti si cerca di attivare una nuova capacità osservativa che si muove nel regno delle intenzioni. Il monumento a Garibaldi che si trova nell’omonima piazza di Lerici è lo spunto per aprire una faglia concettuale sull'arte e sulla sua fruizione; un inganno intellettivo in cui si sovrappongono tecniche, modalità e letture

La sostanza della scultura perde la sua differenza specifica e la ritrova nella pelle che ricopre le forme dell'architettura. Un'operazione che si svolge sul confine fra le arti dove al senso tautologico del ricordo del monumento si sostituisce una nuova significazione dei ruoli della piazza e dell'edificio-monumento.
Il luogo che ospita i lavori alla fine della residenza è un piccolo edificio architettonico della piazza centrale di Lerici: una struttura architettonica fluttuante (un frammento/portante) tra due palazzi che oscilla sulla scalinata che porta al castello medioevale. Gli artisti hanno deciso di intervenire sulla sola struttura esterna della piccola garitta, lasciando vuoto l’interno dell'edificio secondo una dialettica pieno-vuoto che ritrova nell'idea della “piazza con monumento” il proprio punto di partenza e di fuga. Il lavoro nasce perciò dalla riflessione di concedere/attivare/aprire “un niente” che rigeneri la prospettiva del vedere, riscrivendo l’architettura esterna e la configurazione della piazza.
L'opera si presenta come il risultato di una pratica artistica condivisa e inattuale, diversamente orientata verso un “quasi nulla” e la cura, gli aspetti non immediatamente percepibili della realtà e l'attenzione al ricordo, ritrovando l'unità nel non visibile e nella doppiezza dei significati. Un non so che affidato all’esplorazione di una scultura costitutivamente sfuggente, camaleontica, che si lascia intravedere in una pratica che a prima vista potrebbe sembrare quella del restauro di un vecchio edificio adibito a spazio artistico. Così la sostanza scultura diventa intonaco e si mescola al colore dell’edificio. La polvere d’argilla bianca ventilata si mescola con la polvere di arbocel e ancora con la pittura murale al quarzo “rosa Ligure”. L’opera diventa intonaco. L’architettura vuota diventa monumento. La pelle dell’edificio si afferma come nuovo sistema spaziale della piazza e viceversa, secondo una logica dialettica che si muove fra il recto ed il verso, fra il pieno e il vuoto, fra il danno e la cura.
Il ritmo tra osservatore e “cosa” osservata è permanente, nonostante l’intervento appaia impercettibile ad un primo sguardo, contenendo in sé l’esercizio di un rinnovato punto di vista ed il recupero di una dimensione invisibile. Il ripristino della facciata di questo edificio riflette una pratica già sperimentata da Serena Fineschi, particolarmente attenta ai luoghi della memoria da cui originano le sue operazioni tese al recupero di un'eterna originarietà del reale (oggetti o luoghi) salvandolo dall'incuria e dal disinteresse; questa attitudine trova una felice sintonia nell'impegno di Marco Magni rivolto all'indagine degli aspetti più profondi della superficie, che va intesa come confine, luogo dove si svolge – risiede - il cambiamento, spazio di azione di un quasi nulla – alcuncosa - che muta la percezione della realtà dell'osservatore. L’opera parla perciò dell’espressione di un cambiamento che non si da se non nei mutamenti che si producono a fior di pelle - possibilità e limite - richiedendo la partecipata attenzione di una relazione affettiva.
L’opera diventa invisibile o un quasi niente. Lo spazio espositivo interno è vuoto e pulito e la parte esterna è lustrata a pennello. L’opera/intonaco magma ha quasi la funzione di una cipria. Quindi del mettere in mostra. Serve a far vedere. Una nuova luce ostentativa ed orientativa che illumina il paesaggio di una piazza storica. Il colore dell’intonaco è uguale a quello del passato ma ha un nuovo impasto per rispettare un limite logico-temporale invalicabile ma compreso.
Il lavoro è dunque il risultato di un minuzioso dosaggio e di una sapiente miscela, una posologia dei sentimenti e di desiderio, di cura e di attenzione. Ai due artisti piace giocare con le maniere e i modi circostanziali dell’essenza e offrono uno spettacolo silenzioso come sottile pellicola alla superficie del fenomeno.
Bisogna solo avere gli occhi per vederla.

Jacopo Figura