Da Bistolfi a Mastroianni. Cent’anni di scultura torinese

Torino - 18/06/2015 : 30/09/2015

Le opere presentate in mostra costituiscono alcuni esempi significativi della parabola storico-artistica della moderna scultura torinese: si tratta di un arco cronologico teso all’incirca tra la metà dell’Ottocento e gli anni Sessanta del secolo scorso.

Informazioni

Comunicato stampa

NOTE SULLA MOSTRA.
La febbrile Torino fin de siècle, pronta a contendere a Parigi il primato di capitale della scultura e delle arti decorative, si apre alla modernità del Novecento: una vicenda complessa, durata circa cento anni, esaminata attraverso le opere degli artisti più rappresentativi attivi a Torino tra il 1860 ed il 1960



Le opere presentate in mostra costituiscono alcuni esempi significativi della parabola storico-artistica della moderna scultura torinese: si tratta di un arco cronologico teso all’incirca tra la metà dell’Ottocento e gli anni Sessanta del secolo scorso: ossia tra l’avvicendamento di Odoardo Tabacchi a Vincenzo Vela, quale titolare della cattedra dell’Accademia Albertina, e l’inizio dei festeggiamenti per il centenario dell’unità d’Italia, coronato dall’Esposizione Internazionale del Lavoro del 1961, meglio conosciuta come “Italia ’61”. In mezzo, a livello di rassegne nazionali e internazionali, Torino visse almeno altri quattro eventi decisivi: le esposizioni generali italiane del 1884 e del 1898 (quest’ultima ospitò con successo la prima mostra dei bronzi artistici fusi da Emilio Sperati), l’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna del 1902 e l’Esposizione Internazionale delle Industrie e del Lavoro del 1911 (per la quale vennero edificati, tra l’altro, il ponte monumentale “Umberto I”, con i gruppi di Cesare Reduzzi e Luigi Contratti, e lo Stadium, allora uno dei più grandi complessi polifunzionali a livello mondiale, ornato dai colossali gruppi equestri in cemento di Giovanni Battista Alloati). In questo periodo Torino fu una città davvero importante per l’arte plastica italiana, e a tratti addirittura una capitale europea della scultura. Ci riferiamo, in particolare, a quel delicato frangente che è stato il passaggio dall’Otto al Novecento, allorché la presenza carismatica di alcune personalità d’eccezione, formate in accademia dal magistero di Tabacchi (è sufficiente ricordare Leonardo Bistolfi, Edoardo Rubino, Pietro Canonica e Davide Calandra), rappresentò il motivo principale dell’afflusso in città di giovani pieni di talento, in arrivo da tutta la penisola e dal mondo intero per frequentare gli studi dei nostri scultori o per iscriversi all’Albertina.
Un punto saliente non secondario nell’incoraggiare tale fioritura plastica fu – inoltre – la presenza di notevoli fonditori d’arte (un nome su tutti: il citato Sperati).
Così la febbrile Torino fin de siècle si trovava sulla ribalta internazionale, pronta a contendere a Parigi il primato di capitale della scultura e delle arti decorative. I vari avvicendamenti alla cattedra di scultura dell’Accademia Albertina sono fondamentali per comprendere, su un piano estetico diacronico, le linee guida che hanno segnato la storia della scultura moderna a Torino. Fece scalpore, nel 1905, la scandalosa mancata concessione della cattedra a Bistolfi (osteggiato tra l’altro dal Clero torinese), mentre ben altra sorte toccò al “diplomatico” Rubino, a cui seguì il pupillo Umberto Baglioni.
Tuttavia altri scultori comparvero poi sulla scena, decisamente avulsi dal contesto “istituzionale”. È il caso – per esempio – di Umberto Mastroianni. L’energico magnetismo dell’artista laziale, formatosi in modo indipendente negli studi dello zio Domenico e di Michele Guerrisi, ci conduce nel cuore degli anni Trenta, anni in cui – come nei fasti dell’antichità classica – l’architettura e la scultura tornarono ad avere la supremazia sulle altre arti. La statuaria degli anni Trenta, dopo l’ibrida fase di transizione degli anni Venti e con la singolare variante sperimentale del futurismo di nuova generazione, non fece altro che tentare di riappropriarsi gradualmente della rimpianta autonomia rispetto alle sofisticate “mollezze”del linguaggio pittorico […].
Il secondo dopoguerra, dopo il primo che aveva violentemente reciso il cordone ombelicale con la Belle Époque, rappresentò un nuovo insanabile trauma epocale […]. C’era chi rimaneva ostinatamente ancorato alla figurazione tradizionale […] e c’era poi chi cominciava a cedere alle lusinghe dell’Informel, che intanto stava dilagando nel campo della ricerca pittorica. Ecco così che la rappresentazione della figura umana – protagonista indiscussa di questa vicenda – finì progressivamente per alterarsi fino quasi a dissolversi, irrigidendosi nell’astrazione delle geometrie.
Era passato ormai più di un secolo da quando Vela aveva fatto scandalo con il suo rivoluzionario e romantico Spartaco: l’arte plastica sentiva di dover uscire dal flusso della storia per ripiegare e ripiegarsi nella fluidità tutta interiore della coscienza individuale.


Nota sulla Galleria Matteotti
La Galleria Matteotti va ad occupare i locali della storica Galleria Bottisio, raccogliendone idealmente il testimone. E proprio come nella staffetta, corre guardando avanti, ma senza tralasciare uno sguardo attento dietro di sé. Ecco dunque una mostra inaugurale che spazia dal classicismo della seconda metà dell’Ottocento fino alle figure quasi astratte degli anni Sessanta, un percorso attraverso le varie correnti culturali ed estetiche che hanno contraddistinto, qui a Torino, i primi cento anni della nostra Repubblica, dalle sinuosità liberty e simboliste di Bistolfi e Fumagalli, passando per le materiche e virili raffigurazioni di Santiano, Giorgis e Baroni, fino ad arrivare alle scomposizioni cubiste di Mastroianni e Garelli.
Un viaggio alla fine del quale si scoprirà una Torino storicamente sempre in competizione artistica con Parigi, e sempre pronta a porsi al centro della ribalta culturale europea.