Collettiva di Shane Campbell

Roma - 22/05/2013 : 31/07/2013

Federica Schiavo Gallery è lieta di presentare la collettiva organizzata dal gallerista di Chicago, Shane Campbell.

Informazioni

Comunicato stampa

MATTI BRAUN, JULIA FISH, MICHELLE GRABNER, RICHARD HAWKINS,
MARGARETE JAKSCHIK, JON PESTONI, VALERIE SNOBECK, YUI YAEGASHI

EXHIBITION ORGANIZED BY SHANE CAMPBELL

OPENING WEDNESDAY 22 MAY, H 6.00 - 10.00 PM
23 MAY – 31 JULY 2013

FEDERICA SCHIAVO GALLERY
PIAZZA MONTEVECCHIO 16 ROMA

versione italiana a seguire

Federica Schiavo Gallery is pleased to announce a group exhibition organized by Chicago gallerist, Shane Campbell. The show will feature work by Matti Braun, Julia Fish, Michelle Grabner, Richard Hawkins, Margarete Jakschik, Jon Pestoni, Valerie Snobeck and Yui Yaegashi



The exhibition begins with Rome in the work of Fish and Hawkins. Three gouache and flashe works on paper by Fish present the profiles of the various types of steps in the American Academy in Rome. As a visiting artist at the Academy in 2007, Julia Fish’s direct experience of the stairways and steps in the McKim, Mead, and White building, “became a primary reference and focus, and initiated questions about the next approach that might be taken in translating, and thus representing, transitional architectural space,” writes Fish. Her works are generated from observation and measurement of the steps thus intimately connecting them to their site in Rome. Richard Hawkins’ collages are from a group of work including small-scale ceramic sculptures of hermaphrodites initiated by his experience of seeing the small hermaphrodite sculpture in the Hall of the Doves in the Capitoline as well as the Sleeping Hermaphrodite at the Villa Borghese. These collages eventually led to his Urbis Paganus project that focused on Classical sculpture whose backside was as important as the front. All four of the collages feature an abstract overlay that refers to Hans Arp’s Dada collages and for Hawkins are refusals of representation. Hawkins’ abstract collages acknowledge and refute the role of “chance” in Arp’s arranged collages, thus they straddle the metaphysical and the material world much like Matti Braun’s silk paintings. Braun’s ongoing group of dyed silk paintings are located both in the physical world of “artsy” hand-dyed silk women’s clothing and the metaphysical realm of Finnish origin myths as the formless swirling colors suggest a world coming into being.

Grabner’s paper weavings and Yaegashi’s intimate paintings locate themselves in the world through the language of the grid and domestic abstraction. Michelle Grabner’s weavings are simple craft exercises of woven paper that resemble kitchen textiles, placemats, or other forms of domestic design. As individual works they exploit the endless permutations of pattern through color, line or pick weight, and the warp and the weft. As an installation, the works occupy the space of the floor, much like Carl Andre’s metal plains, seizing and activating the floor of the gallery as a woven paper quilt. Yui Yaegashi’s paintings are visually slow and frustrate viewing as she frequently obscures and cancels sections of each work. Formally rigorous, their small size belie a poetic abstraction, however each painting refers to Japanese textile patterns, sampled and recontextualized as unique, sensuous objects. Jon Pestoni’s work engages painting as an event within which to act. The visual compression of each painting prevents them from ever becoming pictures or non-objective abstractions and Pestoni further complicates viewing through the use of contradictory information that resists harmony to forward dissonance.

Jakschik and Snobeck contribute photographs albeit from different conceptual positions. Valerie Snobeck’s laminates are peeled plastic images from photographic prints. The work in the exhibition is a diptych that features the same images but in different stages of image transfer which reveals a continually degraded image with each subsequent transfer. The image itself is taken from Wikicommons and the gears reinforce the materiality of the work itself as plastic which is adhered directly to the wall by heat transfer, consequently fusing the image and the gallery. Margarete Jakschik’s photographs are conventional works in their printing and presentation and it is her sensitivity that underscores the poetics of the everyday.


SHORT BIOGRAHIES




Federica Schiavo Gallery è lieta di presentare la collettiva organizzata dal gallerista di Chicago, Shane Campbell che include i lavori di Matti Braun, Julia Fish, Michelle Grabner, Richard Hawkins, Margarete Jakschik, Jon Pestoni, Valerie Snobeck e Yui Yaegashi.

Il percorso espositivo è inaugurato da una sorta di omaggio a Roma che ha direttamente influenzato le opere di Fish e Hawkins. Le tre gouache e flasche su carta di Julia Fish presentano i profili di differenti tipologie di gradini presenti all’American Academy in Rome. Per l’artista, ospite nel 2007 dell’istituzione americana, la diretta esperienza con le scalinate che caratterizzano l’edificio progettato dagli architetti McKim, Mead e White “diventò – scrive Fish – riferimento primario e fulcro d’interesse che ha dato origine a interrogativi sulle conseguenti strategie da adottare per tradurre, e perciò rappresentare, gli spazi architettonici di transito”. I suoi lavori nascono dall’osservazione e dalla misura di quei gradini reali e sono perciò connessi intimamente al loro sito di origine. I collages di Richard Hawkins fanno invece parte di un gruppo di opere raffiguranti piccole sculture in ceramica di ermafroditi. Il ciclo nasce dall’esperienza visiva delle piccole sculture di ermafroditi conservate nella Sala delle Colombe dei Musei Capitolini e dell’Ermafrodito Dormiente di Villa Borghese. Questi lavori si riconducono al suo progetto Urbis Paganus incentrato sulla scultura classica, dove la parte posteriore delle figure era importante tanto quanto il fronte. Le quattro opere in mostra presentano un disegno astratto sovrapposto alla figurazione che ricorda i collages Dada di Hans Arp e che, per l’artista, sono rifiuti della rappresentazione. In questi lavori astratti Hawkins riconosce e rifiuta il ruolo del “caso”, dominante nei collages di Arp, ponendosi a cavallo fra il mondo materiale e quello metafisico come accade nelle sete colorate di Matti Braun. Il ciclo pittorico di quest’ultimo si situa infatti sia nel mondo fisico del “creativo”, dominante nelle realizzazioni dei capi in seta tinti a mano, sia nel regno metafisico da cui hanno origine i miti finlandesi. Nei vorticosi colori informi di ogni sua opera si percepisce il dinamismo di un mondo che sta per formarsi.

Le tessiture in carta di Grabner e i dipinti intimi di Yaegashi si collocano in una realtà in cui il linguaggio della griglia si incontra con l’astrazione domestica. Le opere di Michelle Grabner sono semplici esercizi di abilità con la carta che richiamano stoffe da cucina, tovagliette all’americana o altre forme di design domestico. Presi singolarmente, questi lavori sfruttano le infinite trasformazioni dello schema attraverso il colore, la linea e il peso di trama e ordito. Visti nell’insieme, quale installazione, i lavori di Grabner assomigliano a una fantasiosa trapunta di carta e, come per le piastre di metallo di Carl Andre, occupano lo spazio del pavimento impadronendosene e attivandolo. I quadri di Yui Yaegashi sono invece visioni lente e difficili da cogliere poiché l’artista tende a oscurare e cancellare alcune porzioni dell’opera. Nonostante le ridotte dimensioni di questi dipinti diano la falsa impressione di un’astrazione poetica, il loro rigore formale si riferisce principalmente alle fantasie delle stoffe giapponesi, campionate e ricontestualizzate a creare oggetti unici e voluttuosi. Il lavoro di Jon Pestoni coinvolge la pittura come evento e campo di azione. La compattezza visiva di ciascun dipinto impedisce loro di essere intese quali semplici immagini o astrazioni non-oggettive. Pestoni complica ulteriormente tale visione servendosi di informazioni contraddittorie che si oppongono all’armonia in favore della dissonanza.

Jakschik e Snobeck espongono entrambe lavori fotografici nati tuttavia da posizioni concettuali differenti. Le opere di Valerie Snobeck sono immagini su pellicole removibili riprodotte da stampe fotografiche. Il dittico in mostra riporta la stessa iconografia presentata in due differenti stadi di “trasporto” su pellicola rivelando così la costante degenerazione subita dalle immagini a ogni trasferimento. Il soggetto, preso da Wikicommons, raffigura degli ingranaggi che in parte contribuiscono a rafforzare la scarsa materialità di una pellicola applicata a caldo sul muro. Con questo intervento l’artista propone, conseguentemente, la fusione fra opera d’arte e lo spazio della galleria. Infine, le fotografie di Margarete Jakschik, seppur convenzionali dal punto di vista della tecnica di stampa e della presentazione, prendono forza dalla sensibilità con cui l’autrice riesce ad evidenziare la poetica del quotidiano.