Cesare Fullone – Come farfalle ferite

Milano - 14/05/2013 : 16/06/2013

Nella mostra di Cesare Fullone, “come farfalle ferite”, la parola costituisce non un esercizio casuale, ma un elemento fondante della poetica stessa.

Informazioni

Comunicato stampa



Francesca Alfano Miglietti e Moreno Zani vi invitano al secondo evento Tender To Young Art 2013: “ATTESE”, un appuntamento nomade e flessibile.



Soldati.
Si sta come
 / d'autunno
 / sugli alberi / 
le foglie
(Giuseppe Ungaretti)


L’azione creativa si appropria della pratica del linguaggio, un raffinato ibrido della contaminazione dei linguaggi dell’arte. La relazione pericolosa tra parola e immagine.
La parola sembra espandersi in maniera trasversale e interessa l’immagine come relazione e come aggressione

Nella mostra di Cesare Fullone, “come farfalle ferite”, la parola costituisce non un esercizio casuale, ma un elemento fondante della poetica stessa. Quello a cui si riferisce Cesare Fullone è l'esistenza di ambiti che rivelano l'imprevedibilità, ossia un aspetto caotico e ingovernabile dei pensieri, uno spunto per riflettere sulla differenza tra la natura perfetta dell'idea e le insopprimibili differenze e imperfezioni che si manifestano nella realtà. L'idea dell'artista avvia il processo e si incarna nella molteplicità di immagini e riferimenti che trasformano il mondo stesso in strumento di creazione. Animali (i cani), guerre (i soldati), fenomeni naturali (foglie), intervengono a tracciare i dati e le forme delle quali Cesare Fullone ha predisposto i criteri di formalizzazione.

“Pervertiamo il buon senso, e facciamo scorrere il pensiero fuori dal quadro ordinato delle
somiglianze; esso appare allora come una verticalità di varie intensità; infatti l’intensità,
molto prima di essere graduata dalla rappresentazione, è in se stessa una pura differenza:
differenza che si sposta e si ripete, differenza che si contrae o si espande, punto singolare
che rinserra e disserra, nel suo evento acuto, indefinite ripetizioni. Il pensiero va pensato
come irregolarità intensiva. Dissoluzione dell’io”
Gilles Deleuze




Da uno stato di ordine l'opera sviluppa un movimento apparentemente regolare che rivela immediatamente uno stato caotico e imprevedibile. Attraverso la ‘parola’ si riescono a convogliare nell'opera momenti di grande complessità racchiusi e tradotti in massima semplicità. Cesare Fullone confonde e sovverte i concetti di ordine e disordine, semplicità e complessità per rivelarne la fragilità e la possibilità che l'uno sia celato nell'altro al di là delle apparenze. I codici che l'artista inventa risultano come chiusi in un segreto, dalla cui accessibilità dipende la possibilità di concepire l'ordine sottostante alla forma. Questa segretezza non prevede necessariamente una analisi che porti alla sua rivelazione, ma risulta invece la valenza positiva del mistero mantenuto tale. Il mistero infatti è l'elemento irriducibile anche in operazioni fondamentalmente razionali, quella parte di realtà che sta fra le righe delle codificazioni. Per Cesare Fullone il linguaggio diviene reazione poetica a ciò che accade, e il rapporto parola e immagine mostra gli effetti di rovesciamento in una metafisica dell’evento, paradossale, incorporea, di superficie, mentre il confronto verte sulla coscienza immanente all’evento e sulla coscienza di superficie del senso: una forma di esperienza della realtà che si struttura passando attraverso uno stadio anarchico, spontaneo, non gerarchico, caotico, in cui si costruisce, incessantemente, un’incalcolabile quantità di connessioni.

In questa mostra Cesare Fullone intensifica la sua riflessione sul linguaggio e sulle diverse modalità di referenti, sembra voler ‘restituire’ agli spettatori un pensiero poetico, nonostante tutto. Una ‘umanità’, nonostante tutto. E i pensieri divengono poesia e sapere e quesito o legge scientifica. Molti fattori entrano in gioco, e creano in una situazione solenne un effetto paradossale, una situazione limite. I testi diventano una testimonianza di senso sull’umano, sulle diverse modalità che caratterizzano le verità della conoscenza e la forza dell’aggressione. Cesare Fullone organizza l’opera su elementi conflittuali e così si evidenzia come il linguaggio possa essere impiegato e come sia difficile orientarsi tra una molteplicità di punti di vista in competizione. Che rapporto c’è tra l’immagine e la parola? Chi ‘parla’? A chi si ‘parla’? La parola, dunque, come filo conduttore della mostra. Una ‘parola’ con un forte potere emotivo, che invita a un rapporto più intimo spettatore/opera. I testi sono il pretesto per fermare lo spettatore immerso nella folle regolarità del quotidiano, un modo di riflettere sul concetto di umano e per ‘immergersi’ in un mondo di effetti e di affetti. Parole e testi che ‘raccolgono’ teorie e poesie, saperi e pensieri, cultura e natura, opere che impediscono il confondersi con il rumore degli accadimenti, opere che indicano un senso poetico, vivente e molteplice, affettivo e intensivo, attraversato da forze o potenze impercettibili. L’arte dunque come tentativo di riempire d’immanenza l’esistenza e di esprimerne la potenza. L’arte, come un continuo di intensità che valgono per sé stesse, in cui tutte le forme si dissolvono nel flusso del divenire, della pura metamorfosi. 



(Francesca Alfano Miglietti)








CESARE FULLONE
Vive a Milano, dove ha conseguito il diploma in Pittura all'Accademia di Belle Arti di Brera.
Pensa che l’arte sia un linguaggio inquieto, perennemente in tensione, una modalità poetica e etica di vedere e interpretare la realtà. “Stati di Pericolo”: catene e fili spinati, polveri di metalli e punzoni e chiodi, e ancora, pittura mimetica e radiografie e “Acidi”. Sceglie icone potenti, corpi esploratati come paesaggi, e mondi e oggetti modificati. Opere che contemporaneamente attraggono e turbano: immagini ipnotiche dalle quali non si riesce a distogliere lo sguardo. Del 2009 Fullone l’installazione “Dal Creato al Ri-creato” in cui, appare una natura primordiale, rappresentata in bianco e nero, con un grafismo semplice e preciso, una natura intricata, incomprensibile e incontaminata, una natura che segue leggi misteriose.
Foto, video, manifesti, riviste, Cesare Fullone produce e attiva immaginari, l'evasione dall'assegnazione di un io, la frattura dalle pareti rocciose della riconoscibilità.
Tra le sue mostre personali: "Sulla rotta degli Spraysages”, Roma- "Stato di pericolo", Genova- "Schieramenti",Torino- "Insonnia", Milano- "Paesaggi umani", Zagabria- "Boxeur", Milano- “Dal Creato al Ri-creato”, Milano

Molte le sue partecipazioni a mostre collettiva, tra le quali: la sezione Aperto della Biennale di Venezia, la Quadriennale di Roma, al Mart di Trento e Rovereto, al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano, a Pitti Immagine, Stazione Leopolda, Firenze, al Museo di Arte Contemporanea di Zagabria.
Hanno scritto delle sue opere:
Francesca Alfano Miglietti, Renato Barilli, Matteo Bergamini, Franco Bolelli, Achille Bonito Oliva, Antonio Caronia, Manuela De Cecco, Edoardo Di Mauro, Giacinto Di Pietrantonio, Roberto Daolio, Lucrezia De Domizio Durini, Gillo Dorfles, Silvia Evangelisti, Carlo Falciani, Elisabetta Longari, Teresa Macrì, Filiberto Menna, Marco Meneguzzo, Sabrina Mezzaqui, Luis Francisco Perez, Roberto Pinto, Gabriele Perretta, Mimmo Rotella, Lea Vergine, Angela Vettese, e altri.










ATTESE

L’appello di Steve Jobs è stato “Non vendete prodotti, arricchite vite”, e ancora “oggi lo scontro non è fra progressisti e conservatori, ma fra costruttori e demolitori ”…
Attese è un progetto che raccoglie opere come tracce di sperimentazione. Spazi vuoti da restituire alla collettività, laboratori di ricerca e sperimentazione nell’arte dell’esodo e dell’abbandono.

L’arte dunque come un modo per sospendere il bisogno di appartenenza, un atto terapeutico dal momento che divenire altro è la relazione generale con il territorio, la comunità e la sfera sociale.
Durante il decennio passato gli artisti più interessanti sono stati quelli che hanno saputo esprimere il corpo sociale frammentato e la percezione frenetica del tempo precario. Ora l’arte comincia a fondersi con l’atto terapeutico della riattivazione della sensibilità.

La sensibilità è la facoltà di comprendere quel che non può essere detto in parole, ed è una facoltà cruciale perché l’esistenza umana sia umana. L’empatia è legata alla sensibilità e senza empatia la solidarietà scompare e la relazione sociale diviene brutale, aggressiva, barbarica.

Attese è un progetto in cui è la dimensione temporale quella chiamata in causa.
Una ricerca di disponibilità reciproca tra le parti rigide e morbide del mondo, il tentativo di suscitare un’eccitazione e un collegamento tra entità fredde e calde, sensuali e neutre.


Un progetto, dunque, in un senso vagabondo, un modo di trattare l’arte come un flusso, non come un codice. E come nei diamanti, è impossibile separare la natura splendente da quella tagliente.

Francesca Alfano Miglietti, Moreno Zani