Carlo Michele Schirinzi – I resti di Bisanzio

Calimera - 09/01/2015 : 09/01/2015

Sarà proiettato in anteprima nazionale il primo lungometraggio di Carlo Michele Schirinzi, I resti di Bisanzio, prodotto da Kama produzioni e Gianluca Arcopinto.

Informazioni

Comunicato stampa

scaglio sassi al mare a frantumar riflessi annego gli occhi giù sino al fondo”







I RESTI DI BISANZIO
un film di Carlo Michele Schirinzi







50° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro – Concorso Pesaro Nuovo Cinema, Pesaro 2014
3° Salerno Doc Festival, Salerno 2014 – 1° Premio
39° Laceno d’oro – Nuove Visioni, Avellino 2014
12° DocLisboa – New Visions, Lisbona 2014
3° Crossroads / Biforcature, Pavia 2014



ANTEPRIMA ESCLUSIVA
venerdì 9 gennaio 2015 ore 20:30
Nuovo Cinema Elio – via Montinari 32a, Calimera (Le)
ingresso libero



Interverranno:
Gabriele Russo, produttore
Gianluca Arcopinto, produttore
Massimo Causo, critico cinematografico
Carlo Michele Schirinzi, regista
I RESTI DI BISANZIO / film


CAST AND CREDITS

Scritto e diretto da: Carlo Michele Schirinzi
Direttore della fotografia, operatore: Carlo Michele Schirinzi
Montaggio e color correction: Carlo Michele Schirinzi, con la supervisione di Andrea Facchini
Musiche originali: Gabriele Panico
Suono: Valentino Giannì, Alberto Piccinni
Montaggio suono: Valentino Giannì
Missaggio: Marco Saitta
Parole scritte, imbastite, urlate: Carlo Michele Schirinzi, Mauro Marino
Assistente alla regia: Gabriele Quaranta
Locations, scenografia e costumi: Carlo Michele Schirinzi
Produzione: Kama soc. coop. a.r.l. / Gianluca Arcopinto
Produzione esecutiva: Gabriele Russo
Organizzazione generale: Gabriele Russo, Carlo Michele Schirinzi
Lingua: italiano
Sottotitoli: inglese
Durata: 80’
Colore: colore
Suono: mono/stereo
Screen ratio: 16/9
Formato di ripresa: HDV
Formato di proiezione: DCP, Blu-ray
Paese: Italia
Anno: 2014
Interpreti principali: Stefano De Santis (C, piromane visionario), Salvatore Bello (S, bandista cifotico), Fulvio Rifuggio (R, ex benzinaio apatico), Aldo Immacolato (1° turista clandestino), Guido Casciaro (2° turista clandestino), Claudio Riso (3° turista clandestino), Romano Sambati (terrorista culturale in torre d’avvistamento), Mariangela Lia (ragazza in camera), Marcello Ciullo (cadavere clandestino in mare), Imperia Bartolomeo (madre di C), Giancarlo Caprioli (padre di C), Luigi Schirinzi (maestro falegname)










SINOSSI

C non ha stimoli dal quotidiano e condivide questo malessere con due amici, S, bandista del paese, ed R, ex-benzinaio che vive apaticamente tra le mura della sua spoglia dimora. Da quest’ultimo, C preleva scolature di carburante per realizzare il suo sogno: bruciare il presente che non gli appartiene. C ha continue visioni incendiarie, effimere ed impotenti perché soltanto immaginate dalla sua mente ed affrescate nei suoi occhi. Intanto tre “turisti” approdati sulle rive adriatiche si perdono nel Capo di Leuca tra luoghi abbandonati dalla Storia, ruderi architettonici e macerie sociali mentre un terrorista culturale, chiuso in una vecchia torre costiera, imbastisce parole che forse nessuno leggerà.
NOTE DI REGIA

“Un viaggio senza senso,
un’urgenza di vuoto
- da foga iconoclasta bizantina -
(nella storia e nella geografia dei personaggi),
un ciclico ritorno
ed un vagar per scene ed immagini come il perdersi
nei tasselli musivi calpestati d’Otranto”
C. M. Schirinzi

Premessa
La presa di coscienza della forza illusoria delle immagini religiose e la consequenziale rabbia iconoclasta che si scagliò contro di esse nell’antica Bisanzio, sono la premessa a tutto. I monaci scampati dalla furia approdarono in queste terre, scavarono eremi e vi dipinsero icone dando origine ad un’intima dimensione sacra: madonne private pronte a soddisfare ogni loro esigenza.
Iconoclastia è lotta feroce contro l’apparenza, l’inganno, il miraggio, in altre parole, contro ogni falsità.

Il film
Una terra condannata a lievi spostamenti tellurici, a guerre inventate, a fortificazioni inutili, a vani attracchi, a finti abbagli culturali: il film è un intimo ritratto del Basso Salento dedicato a chi è naufrago nella propria vita.
Non c’è storia ma azioni. La Storia è già stata e i personaggi sono rimasti fuori, esclusi a loro insaputa, non sappiamo se a danno o per fortuna (l’ultimo atto storico fu nei primi anni 90 quando l’Adriatico vomitò il grande sbarco albanese, lo stesso Adriatico che cinquecento anni prima portò i turchi a compiere l’iconoclastia umana ad Otranto).
Il protagonista - eremita senza tempo, contemporaneamente invasore ed invasato - inala l’ossigeno che solo le immagini incendiarie riescono a donargli: è un piromane visionario ed impotente…non riuscendo a creare, con occhi e mente distrugge.
Il film vuol ritrarre l’assenza d’identità di questo luogo, identità che oggi si cerca dannatamente di costruire senza tener conto del quotidiano spietato che si srotola sotto i nostri occhi lasciandoci in balìa del tempo che fugge, stranieri nella nostra stessa casa: accasciati dal pattume odierno, non ci curiamo del marcio che scorre come un fiume impazzito tra le rocce carsiche nascoste sotto la terra degli ulivi secolari.
Scontrarsi col dramma non vuol dire ‘raccontarlo’: è una continua ed estenuante battaglia che non dà tregua perché contro ogni forma di storia, contro il voler a tutti i costi dare un sol senso, incanalare in un’unica rotta. Il film non vuole essere consolatorio o anticonsolatorio ma documentare un caos d’affetti, un’implosione di sentimenti in grado di percuotere il contemporaneo con le sue stesse armi: la vita non si racconta ma si attraversa, a volte senza direzione poiché il reale non appartiene alla Storia – i ricordi sono immagini –, la Storia è appiccicata dopo, quando l’incendio ha ceduto il posto alla cenere. Se il reale è incendiario, è con il fuoco che bisogna catturarlo, con l’immagine già satura di secolare dramma.

...chiudere gli occhi e non ascoltar parole è un diritto di chiunque, un diritto di critica alla galoppante globalizzazione, ai catastrofici tentativi di omogeneità ed alle, ancor più gravi, urgenze di nuove identità.







I RESTI DI BISANZIO / regista


BIOGRAFIA
È nato e vive nel Capo di Leuca (Le) il 27/04/1974.
I suoi lavori hanno partecipato a mostre e film festival internazionali ricevendo premi e retrospettive. Nel 2003 “Il nido” ha ricevuto una menzione speciale al 21° Torino Film Festival e nel 2004 “All’erta!” ha vinto il Premio Shortvillage alla 40ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro che nel 2005 gli ha dedicato una retrospettiva. Nel 2007 il 3° Taranto Film Festival ha ospitato tutta la sua produzione nella sezione Altri Sguardi. Nel 2009 “Notturno Stenopeico” vince come miglior video italiano al 27° Torino Film Festival e “Sonderbehandlung” riceve il 1° Premio al 10° Festival del Cinema Europeo. Nel 2010 “Mammaliturchi!” riceve una menzione speciale al 28° Torino Film Festival e al 9° Imaginaria Film Festival. Dal 2005 al 2009 ha realizzato la collana di documentari “Intramoenia Extrart”, progetto d’arte contemporanea nei castelli di Puglia curato da Achille Bonito Oliva e Giusy Caroppo esposti alla 54° Biennale di Venezia - Esposizione Internazionale d’Arte nel 2011. Sempre nel 2011 “Eco da luogo colpito” è selezionato alla 68. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione competitiva “Controcampo Italiano” e nel 2012 vince come miglior film e miglior fotografia al 7° Cinema Invisibile. Nel 2013 la sua ricerca cinematografica è trattata nel saggio Nel 2014 “Natura morta in giallo” riceve una menzione speciale all’8° Cinema Invisibile. “I resti di Bisanzio” (2014), il suo primo lungometraggio, è stato selezionato in concorso alla 50ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro e al 12° Doclisboa ed ha vinto la 3° edizione del Salerno Doc Festival. Nel 2014 è stata discussa la una tesi sul suo lavoro dal titolo “Il rapporto tra suono e imagine nel cinema di Carlo Michele Schirinzi” alla IULM di Milano. Del suo lavoro si parla nel saggio “Fuori norma. La via sperimentale del cinema italiano” (Marsilio 2013) curato da Adriano Aprà. I lavori fotografici, ribattezzati ‘iconoclastie su(al) negativo’, consistono in asportazioni manuali dalla pellicola 35mm.
Contatti Indirizzo: Corso Dante 116, 73040 Acqurica del Capo (Le) – Italia
Cell: +39 3286164438
E-mail: [email protected]


FILMOGRAFIA
Sementi assenti (1999, cm, hi8), L’amanuense (2000, cm, dv), Amami e baciami (2000, cm, dv), Di-nuovo? (2000, cm, dv), Z/OOO (2000, doc, dv), One step beyond (2000,cm, dv), La cella del frate (2000, cm, dv), Juliette. Sussurri di velluto (2000, cm, dv), Sole (2000, doc, dv), La fam(e)iglia (2000, cm, dv), Il sogno (2000, cm, dv), £ 3.000 (2000, cm, dv), (A)rota (2000, cm, dv), Aiôn (2000, cm, hi8), Il sepolcro (2000, cm, dv), W (2000, cm, dv), Terminale (2000, cm, dv), L’appuntamento (2000, cm, dv), Camera con vista (2000, cm, dv), Uniforme (2000, cm, dv), Fondale (2001, cm, dv), Dè-tail (2001, cm, dv), Talpe (2001, cm, dv), Perco(r)(s)so (2001, cm, dv), Trappe (2001, cm, dv), Astrolìte (2002, mm, dv, co-regia), Zulöfen (2002, cm, dv), Riesumazione (2002, doc, dv), Che barba! (2002, cm, dv), Crisostomo (2003, cm, dv), Il nido (2003,cm, dvcam), Il ri(n)tocco (2004, doc, dv), All’erta! (2004, cm, dv), A Levante (2004, lm, dv, film collettivo), Macerie dell’ Arcobaleno (2004, doc, dv), Zittofono. Sonata in blu per Nagg e Nell (duetto in sincrono per monitor bizantino) (2005, cm, dv), Dal Toboso (2005, cm, dv), Trittico in prova (2005, doc, dv), Just for one day (2005, doc, dv), 15/10/05 (2005, doc, dv), Autografia d’un videoritratto (2005, doc, dv), (videoverture ad otto) (2006, doc, dv), Laccumara (2006, cm, dv), Palpebra su pietra (2006, doc, dv), Addestramento all’apocalisse (2006, cm, dv), Lapisardens (mistura per nastro dauno) (2007, doc, dv), L’ultima vhs di Krapp (2007, cm, dv), Malamano (2007, cm, dv), Oligarchico (mosaico da camera) (2007, cm, dv), Virginia Ryan - In transitu (2007, doc, dv), Suite Joniadriatica (2008, doc, dv), Wunderkammer (2008, doc, dv), Arca di concentramento (2008, cm, dv), Sonderbehandlung (2008, cm, dv), Fuga da Nicea (2008, doc, dv), Notturno stenopeico (2009, cm, dv), Sbalzografo (2009, cm, dv), L’amo (2009, cm, dv), Prospettiva in fuga (2009, cm, dv), On the ground / Underground (2009, doc, dv), Detour (2010, cm, dv), A ritmo di scuola (2010, cm, dv), Mammaliturchi! (2010, doc, dv), Frammenti da un confine (2010, cm, dv), Eco da luogo colpito (2011, cm, hdv), I pupi di Addolorata Olimpio (2012, cm, hdv), Natura morta in giallo (2012, cm, hdv), I resti di Bisanzio (2014, lm, hdv), Kalé (2014, cm, hdv), Deposizione in due atti (2014, doc, hdv).
I RESTI DI BISANZIO / antologia critica

“I resti di Bisanzio somiglia alla linea frastagliata di un litorale, alterata dal moto ondoso: instabile. E' la sua forza” – Rinaldo Censi, 02/01/2015

“Allora, procedendo lungo questa linea, su questa tratta ferroviaria pericolosissima, viene da pensare che l'altro titolo centrale della stagione, pur essendo marginale, pur provenendo da un universo diametralmente opposto a quello di The Knick e di Soderbergh, sia I resti di Bisanzio di Carlo Michele Schirinzi. Un film del “sottosuolo”, meraviglioso, “invisibile” e che proprio per questo racconta in altro modo quella defaillance de l’oeil, che sempre più sembra il segno dell'essenza fallimentare e utopica del cinema. Un film che mette in gioco tutta la fatica della pratica (i sette anni di lavorazione), ma che conserva integra la libertà da ogni apparato, da ogni sistema istituzionale di produzione e fruizione. Un film che si svincola dall'economia “culturale” e che proprio per questo manda all'aria quella “dimensione proprietaria della rappresentazione”, facendo a pezzi i cliché degli sguardi turistici, dell’etnografie e antropologie di mercato. Un film che pare elitario, ma è purissimo punk che sogna di sovvertire la prospettiva rinascimentale e l’inganno dell’antropocentrismo. Ma la cosa magnifica – Schirinzi mi perdonerà, forse – è che questo cinema antiumanista, non può far a meno dell’uomo, del mondo, della terra. Perché la sua iconoclastia schiuma di rabbia e d’amore, di storie sepolte tra i grumi di dolore e le polveri della storia”.
Aldo Spiniello, Padrone dove sei?, in ‘Sentieri Selvaggi – magazine”, n.15, novembre/dicembre 2014, pag.7.

“I resti di Bisanzio di Carlo Michele Schirinzi”
Erik Negro, vis(su)ti 2014, in ‘(lotte) in italia’, facebook, https://www.facebook.com/notes/erik-negro/vissuti-2014/752225281526974?pnref=story, 29/12/2014.

“I resti di Bisanzio di Carlo Michele Schirinzi”
Tra i migliori dieci film del 2014 nelle classifiche di Massimo Causo e Silvana Silvestri, in ‘Alias – Il Manifesto’, 27/12/2014, pag. 2-3.

“I resti di Bisanzio del regista pugliese Carlo Michele Schirinzi ha vinto la terza edizione del Salerno Doc Festival. La giuria - composta da Sylvan George (presidente), Anna Franceschini, Erik Negro e Fausto Vernazzani, ha assegnato il premio come miglior documentario, asserendo testualmente “Vogliamo salutare con questo premio l'audacia formale mostrata dal direttore, la ricerca di una nuova forma di narrazione per esprimere una rivolta contro l'ordine delle cose, contro le immagini autorizzate di tutto il mondo, e la necessità di tracciare nuove strade, singolari e minoritarie”.
Visionario, investigatore di immagini, navigante instancabile nel mare delle iconografie, in un viaggio che osserva e reinterpreta storie e suggestioni surreali. Secondo Schirinzi “la presa di coscienza della forza illusoria delle immagini religiose e la consequenziale rabbia iconoclasta che si scagliò contro di esse nell'antica Bisanzio, sono la premessa a tutto”. Negli ottanta minuti de I resti di Bisanzio si rincorrono sogni, esplosioni e monologhi interiori, “contro le identità e le storie”2
Lorenzo Madaro, Carlo Michele Schirinzi premiato per “I resti di Bisanzio”, in ‘La Repubblica – Bari’, http://bari.repubblica.it/cronaca/2014/12/22/foto/schirinzi-103529476/1/#1.


“Il miglior documentario è stato assegnato a "I Resti di Bizanzio" di Carlo Michele Schirinzi. Vogliamo salutare con questo premio l'audacia formale mostrata dal direttore, la ricerca di una nuova forma di narrazione per esprimere una rivolta contro l'ordine delle cose, contro le immagini autorizzate di tutto il mondo, e la necessità di tracciare nuove strade, singolari e minoritarie”.
Sylvain George, Anna Franceschini, Erik Negro, Fausto Vernazzani, 3° Salerno Doc Festival, motivazione del primo premio, 21/12/2014


“Anche I resti di Bisanzio di Carlo Michele Schirinzi (Italia) descrive una sorta di viaggio perché segue alcuni personaggi che percorrono il Salento. Tre “turisti” (clandestini) si aggirano tra le macerie architettoniche e sociali di Capo di Leuca, un piromane - amico di un ex benzinaio e di un bandista - è ossessionato da visioni incendiarie che lo inducono a prelevare scolature di carburante per dar fuoco metaforicamente a tutto, un terrorista culturale scrive “aforismi” servendosi di ritagli di stampa.
La pellicola non ha uno sviluppo narrativo ma, attraverso l’elaborazione e la scelta delle inquadrature, il montaggio e il ritmo creato coniugando le immagini con la musica, manifesta un malessere globale in cui si muovono uomini e paesaggi. Come anche l’utopia di un mondo finalmente libero dai mali che lo soffocano.
“Il film è un intimo ritratto del Basso Salento dedicato a chi è naufrago nella propria vita...Non vuole essere consolatorio o anticonsolatorio ma documentare un caos d’affetti, un’implosione di sentimenti in grado di percuotere il contemporaneo con le sue stesse armi: la vita non si racconta ma si attraversa, a volte senza direzione poiché il reale non appartiene alla Storia - i ricordi sono immagini -, la Storia è appiccicata dopo, quando l’incendio ha ceduto il posto alla cenere”. Queste alcune frasi tratte dalle note di regia con cui il regista accompagna il suo film, chiarificatrici più di altre considerazioni critiche”.
Mariolina Gamba, Cinquant’anni. Pesaro. Mostra Internazionale del nuovo Cinema, in ‘Il Ragazzo Selvaggio’, n° 107/108, novembre/dicembre 2014, pag. 32.

“Un lembo di terra, Capo di Leuca, raccoglie ed accoglie gli ultimi resti. Che siano umani, o vecchi ruderi architettonici, vi è un sottile e persistente continuum: decadenza, declino, solitudine, inettitudine, abbandono fisico e spirituale. Quel piccolo mondo, situato in un meridione, questa volta drammaticamente rappresentato e svincolato dai soliti cliché nazional popolari, è universalmente rappresentativo. I tre autoctoni, C, S e R, sono in chiaro conflitto con il nuovo mondo, trasformato e conformato dalle richieste e dalle esigenze della modernità. L’angoscia è evidente nel tentativo di C, di cui sono complici anche S e R, di dar fuoco alla propria terra, per cancellare il proprio presente, il quale rinnega un passato oramai troppo lontano e anacronistico. Altri tre individui approdano a Capo di Leuca, dando vita ad un viaggio tra le rovine e architetture bizantine, e un uomo, volontariamente rinchiuso in una vecchia torre, usa parole, schizofrenicamente, per dare senso e ordine alla propria esistenza. Carlo Michele Schirinzi offre un’analisi microsociologica, mostrando un’umanità sofferente e disadattata, in balia dell’insicurezza e priva di qualsiasi punto di riferimento o identità comune. Come la Bisanzio del 330 venne surclassata dalla nuova città di Costantinopoli, per volere dell’imperatore Costantino, anche il Salento è sottoposto ad un apatico e celere mutamento, della propria anima e della propria humanitas”.
3° Salerno Doc Festival, catalogo web, 11/2014

“(…) Noi concordiamo! La maestria di Schirinzi è in questo scollamento dall’ordinario, da una visione laterale del reale, sempre filtrato da un “non mi basta” che detta la regola e la visione, fino allo scomparire della stessa. (…) Un cinema quello di Schirinzi dove la sottrazione apre gli occhi, scava, mostrando il baratro che il Tempo ancora conserva…”
Mauro Marino, I resti di Bisanzio a Doclisboa, in ‘Spagine’, a. 2, n. 48, 19/10/2014, pag. 1, 16. http://issuu.com/mmmotus/docs/spagine_della_domenica_48.0?fb_action_ids=10205044820030616&fb_action_types=og.shares

“Finalmente mi siedo, sfocalizzo e mi concentro sul tuo bellissimo capogiro. Oggi, mi sono detta, gli scrivo. Ti avevo promesso una cosa precisa e articolata che naturalmente non può essere, conservo negli occhi (come a dire sotto la pelle) ciò che resta, davvero, di un mondo di apparizioni che non ce la fanno a svenire e si sospendono galleggianti in un tempo che non gli appartiene, nello spazio ristretto di una visione programmata, interrotta, sofferta, ripresa e goduta alla fine, fino alla fine. Forse hai ragione tu Ubu, Nietzsche...bisognerebbe sbarazzarsi anche delle rovine, come della grammatica e di dio oppure perseverare nel bagliore indistinto che slabbra e preme e filtra il mondo senz’aria, nello sguardo capovolto da annegato. Il tuo è un realismo visionario che pre(te)nde dalla storia quello che serve a distruggerla; tagli e ricomponi immagini smaterizzanti, radicate con una potenza inusuale a qualcosa che si vorrebbe perdere e invece rimane in una staticità ieratica, cocteauiana.
Mi pare che tu abbia filmato un trattato sull'archeologia della visione (originaria): il primo è l'ultimo uomo che non può più nominare il mondo e nemmeno le sue rovine, ma partecipare all'estinzione e spalancare il circolo. Ciò che non torna eternamente rimane, la condanna dell'arte forse è quella di accogliere i resti di niente e farne qualcosa che non si dilegui come lettere di carta o fuoco, qualcosa come l'immaterica cavità di mare e cielo. E tu ci sei riuscito.
Ah, dimenticavo. Volevo scriverti una cosa sui muri (che bello sarebbe un film solo di muri!) e le impronte sui muri che certificano esistenza…” – Gemma Bianca Adesso, 04/10/2014

“(…)Roma è finita. Bisanzio è in fiamme: non troppo lontano dal nervoso aggirarsi del Pasolini ferrariano nella notte, il protagonista de I resti di Bisanzio, film-molotov di Carlo Michele Schirinzi, solo, o quasi, sul vecchio litorale tra ruderi di antiche civiltà, Ravenna, Ostia, o Bombay è uguale, usa anch'egli le proprie visioni come apparizioni e poi le piange e urla come scomparse (o bruciate).
Ancora un altro Majorana destinato ad un naufragio per acqua (il mare mi ha rifiutato), o forse da lì generato, nel film di Schirinzi il cinema è una sorta di sogno al quadrato, come gli uomini neri nell'episodio dell'aereo caduto di Petrolio messo in scena da Ferrara: non è cornice ma neanche attraversamento, sembra sempre bidimensionale come un volto scrostato di santa affrescato tra le rocce, o un incendio in un video di youtube, però puoi saltarci dentro e trattarlo come se fosse fatto con le corde della viola di John Cale (a thousand dreams that would awake me...). Ha precisamente visto la bomba atomica? Ci scommetterei”.
Sergio Sozzo, Speciale Pasolini – Gli amici di Majorana, in ‘Sentieri Selvaggi’, 27/09/2014, http://www.sentieriselvaggi.it/339/58969/SPECIALE_PASOLINI__Gli_amici_di_Majorana.htm

“(…) Premi a parte, la sorpresa viene dall’unico film italiano in competizione, I resti di Bisanzio con cui Carlo Michele Schirinzi, senza soluzione di continuità con le realizzazioni precedenti che anzi s’insinuanonel tessuto del film come ineludibile ragione d’essere, passa al lungometraggio. Non c’è trama, se non il dis-attuarsi di un atto di ribellione solo sognato e il tentative solitario di riscrivere un sapere già scritto. Non ci sono attori, ma ‘naufraghi’ che visitano il nulla e non sanno dove andare. Non ci sono immagini se non interdette. Ci sono invece, prepotentemente, I suoni, disadatti e disadattanti, la material di cui sono fatti luoghi e le macerie del sacro: I cespugli, il mare, la pietra viva, gli affreschi mangiati dale muffe, il colore degli intonati sgretolati e gli oggetti abbandonati nel centro d’accoglienza dismesso.
È difficile pensare, al di fuori dell’ambito produttivo corrente, a un cinema meno ‘sperimentale’ di quello di Schirinzi, votato all’integralismo iconoclasta della non mediazione, ma la sua lontanaza dai circuiti commerciali, il metodo di realizzazione totalmente autarchico e la dissoluzione del confine tra film di finzione e documentario lo collegano idealmente a quell corpus di cineasti , epigono dell’underground storico ancora attivamente rappresentato (basti citare, tra I nomi inclusi nella retrospettiva pesarese, Ken Jacobs che ha trasmesso al figlio Azazel la passione e l’anticonformismo, e il lituano newyorchese Jonas Mekas) che negli Usa opera lontano da Hollywood (e anche in buona parte dall’off-Hollywood). Singolare punto di convergenza è anche la concezione del lungometraggio non come ‘contenitore’ di concatenazioni preconfezionate, ma come ‘durata’ che si fad a sé, che necessita alla visione”.
Adelina Preziosi, Quintessenze. Pesaro 2014: 50ª mostra del Nuovo Cinema. La Mostra (r)esiste, da mezzo secolo fedele al mandato d’indagare la natura ultima/intima del Cinema, in ‘SegnoCinema’, n. 189, settembre/ottobre 2014, pag. 94-95.

“(...) Viene allora da pensare che il tentativo sensato di Spagnoletti e soci possa essere visto, forse, anche come una deviazione non richiesta dal percorso di ricerca e sperimentazione proprio della Mostra: lo dimostrano l’accoglienza dell’unico film italiano in concorso (I resti di Bisanzio di Carlo Michele Schirinzi), l’unico davvero d’avanguardia, e la bellezza delle panoramiche sulla sperimentazione USA e l’animazione italiana”.
Emanuele Rauco, Pesaro: se il cinema indipendente prova a comunicare con il grande pubblico, da 'Cineforum 537', a. 54, n. 7 settembre 2014, pag. 81

"I resti di Bisanzio mi piace molto…non vorrei dire una bestialità, ma mi pare che ci muova in una zona fra Brocani e Bene...(e anche Ruiz non mi pare lontano). Mi piace molto lo sguardo e il rapporto con lo spazio...promette bene e rompe con il fronte consensuale. Un film come il tuo parla un linguaggio lontano, remoto, aspro, spaventa i fautori del grande cinema" – Giona Antonio Nazzaro

“Sembra Fata Morgana quarant’anni dopo!” – Giovanni Spagnoletti

“I resti di Bisanzio mi è piaciuto molto” – Roberto Turigliatto

“Magnifico film!” – Silvana Silvestri

“E’ un bellissimo film” – Anton Giulio Mancino

“Sicuramente è il tuo film migliore, ma io non ho capito nulla. È fuori da ogni norma” – Adriano Aprà

“I resti di Bisanzio cova la febbre della visione più pura sotto la cenere del naufragio del presente. Puro e potente…e intransigente…e dolce” – Massimo Causo

“Niente sarà più lo stesso” – Pedro Armocida

“E’ un film che va difeso…io ci sarò!” – Gianni Canova

“Mi sono molto commosso nel vedere I resti di Bisanzio” – Augusto M. Seabra

“E’ un rogo che divampa vastamente e brucia le carni” – Narda Liotine

“E’ un trattenere il respiro...è come sprofondare” – Vanna Carlucci

"Bellissimo. Film liminare sul tema del limine, del perdersi, diluirsi negli spazi, con deliquio. Film desolante, desolato e poetico" – Luigi Abiusi

"Un film-metafora del presente: sospeso a pelo d’acqua tra i mari stagnanti di una cultura millenaria e il rogo di un’ansia permanente" – Giacomo Ravesi

“Un'opera impegnativa e complessa, da tutti i punti di vista, e che ho apprezzato in particolare per la dimensione vagante e naufragante delle immagini e dei percorsi. Trovo molto belle (nel senso di belle, ma anche di cariche di significato) le immagini di rovine, di degrado, di abbandono, insieme a dettagli stupendamente filmati - di cose, di natura. Il video ha una dimensione (almeno a mio avviso) pittorica, fotografica ma anche installativa e performativa. Anche la dimensione sonora è molto curata…ho fatto invece un po' fatica a seguire il filo narrativo e simbolico: un filo volutamente esile quello della narrazione, forse più forte quello simbolico, con una valenza politica, etica, filosofica. Fuoco, acqua, aria e terra sono gli elementi di base, con le rovine e l'incompiuto (o il distrutto) del lavoro…c'è anche il senso di una ritualità che si è perduta, in questi luoghi abbandonati, negletti” – Sandra Lischi

“E’ un lavoro che ha completamente rarefatto il mio principio di realtà. Subito dopo, sei suo complice. È un film sull’inettitudine del male, sulla sua inesperienza. Sul fatto che il tempo passi esclusivamente per svuotare la vita: come fossimo clessidre alla nascita e mano mano svuotati. E il male è inetto perché vizioso, ingordo. In questo modo si fa fuori da solo. Sembra che esso non impari mai nulla, che l’aver fatto del male non basti ad imparare come si fa, come farne dell’altro e fatto meglio. Quando ti resta l’oceano da conquistare è perché hai perduto la misura di una lacrima, di una goccia, persino di una pozza d’acqua limacciosa. Incendiare il mare capita soltanto a chi ha perso tutto al gioco. Giocando e scommettendo contro se stesso. I “resti” non sono le tracce di quello che è stato, bensì il sentiero di quello che resta-da-percorrere fino a quando saremo davvero liberi della storia, ce ne saremo del tutto disfatti per cominciare ad accorgerci di quanto sia terribile, devastante e irreversibile il vuoto che essa lascia. L’immagine nel film è un fuorifuoco della coscienza, è tutto sbagliato il tuo modo di amare il cinema, è goffo, incasina i tempi. Come se fosse ancora e sempre la tua prima volta. Quella indimenticabile. O come la prima volta - appunto - che ti bruci e poi capisci che non devi più avvicinarti. Ti bruci sempre. Per questo, dopo, sei suo complice” – Roberto Lacarbonara

“Al Laceno d’oro il coraggioso film del video artista Schirinzi. E' un film coraggioso, quello di Carlo Michele Schirinzi, che approda stasera - proiezione alle 22.30, al Carcere Borbonico - al Laceno d'oro. Lo sottolinea lo stesso regista, spiegando come «il filo conduttore dell'intera pellicola "I resti di Bisanzio" sia l'idea di naufragio. Se lo spettatore non accetta di perdersi nello spazio delle immagini, finisce per non comprendere lo spirito del film». Chiarisce di non essere certo partito dall'idea di realizzare un film: «Mi occupo da anni di video arte e il mio obiettivo era semplicemente quello di girare un film che affrontasse quelle stesse tematiche che sono state più volte al centro della mia ricerca. Non avevo in mente una pellicola con una storia, un inizio e una fine, volevo solo che fosse il traguardo di un percorso che dura da quindici anni». L'idea di naufragio torna costantemente nel discorso di Schirinzi: «Un naufragio - ribadisce il regista, unico italiano in mostra a Pesaro - che non evoca solo gli sbarchi dei clandestini, all'ordine del giorno per chi vive nel Salento, al Capo di Leuca ma è un naufragio della civiltà, da intendersi sul piano storico-culturale, come parte integrante della contemporaneità. Sono convinto che siamo tutti naufraghi, lo siamo poichè nulla va mai secondo i nostri piani». Un naufragio sottolineato con forza anche dai "Resti di Bisanzio" del titolo, «da tutto ciò che richiama antiche civiltà perdute, come quella bizantina, come gli eremi invasi dalle muffe. Il mio è un chiaro atto d'accusa nei confronti di quella che è l'identità che si vorrebbe imporre oggi al Salento, fatta di taranta, mare e turismo. Invece, la nostra fortuna è che il Salento non ha una sua identità, è sempre stato un luogo di passaggio, fatto di sbarchi continui mentre l'immagine che si vuole propagandare di questa terra è effimera». Il risultato è un film in cui i personaggi stessi «non hanno identità - precisa il regista - sono indicati solo con le iniziali, non hanno un nome, e si lasciano attraversare dalla quotidianità, richiamando quasi i personaggi di Beckett, in una perenne attesa di qualcosa che non accade. Non c'è un racconto poiché è impossibile raccontare uno tsunami, in una tempesta non ci si può preoccupare di capire ma solo di salvarsi». Un film interamente autoprodotto «poiché non potevo protestare contro una certa immagine del Salento e poi accettare i finanziamenti della Regione». Eppure il pubblico, malgrado il film sia ostico, «ha recepito il messaggio, spesso mi dice di non averlo capito fino in fondo ma di essersi emozionato». Spiega come per un certo tipo di cinema il problema sia legato proprio alla distribuzione: «Molti festival non hanno voluto il mio film, poiché lo hanno trovato difficile da collocare in qualsiasi sezione. Viene prodotto ogni anno tanto di buono ma pochissimo di quella produzione di qualità arriva al pubblico. E' un meccanismo inaccettabile. Penso ad alcuni miei colleghi che realizzano documentari sociali solo per ottenere qualche finanziamento, troppe sono operazioni furbe, in cui si perde lo spirito di denuncia del film. A quel punto preferisco Zalone». A precedere "I resti di Bisanzio", alle 19, sarà la proiezione di "Hometown" al Carcere Borbonico, interessante documentario sul campo fondato dalla Mutoid Wast Compagny a Santarcangelo”.
Floriana Guerriero, Così racconto il naufragio della civiltà, il Quotidiano del Sud – Edizione Irpinia, 29/08/2014, pag. 26.

“Tre persone e il loro movimento nel mondo. Un falegname (C) che colleziona lattine di benzina perché ha il sogno ricorrente di incendiare il suo presente; un amico (R) ex benzinaio che gli procura la materia prima e se ne sta rintanato nel suo guscio abbandonato dalla civiltà; infine un depresso bandista di paese (S) che sente costantemente la fine ammirando vecchie foto di defunti che emanano un’aura intatta e pesante. Ci sono anche sguardi altri però. Gli sguardi (dei) clandestini che nel Salento arrivano dal mare e dalla vicina Africa. Eremitaggi accidentali oltre il faro di Santa Maria di Leuca, rifugiati nei resti di cripte e ipogei bizantini, a scoprire “nuove” immagini e a toccarle con mani rugose e vive. Il fuoco, l’acqua, l’aria…e poi lo sguardo, l’udito, il tatto. Quello di Carlo Michele Schirinzi si conferma un cinema che erompe dagli elementi e dai sensi, che accerchia il suo spettatore “attivo” e lo chiama in causa da innumerevoli fronti, in un coinvolgimento sin estetico che non ammette repliche. O si è dentro o si è fuori queste preziose inquadrature. I resti di Bisanzio. Gli scarti di vita e di immagini che una “terra” rigurgita e che il cinema è li a cogliere disordinato…come le ultime sopravvivenze di un mondo che non riesce neanche più a urlare disperato “nostra Signora dei turchi”, ma che si rifugia in un visionario presente di silenzio e di fiamme sognate. Un film perso e disperso nell’anima sciamanica del profondo Salento, che nasconde nella roccia le texture di millenni di dominazioni sentite oggi come una lontana eco. Schirinzi contagia epidermicamente con la sua fiducia nelle potenze delle immagini, che rimangono viv(id)e nella memoria a distanza di ore dalla visione del suo film”.
39° Laceno d’oro – sezione Nuove Visioni, dal catalogo, pag. 54.

“Il primo lungometraggio di Carlo Michele Schirinzi – presentato in Concorso al 50ma Mostra Int.le del Nuovo Cinema di Pesaro – è un naufragio anarchico al largo di un sud, di un mondo, incrostato nel bisogno impossibile di un altrove da sognare in fiamme, come nell’incipit. Anarchico perché rinuncia a ogni costruzione del potere, a ogni valutazione del bene e del male, a qualsiasi disputa di piazzamento della merce idealistica e del gesto artistico sulla scena del mondo comune: il furore panico di Schirinzi – che emerge, quasi abbagliante nella sua lucidità, anche nella conversazione seguente – è il residuo di una storia antica, decantata da questo artista filmmaker con evidente filtro beniano, dislocandosi oltre la volontà dell’opera che intende dire se stessa: I resti di Bisanzio è un film assolutamente contrario a ogni ipotesi estetica e idealistica contemporanea, una fuga in avanti nell’impotente (e imponente) rabbia di figure senza storia perché chiamatesi fuori dalla Storia, dunque da nominare senza nemmeno un nome: C restaura mobili e raccoglie fondi di serbatoio da pompe di benzina abbandonate, con cui dare fuoco al mondo, alla terra e al mare stesso, al passato e al presente. Assieme ai suoi due amici S e R, C scrosta la sua immagine dalla parete del tempo che perde nel nulla fare, come fosse un plagio storico-geografico di quelle icone bizantine che resistono imperterrite tra le macerie di vecchie chiese abbandonate, proprio dove il nostro nasconde le sue taniche incendiarie. Questi tre residuati di presente configurano una triangolazione annichilita dalla nostra civiltà, opposta al naufragio di tre eremiti accidentali sbarcati clandestinamente sulle coste salentine in cerca di nuova vita: copie senza originale dei tre eroi schiantati da Schirinzi sulla sua scena con consueta stranezza, un po’ cervantesca un po’ herzogiana, un po’ donchisciottesca un po’ stroszeck/hauseriana…I resti di Bisanzio si difende così nel suo stesso dissolversi, come una traccia che corona e spinge in avanti l’intero lavoro svolto sin qui da Schirinzi, pulsione del visibile che scruta le deformità e le difformità del reale. E resta negli occhi come una delle opere più coraggiose (e per questo irredente, ovviamente…) del cinema italiano contemporaneo, un film carico di una forza senza scampo, vanificata e dolce come la rivolta che fatalmente lo conclude, dando fuoco all’acqua di quel mare che noi antichi moderni del sud conosciamo come luogo dell’andare e del tornare, orizzonte del mito e del nostos, dell’accoglienza e dell’invasione…”
Partiamo dalla fine, dalla citazione di Ubu Re che hai posto in coda a I resti di Bisanzio, e quindi dall'idea che non si è demolito davvero tutto se non si demoliscono anche le rovine, trasformandole in una costruzione perfettamente in ordine... Mi sembra un sigillo forte per un film che sta chiaramente dalla parte dei visionari destinati a bruciarsi gli occhi per poter finalmente guardare in faccia il buio del presente... È davvero l'unica soluzione (estetica)?
“E’ tanto sai, è tanto se abbiamo salvato gli occhi”, con queste parole Carmelo Bene sancì la supremazia dell’ascolto da parte dell’occhio sulla visione e sulla comprensione del messaggio: tutto ebbe inizio da questa frase. A partire dal 2006, nei miei lavori (Palpebra su pietra, Sonderbehandlung, Suite Joniadriatica, Prospettiva in fuga, Notturno Stenopeico, Mammaliturchi!, I resti di Bisanzio) c’è il tentativo di serrare le palpebre di fronte all’immagine sempre spudorata e di tappare le orecchie al cospetto dell’inutilità della parola, una forma di censura nei confronti della visione appiattita che ha degradato a mera rappresentazione l’immagine stessa, ormai detronizzata da un testo al comando d’un gregge a capo chino. Non so bene se il film sta dalla parte dei visionari o dalla parte di chi ha una chiara percezione del reale e non si lascia scalfire da finti abbagli estetici o, peggio ancora, distrarre da imbellettamenti del sociale. Il mio concetto di visionarietà è vicino al “realismo soggettivo” di cui parlava Francis Bacon quando definivano la sua pittura surrealista e macabra, cioè un reale che muta da individuo a individuo. Detto ciò, la tua osservazione è giusta: C è un piromane visionario saturo d’una rabbia implosa e centripeta scatenata proprio da quel quotidiano che lo ingloba ma di cui non si sente partecipe – come i suoi due amici R ed S –, un impotente che non riuscendo a compiere le sue azioni distrugge il presente con il sogno di incendi ed esplosioni sporchi e pixelati…un’apocalisse in bassa fedeltà impressa nelle sue rètine. Bisogna distruggere tutto per poter ricostruire, far tabula rasa e cancellare i germi che potrebbero infettare non il “nuovo”, in cui non credo assolutamente, ma la “differente” visione.
Il film sta tutto tra la deriva in un Salento desertificato dei tre protagonisti e l'approdo sulle coste salentine delle loro tre “controfigure” clandestine, che tu nella sinossi chiami ironicamente “turisti”... Sono tutti sopravvissuti, ma allo sguardo carezzevole e stupito sui resti nelle cripte bizantine dei tre naufraghi, corrisponde l'urlo silenzioso di disperazione dei tre italiani, il loro bruciarsi e bruciare. È nostalgia del naufragio quella che nutri?
Il film difende a spada tratta la propria inadeguatezza al Tempo e alla Storia: gli ottanta minuti di cadute, scivolamenti ed inutili ricerche d’appigli, non danno scampo all’incapacità dei personaggi che si scaglia rovinosamente sulla grande truffa dell’identità (umana e geografica). Pur essendo girato nel Capo di Leuca, non tratta le crisi e i problemi locali tantomeno quelli nazionali: un formicolìo di figure sono i minuscoli tasselli che compongono un mosaico incomprensibile nella sua totalità perché immenso. C, S ed R sono l’eco di un malumore universale, vivono in uno stato di sospensione perenne che gli accomuna a chi approda, tutti clandestini nello stesso mare, naufraghi nelle loro vite. Il problema principale è la spettacolarizzazione del quotidiano abusata dalla televisione ma anche da tanto cinema di finzione e documentario, da quei furbetti che giocano con i fili dello stupore danneggiando irreparabilmente la coscienza critica del pubblico. Nell’epoca dell’immagine e della sua iperdefinizione, molto spesso non si è protagonisti ma spettatori della propria vita, servirebbe uno tsunami, un poderoso calcio per scuoterci da questo stato di apatici osservatori: il naufragio che intendo ed auspico è un tuono inaspettato che frantuma la terra sotto i nostri piedi costringendoci a stare in bilico sul baratro del dubbio, lo sgretolarsi improvviso di tutte le certezze…il crudele sogno di Artaud!
Il film è segnato da una forte intransigenza narrativa, dalla volontà di non narrare il racconto ma di lasciarlo sgorgare dalla pulsione visionaria che da sempre nutre il tuo lavoro. È una scelta che aderisce perfettamente all'annullamento di senso del presente che metti in scena, un tempo che non lascia scampo al dire.
Ho sempre pensato che il sopravvento della parola sia stato il cancro delle forme espressive che ha intaccato. Nelle note di regia del film ho scritto <>.
La figura del “terrorista” chiuso nella sua torre, che compone versi in forma di messaggi anonimi, sembra la traccia logica più probabile del film, l'unico possibile assunto in cui la sua struttura e la sua materia trovano una sistemazione...E' davvero così impossibile oggi compiere gesti estetici che non siano messaggi gettati nel mare aperto?
Se escludiamo il testo che S legge al pubblico verso il finale del film in quanto astrazione dal film stesso, il “terrorista culturale” è l’unico ad utilizzare la parola estirpando lettere da vecchi libri e ricomponendole in frasi imbastite su fogli che getta al mare in bottiglie molotov. La parola anche in questo caso è morta, dissezionata e ricomposta a nuova vita, non ha meta, non ha destinatario, è lanciata nel vuoto e forse nessuno mai la leggerà. A rivederle, queste sequenze inconsciamente dichiarano l’avversione alla mediazione, lo spettatore non può esser sempre accompagnato nella comprensione, a volte deve scomodarsi e porsi delle domande, esprimere un suo giudizio non dirottato dall’autore. Un mio amico una volta disse <>. C’è bisogno di una sana violenza sprogettante: non è provocazione ma anarchia culturale, se per cultura s’intende l’intoccabilità di forme prestabilite che rendono stantìa ogni operazione, non è sperimentazione ma costante lavorìo sul linguaggio.
L'impianto soggettivo però sembra appartenere al personaggio del falegname incendiario, attraversato da un silenzio attonito e commosso, che si rispecchia nell'effetto liquido che spesso hanno le riprese in soggettiva del suo sguardo...
Il film è un’intima visione di C, tutte le soggettive presenti gli appartengono, che siano direttamente legate al suo sguardo o lontane dai suoi occhi, ogni sbalzo di adrenalina causato dalla rabbia o da altro intacca la sua vista alterando ciò che ha intorno, sfaldando i contorni delle figure, liquidandole, annullandone il peso come se fossero sospese in un abisso. Queste ‘sue’ immagini non si legano accarezzandosi con dissolvenze ma si scontrano con violenza, si staccano dallo schermo e si catapultano sullo spettatore perché una disperata visione non può manifestarsi con una coreografia equilibrata ma attraverso un distacco della rètina. All’alterazione della vista corrisponde quella dell’udito: il film è tutto in mono, solo le soggettive di C e le musiche esplodono in stereofonia, a volte ovattate ed intime, a volte con picchi acuti da rendere fastidioso l’ascolto.
Le fiamme, l'acqua, le rocce, le nuvole: gli elementi sono la grammatica del tuo filmare, quasi in una tensione herzoghiana, intima, del rapporto con la realtà, qui molto più netta, piena, solare che in altri tuoi lavori.
Herzog è stato il più grande cantore della sconfitta dell’uomo nella spietata battaglia di sopravvivenza con la natura. Ne I resti di Bisanzio i personaggi sono dei sopravvissuti senza possibilità di riscatto, hanno lo stesso valore delle macerie architettoniche moderne, i segni sui loro visi rispecchiano ferite profonde simili a quelle delle pareti scrostate: i luoghi abbandonati hanno la dignità degli eroi morenti, per questo riservo a loro il privilegio delle inquadrature più preziose, fisse o lentissime e laconiche panoramiche che costringono il pubblico a scandagliare le superfici malate. Il linguaggio diventa invece più sporco quando inciampa nell’incomunicabilità umana (le sequenze della famiglia di C, la stiva dei clandestini, il concerto). In questa eterna attesa la natura osserva distante, indifferente, che sia uno stelo fiorito o un tronco sradicato, un cielo plumbeo su un mare scuro che ricorda Rothko o una barriera di roccia, un ruscello silenzioso o una vicinissima luna infuocata: è questo contrasto a rafforzare le intromissioni viscerali del film fatte di desideri strozzati e di stati di agitazione covati dai personaggi…è come il fluire del sangue nelle vene nascoste dall’epidermide, visibile solo se amplificato da un microscopio. I resti di Bisanzio è il mio lavoro più intimo, anzi, talmente privato da estromettere il pubblico. Lo sguardo non accarezza la superficie ma la forza, la penetra in un gioco erotico al massacro: è un lavoro di scavo o di pornoarcheologia in cui i margini delle figure non sono mai visibili perché debordano dall’inquadratura e l’intimità è continuamente sputtanata dall’abuso del primissimo piano e del dettaglio. È un film solare, nudo e privo di orpelli, talmente luminoso nella sua disperata corsa a scuoiarsi da risultare accecante.
Gli affreschi bizantini sembrano messaggi alieni, testimonianze mute di un tempo ormai lontano, perso. La loro purezza, la frontalità del tratto, la nettezza del gesto, persino il loro essere quasi cancellati: sono loro la vera matrice del tuo sguardo...
Tracce bizantine simili a messaggi alieni, splendida questa tua affermazione! Le icone sgretolano le barriere temporali, sempre vive e contemporanee affermava Tarkovskij, oggi mute guardie del vuoto mentre nei resti dei loro tratti, testimoni di un tempo che fu, sono sedimentate le barbarie e tutta la nostra mortificazione. A Bisanzio per primi s’accorsero della forza ammaliatrice delle immagini e la risposta fu la feroce iconoclastia. La loro arte fu l’ultima grande espressione del legame tra umano e divino, il Rinascimento poi, con la prospettiva scientifica e l’assurda fiducia riposta nella rappresentazione fedele alla vista umana, ha teso un agguato al modo di guardare: l’uomo si è accomodato al centro dell’universo non pensando ai danni che ciò avrebbe provocato, tutto è sceso alla sua altezza, il sacro ha perduto la sua aurea solenne e si è fatto carne per sfarinarsi tra gli uomini, la natura è diventata cavia da autopsia. Solo nel primo Quattrocento si nutrivano ancora speranze nelle ricerche sperimentali di chi utilizzava la prospettiva empirica non per rappresentare ma per ricostruire la realtà. Se pensiamo al Battesimo di Cristo di Piero della Francesca, dove il corpo di Cristo ha lo stesso valore del tronco d’albero alle sue spalle, notiamo un mondo privo di gerarchie, uno spazio in cui ogni cosa è investita da una luce sacra che tutto rischiara cancellando le ombre e dichiarando la veridicità di ‘quel’ reale. I personaggi di Piero sono inespressivi, indifferenti e quasi assenti, nei loro sguardi direzionati altrove c’è la coscienza di un’era destinata a morire, il sentore di un dramma che avverrà a breve: a loro s’ispirano i personaggi del mio film. Le alte fiamme sognate da C servono a lavare, presagiscono una nuova ed impietosa invasione turca scaraventata sui nostri occhi impigriti2:
Massimo Causo (a cura di), Furor panico. Conversazione con Carlo Michele Schirinzi, in ‘Filmcritica’, A. LXIV, n. 647, luglio 2014, pag. 343-348.

“Siamo dentro un deserto di voci, deserto umano. A terra residui di presenze, indumenti sporchi e lisi sotto il respiro affannoso e subacqueo di uno sguardo, ricordi di vita lontana, frammenti di dipinti macchiati dal tempo, polvere del tempo assorbito dalla terra. Non esistono voci, non esiste più niente: I resti di Bisanzio – in concorso al Pesaro Film Festival 2014 – è il covo catastrofico degli ultimi superstiti, è lo sguardo all’indietro di quell’Angelus Novus disegnato da Paul Klee: uno sguardo che s’immerge con occhi roventi e vede un passato che ancora brucia di echi, di miti e riti, uno sguardo (quello di Schirinzi) che non calpesta nulla e non sbriciola questa piccola ferita del mondo che ancora suona nel baluginare soffocato degli alberi, nel silenzio singhiozzante dell’acqua, nella solidità di una nave che muore nel mare. Per vedere il mondo di Schirinzi bisogna inabissarsi e trattenere il respiro per sprofondare e arrivare in questa densità di mondo che è nera e assordante, e annegare, finalmente, e galleggiare senza peso (il peso del mondo) e senza corpo sotto il raschio di un suono metallico per guardare – con la testa nell’acqua – giù.
Il silenzio abbatte un linguaggio che ormai si è deformato in una sorta di mutismo dell’aria: ecco allora l’immagine svuotarsi e spogliarsi e ricrearsi da zero: «A cosa serve scrivere se poi tutto si dilegua?», e così la necessità di ripartire dal fondo dell’occhio, dal fondo della materia e posarsi sul mondo per ridargli vita. Il fuoco, il legno, la pietra, la ruggine che modifica e ci parla di un tempo remoto diventano indizi di universo, indizi di vita; e Schirinzi non può far altro che reimpossessarsi di questi richiami sepolti dal presente e tornare a intagliare l’immagine (come si intaglia il legno, quel legno che viene sbucciato e forgiato dalle mani dure e piene di un artigiano). Qualcosa vive e brulica sotto questa epidermide sottile e tiene ancora tutto quanto il mondo, sempre così germinante in quei piccoli sussulti d’acqua e di fiamme, e di echi di immagini sulle pareti, e di lenti deformanti torri e avvistamenti. E poi c’è l’uomo, anzi, gli uomini che vagano e si perdono e forse cercano, ma sono immobili: c’è chi scrive l’ultimo messaggio dentro una bottiglia da gettare in mare e chi riempie taniche di benzina per dar fuoco al presente in questo remoto atto di purificazione che tutto libera e tutto restituisce. Si assiste, insomma, a questa tragica mancanza e si cerca il sogno di un mito lontano, il richiamo di una parola ancora possibile che riemerga dalle macerie di un presente derealizzato (direbbe Braudillard), piatto, svuotato di Senso e, per questo, immobile”.
Vanna Carlucci, I resti di Bisanzio, in ‘Uzak – Trimestrale online di cultura cinematografica’, http://www.uzak.it/lo-stato-delle-cose/618-i-resti-di-bisanzio.html, A. IV, n. 15 estate 2014.

“Mostra del nuovo cinema di Pesaro. Presentato "I resti di Bisanzio" il primo lungometraggio dell’ artista indipendente e una mostra di opere fotografiche.
La mostra di Pesaro aveva già dedicato a Carlo Michele Schirinzi una personale nel 2005 e quest’anno ha presentato “I resti di Bisanzio”, il suo primo lungometraggio. Un film che urla nel deserto: senza traccia di accadimenti infatti possono apparire i luoghi del basso Salento appena ci si allontana dalle zone più battute dal turismo e dalle troupe di cinema che lo percorrono. Poche parole scorrono, molta fatica (la fatìa che è fato e lavoro insieme), un orizzonte chiuso dai venti. Neanche la storia qui si è fatta sentire, se non in tempi remoti. È questa l’ambientazione che il regista sembra scolpire eliminando tutto ciò che non gli appartiene. Lui dice di filmare solo quei quindici chilometri intorna a casa sua, Acquarica del Capo, ma anche più su troviamo resti pietrificati (dei messapi, il mito dei cretesi fondatori), cumuli di pietre che appartengono a riti sacri, muretti a secco preistorici. Dolmen e menir, oggi avanguardia degli studi astronomici, in queste terre sembrano essere serafiche, anomime presenze. Difficile ritagliare, tirare fuori dal vuoto il germe palpitante del cinema. Non parlano i suoi personaggi, si capiscono senza parole, troppo dura per i primi tre l’approdo alle coste, fatta di inutili rituali il quotidiano per gli altri tre, amici del posto che girano a vuoto con un barlume di progetto in comune. In pochi cenni dovrebbe fare la sua comparsa tutto un mondo: l’unico dei tre che ha un lavoro è il falegname a bottega, un altro suona nella banda, un terzo abita nei locali di una pompa di benzina abbandonata. Eppure tutti questi pochi elementi del film gridano la loro presenza e ne moltiplicano vicende passate e presenti. Segno di antichi esodi appaiono le figure tra sacro e profano dipinte dai monaci bizantini che qui trovarono rifugio dalle persecuzioni inconoclaste, spazzati via anche questi in qualche modo (con l’oblio, la rovina) dall’esercito possente della controriforma che contrappose in ogni luogo le chiese dei gesuiti come avanposti militari a segnare il terreno e a colonizzare questa terra «pagana», pur con la resistenza vincente degli ordini locali. Finis terrae non zona di barocco né terra grecanica, neanche di grifoni, mori, melograni e rose mistiche a portare allucinogeni pensieri - il film evita la storia, è puro ritmo interiore che non può esere espresso con parole - ma qualche profilo dipinto su quelle antiche pareti, qualche bocca sinuosa che si intravede appena, qualche torre di avvistamento di turchi e pirati, le sublimi stazioni di servizio in disarmo, attraversano i secoli. Ogni immagine che entra in campo dialoga: il San Giuseppe che guida il Bambino nel lavoro appeso al muro della falegnameria, la sagoma del don Chisciotte sulla libreria, fonte di ispirazione e come il regista affacciato su una nuova epoca muta, la veglia funebre che evoca le tante morti in mare a cui portare fiori. Eppure non è opera di simboli ma di materia, lavora e scolpisce materiali grezzi. Esplode a un certo punto la musica nella notte, festa dionisiaca in terra pagana dove gli dei hanno trovato una via di fuga e i resti non solo di Bisanzio sono reperti da trovare dentro di sé. O nelle immagini come con intuizione incendiaria riesce a fare Schirinzi da sempre al lavoro sui «luoghi abbandonati» (manifatture dei tabacchi, locali scolastici o di accoglienza) indicando il vuoto per raccontare il pieno così come gli artisti giapponesi cercano l’ombra per individuare l’oggetto. Si entra nella bottega dell’artista con la mostra «La ballata del naufrago» a cura di Bruno Di Marino che si è tenuta a Pesaro presso Didot, una di quelle librerie che vorremmo portare così come sono nelle nostre città, curata dal cineasta Mauro Santini e dalla moglie, una miniera creativa. «La ballata del naufrago» raccoglie i suoi video e i lavori fotografici, si può cogliere la genesi del suo lavoro. Oltre ai video ben conosciuti perché premiati in vari festival (qui Ballata naufraga, Notturno stenopeico, Suite Joniadriatica) e alla rilettura creativa di Jean Genet, sono stati in esposizione la serie di negativi graffiati e privi di ogni contorno per evidenziare una forma scarna da tramandare, come un racconto di belve estinte sulle pareti di una caverna, non vittoriosi trofei come forse erano quelli, ma la testimonianza dell’estetica severa dell’approdo e del naufragio”.
Silvana Silvestri, Schirinzi, l’estetica si fa enigma e fuoco, in ‘Alias – il manifesto’, 05/07/2014.

“Il fuoco, l'acqua, l’aria...e poi lo sguardo, l'udito, il tatto. Quello di Carlo Michele Schirinzi si conferma un cinema che erompe dagli elementi e dai sensi, che accerchia il suo spettatore e lo chiama in causa da innumerevoli fronti in un coinvolgimento sinestesico che non ammette repliche. O si è dentro o si è fuori i suoi preziosi resti di Bisanzio…
"Quella costruzione era un sunto di storia, oppure no." - Carmelo Bene
Il fuoco, l'acqua, l’aria...e poi lo sguardo, l'udito, il tatto. Quello di Carlo Michele Schirinzi si conferma un cinema che erompe dagli elementi e dai sensi, che accerchia il suo spettatore "attivo" e lo chiama in causa da innumerevoli fronti, in un coinvolgimento sinestesico che non ammette repliche. O si è dentro o si è fuori queste preziose inquadrature. I resti di Bisanzio. Gli scarti di vita e di immagini che una “terra” rigurgita e che il cinema è li a cogliere disordinato... come le ultime sopravvivenze di un mondo che non riesce neanche più a urlare disperato "nostra Signora dei turchi", ma che si rifugia in un visionario presente di silenzio e di fiamme sognate. Un film perso e disperso nell’anima sciamanica del profondo Salento, che nasconde nella roccia le texture di millenni di dominazioni sentite oggi come un lontano eco (da luogo colpito).
Non è facile (e perché dovrebbe?) rintracciare una linea narrativa in tutto questo. Oppure sì, in fondo il film è cristallino sotto i nostri occhi: tre persone e il loro movimento nel mondo. Un falegname (C) che colleziona lattine di benzina perché ha il “sogno” ricorrente di incendiare il suo presente; un suo amico (R) ex benzinaio che gli procura la materia prima e se ne sta rintanato nel suo guscio abbandonato dalla civiltà; infine un depresso bandista di paese (S) che sente costantemente la fine ammirando vecchie foto di defunti che emanano un’aura intatta e pesante. Ci sono anche sguardi altri però. Gli sguardi (dei) clandestini che nel Salento arrivano dal mare e dalla vicina Africa. Eremitaggi accidentali oltre il faro di Santa Maria di Leuca, rifugiati nei resti di cripte e ipogei bizantini, a scoprire "nuove" immagini e a toccarle con mani rugose e vive. Solo loro è la Bellezza nascosta, noi forse non ce la meritiamo più. Le mani, allora. Le mani e il lavoro ancora al centro del cinema di Schirinzi (qui all'esordio nella forma "lungometraggio"), con quei dettagli che configurano antichi e sacri gesti contrapposti al deserto di percezioni attuale verso il quale il giudizio è netto e disperato.
“Cinema sperimentale” e “stile avanguardista”, è vero, le ascendenze sono chiare. In un film non certo scevro di una bonaria e sin troppo manifesta ridondanza nei pugni nello stomaco che vuole sferrare (il personaggio del vecchio recluso, i suoi messaggi, “proprio non mi va di scrivere se poi tutto si dilegua”, composti da ritagli di una cultura ormai in brandelli…). Il fatto è che Schirinzi contagia epidermicamente con la sua enorme fiducia nelle potenze delle immagini, che rimangono viv(id)e nella memoria anche a distanza di ore dalla visione del suo film: la soggettiva di C viene aggredita costantemente dalla sua soggettiva libera indiretta (ancora, sempre, Pasolini) impadronendosi dell’inquadratura, liberandola attraverso un sonoro autosufficiente e antifrastico, facendo così intravedere una bellezza ferina e arcaica (le torri, le coste, le macerie) che non ammette nessuna “regola”. Un cinema visionario ma brutalmente ancorato al dato reale, che cerca tracce di redenzione configurando un tempo ancora possibile oltre la sua profonda sfiducia verso il presente. Oltre il mare e oltre le fiamme. Questo film è un sunto di storia, oppure no”.
Pietro Masciullo, Pesaro 50 – I resti di Bisanzio, di Carlo Michele Schirinzi, in ‘Sentieri Selvaggi’, http://www.sentieriselvaggi.it/33/57912/Pesaro_50__I_Resti_di_Bisanzio,_di_Carlo_Michele_Schirinzi_Concorso.htm, 29/06/2014.

“Il 5° giorno della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro è anche l’ultimo del concorso. In chiusura di competizione, arriva l’unico lungometraggio italiano, I resti di Bisanzio di Carlo Maria Schirinzi, artista pugliese che ha realizzato una sorta di naufragio filmico attraverso i luoghi, più o meno fatiscenti e seducenti, del Salento: avanguardia pura, tra distorsioni d’immagine, montaggio ardito, lavoro su suoni e rumori, simbolismi di acqua e fuoco per descrivere la deriva del senso e della struttura cinematografica attraverso lo smarrimento umano (…)”.
Emanuele Rauco, Pesaroff50, si chiude il Concorso ma la Mostra resiste, in ‘Four Magazine’, http://www.fourzine.it/2014/06/pesaroff50-si-chiude-il-concorso-ma-la-mostra-resiste/11660, 28/06/2014.

“Cinema sperimentale che a una narrazione lineare preferisce affiancare personaggi apparantemente slegati tra loro. Diversi personaggi si muovono nel Salento. Ci sono dei turisti tra i resti di Capo di Leuca, c'è un ex benzinaio che aiuta un amico a raccogliere benzina con l'obiettivo di dar fuoco a tutto (ma rimane solo un sogno) e infine un uomo in un faro che scrive aforismi incollando ritagli da pagine di libri.
A partire dal titolo I resti di Bisanzio non fa mistero di essere cinema sperimentale, che non segue il filo logico di una narrazione lineare ma preferisce affiancare stimoli e seguire personaggi apparentemente slegati tra loro in diverse declinazioni di un medesimo malessere. Contaminato da riferimenti alti, in alcuni casi difficili da cogliere, in altri proprio impossibili se non si consultano le note di regie, il film ha due anime. La prima, quella razionale, che svela un ragionamento e una presa di posizione chiare solo padroneggiando tutti i riferimenti del film (sono necessarie nozioni di storia, storia dell'arte e cultura salentina) appare non solo come la più snob e meno cinematografica, ma anche come la più sterile, concentrata com'è sulla decandenza dei tempi senza una teoria forte dietro.
È semmai la seconda anima, quella più legata alle immagini, al montaggio e al ritmo del film che stupisce. L'idea di un personaggio che vorrebbe distruggere tutto, bruciare ogni cosa ma riesce solo ad immaginare iperboliche esplosioni e incendi mirabolanti è un contrappunto fenomenale al poeta dei ritagli di giornale, ma anche la colonna sonora che sfrutta musica poco convenzionale per il genere e solo in apparenza difficile da sposare con uno svolgimento simile, funzionano molto e danno l'impressione di riuscire a parlare molto meglio (e soprattutto in maniera molto più universale) di un desiderio di rifondazione inesprimibile a parole”.
Gabriele Niola, I resti di Bisanzio, in ‘MyMovies’, http://www.mymovies.it/film/2014/irestidibisanzio/

Dario Zonta, Alberto Crespi, Steve Della Casa, I resti di Bisanzio di Carlo Michele Schirinzi al 50° Pesaro Film Festival, Hollywood Party, Rai Radio3, intervista radiofonica, 27/06/2014.
Download: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-842968e9-237d-4169-8467-61c3d2a44051.html

“In concorso a Pesaro "I resti di Bisanzio", che ci mette di fronte alla decadenza di una terra, alla non identità di personaggi e luoghi. "Lo stereotipo del Salento ha prodotto danni irreparabili".
PESARO – Non gli importa troppo se il film sarà distribuito, “lo considero un messaggio nella bottiglia che arriverà dove arriverà”. Carlo Michele Schirinzi, unico italiano in concorso alla Mostra di Pesaro, viene da lontano come quel message in a bottle. L’artista leccese, al suo primo lungometraggio con I resti di Bisanzio, ha realizzato oltre cinquanta lavori, tutti in video. Le sue opere hanno partecipato ai più importanti festival internazionali dedicati alla sperimentazione del linguaggio digitale vincendo, tra gli altri, nel 2004 con All’erta! il premio Shortvillage proprio a Pesaro e nel 2009 con Notturno Stenopeico quello per il miglior cortometraggio al Torino Film Festival. Nel 2011 ha partecipato sia alla Biennale d’Arte che alla Mostra del Cinema di Venezia: alla prima con la serie di documentari Intramoenia Extrart, alla seconda con il cortometraggio Eco da luogo colpito. Nel 2005 era stato protagonista a Pesaro di una retrospettiva dei suoi lavori più sperimentali.
Film iconoclasta e imprendibile, I resti di Bisanzio ci mostra il naufragio di una civiltà, la nostra, attraverso tre figure senza nome: C (Stefano De Santis) è un incendiario che condivide un profondo malessere con i suoi amici S (Salvatore Bello), che suona nella banda del paese, e R (Fulvio Rifuggio), ex benzinaio apatico. Nel frattempo tre clandestini approdano sulle rive adriatiche e si perdono tra le macerie del Capo di Leuca, mentre un terrorista culturale ritaglia lettere da un libro per scrivere messaggi anonimi che non spedirà.
Si riconosce nella definizione di videoartista?
Odio le definizioni e questa in particolare. Mi considero più un musicista delle immagini. Ho provato a scovare immagini che avessero un’eco sonora, che colpissero corde interne in ognuno di noi.
Qual è la sua formazione?
Ho studiato all’Accademia delle Belle arti e mi sono specializzato in scenografia teatrale, ma ben presto, amando il cinema, ho preso una videocamera e ho iniziato a realizzare dei video, subito dopo la laurea nel ‘98/99. Erano autoriprese performative in cui posizionavo la videocamera sul cavalletto davanti a me e mi muovevo in maniera grottesca. I miei primi lavori li ho spediti a festival e gallerie d’arte. Poi nel 2001 a Bellaria, sotto la coraggiosa direzione di Enrico Ghezzi, ho avuto un primo riconoscimento c