Calamita/à

Roma - 29/10/2016 : 29/11/2016

Il progetto CALAMITA/À nasce dall’urgenza di investigare il territorio in cui l'evento catastrofico ha alterato ogni equilibrio, spezzato la corretta e ordinata linea della scansione temporale e frammentato i luoghi, le storie e le vite.

Informazioni

  • Luogo: MATERIA
  • Indirizzo: Via dei Latini 27 - Roma - Lazio
  • Quando: dal 29/10/2016 - al 29/11/2016
  • Vernissage: 29/10/2016 ore 18
  • Curatori: Niccolò Fano, Gianpaolo Arena, Marina Caneve
  • Generi: arte contemporanea, collettiva
  • Orari: su appuntamento

Comunicato stampa

Un eterno presente

“Abitiamo un mondo in cui il futuro promette infinite possibilità e il passato è irrimediabilmente dietro di noi. La freccia del tempo… è lo strumento della creatività in cui la vita può essere compresa.”

Peter Coveney e Roger Highfield



Il 1963 è un anno cruciale per una lunga serie di avvenimenti geopolitici internazionali.

A Dallas muore assassinato John Fitzgerald Kennedy, il Presidente che stava cercando di cambiare la storia degli Stati Uniti d'America e quella dell’Occidente

Martin Luther King, in occasione della marcia per il lavoro e la libertà, pronuncia il celebre discorso al Lincoln Memorial di Washington. In Vietnam, i monaci buddisti si danno fuoco per protestare contro i tragici avvenimenti di una guerra che sta diventando sempre più drammatica. Il 4 ottobre l'Uragano Flora si abbatte su Cuba e Hispaniola, uccidendo quasi 7000 persone.

In Italia, il miracolo economico e la cultura pop hanno trasformato la vita dei cittadini. Francesco Rosi riceve il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia per "Le mani sulla città". Il lungometraggio è uno straordinario atto d'accusa sulle collisioni esistenti tra diversi organi dello Stato e speculazione edilizia, in un paese afflitto da una forma di continua e progressiva "metastasi cementizia".

Nomen Omen è una locuzione latina che, tradotta letteralmente, significa "il nome è un presagio" e deriva dalla credenza dei Romani secondo cui nel nome era indicato il destino delle persone e delle cose. La montagna su cui è ancorata la diga del Vajont, tuttora integra e stabile, porta il nome di Monte Toc, ovvero monte marcio, putrido, franoso. Lo stesso nome del Vajont ha oggi acquisito un’accezione e un valore catastrofici nella coscienza collettiva.

Vajont, in origine, era la valle attraversata dall’omonimo torrente, prima che la catastrofe innescata in potenza con trent’anni di anticipo, poi manifestatasi violentemente la notte del 9 ottobre 1963, rendesse tristemente noto questo luogo.

“Il Grande Vajont” ha invece nel suo nome il manifesto programmatico dell’ambizioso progetto che avrebbe dovuto sfruttare le riserve di acqua delle Dolomiti per servirsi dell'energia gravitazionale sotto forma di potenza idrica e rifornire così di elettricità Venezia e il Triveneto. Nel 1940 la SADE, Società Adriatica di Elettricità, diventata poi Enel, avanza una richiesta di autorizzazione per la costruzione di una grande diga, all’epoca la più alta del mondo, che è poi diventata lo scenario e il monumento della gestione del potere e della vergogna della politica. La diga ha retto perfettamente alla violenza del crollo della montagna nell'invaso del Vajont. Dove l'onda distruttiva è passata, nulla è rimasto integro.
I morti accertati sono 1917.

Dal 1963 a oggi, sono passati molti anni, si sono svolti numerosi processi e sono state avviate ricostruzioni urbanistiche controverse, ma la ferita è dolente. Nella nostra opinione è determinante continuare a parlarne ancora nel 2016, in un momento storico in cui lo sfruttamento energetico del territorio e la sua salvaguardia non sempre sono attuati con gli stessi strumenti. Le analogie con il presente sono molto evidenti e si ripetono anche negli eterni conflitti di interessi, nella corruzione degli apparati di controllo, nella privatizzazione dei profitti e nella socializzazione delle perdite. Il nefasto caso del Vajont appare a tutti gli effetti come una delle vicende cardine del '900 italiano, un buco nero di senso e di significato in cui è ancora facile cadere. Un simbolo dell’Italia contemporanea.

In questo contesto, il progetto CALAMITA/À nasce dall’urgenza di investigare il territorio in cui l'evento catastrofico ha alterato ogni equilibrio, spezzato la corretta e ordinata linea della scansione temporale e frammentato i luoghi, le storie e le vite. Il presente a volte è indifferente e disattento, malgrado questo ci teniamo in vita meditando sul cumulo delle tradizioni e dei ricordi che conserviamo nel cuore. In molti hanno cercato con fatica di dare una forma allo scorrere del tempo. In un certo modo, è come se l’onda avesse trascinato via con sé il passato e il futuro di una comunità di persone. Il tempo si è cristallizzato in un eterno presente.

ENGLISH TEXT

An eternal present

“We inhabit a world in which the future promises endless possibilities and the past lies irretrievably behind us. The arrow of time [...] is the medium of creativity in terms of which life can be understood.”

Peter Coveney and Roger Highfield


The year 1963 proved a landmark year for many international geopolitical events.

John Fitzgerald Kennedy, the President who was attempting to change the history of the USA and the western world, was assassinated in Dallas. Martin Luther King delivered his historic speech at the Lincoln Memorial for the March on Washington for Jobs and Freedom, where he expressed his hope that every man would be recognised as equal. In Vietnam, Buddhist monks set fire to themselves in protest against the tragic events of an increasingly intense war. Fidel Castro travelled to the USSR where he visited numerous cities, factories and secret military bases for 40 days. Throughout the world, there was a growing desire to live freely and in a peaceful environment. On 4 October, Hurricane Flora struck Cuba and Hispaniola, killing nearly 7 000 people.

In Italy, the economic boom and pop culture transformed the lives of its citizens. Francesco Rosi won the Golden Lion at the Venice Film Festival for “Hands over the City”. The feature film was an extraordinary indictment of the conflicts of interest that exist between government bodies and the construction speculation industry, in a country afflicted by continuously expanding concrete jungles. Bernardo Provenzano was incriminated for homicide but was not captured until 43 years later.

Nomen Omen is a Latin expression that literally means “the name is a sign” and comes from the Roman belief that names were an indication of the fate of a person or thing. The mountain where the Vajont dam was built – still intact and stable today – bears the name Monte Toc, meaning a mountain that is rotten, putrid or prone to landslides. The name Vajont has now also acquired a catastrophic connotation in the collective consciousness.

Vajont used to simply refer to the valley where a river of the same name crossed. Then the landslide catastrophe, potentially triggered 30 years prior, violently manifested on the night of 9 October 1963 and gave this place its unfortunate fame.

The Great Vajont has, in its name, the manifesto of an ambitious project that planned to use the gravitational energy of the water reserves in the Dolomites as hydropower to supply electricity to Venice and the Triveneto region. In 1940 the Adriatic Energy Corporation (SADE, which later became ENEL) requested and received authorisation to construct a large dam. The tallest dam in the world when it was built, it would go on to become a monument representing political power and shame. The dam held up perfectly against the violent collapse of the mountain that invaded the Vajont, but wherever the landslide wave of destruction passed, nothing else remained intact in its wake. There were 1917 confirmed deaths.

Many years have passed between 1963 and now. Numerous procedures have been discussed and controversial urban reconstructions have been initiated, but the wound is still tender. In our opinion, it is crucial to continue the dialogue today at an important time when utilising local sources of energy and preserving the land are not always carried out through the same means and with the same instruments. The analogies with the present are evident and repeat themselves even amongst the eternal conflicts of interest, the corruption of tools of control, the privatisation of profits and the socialisation of losses. The nefarious case of the Vajont is, in all respects, one of the most pivotal events of 20th century Italy – a black hole of sense and meaning that is still easy to fall into. A symbol of modern Italy.

The CALAMITA/À project was born in this context out of the urgency to investigate an area whose fundamental equilibrium was altered by a catastrophic event that broke the natural sequence between past, present and future, and fragmented places, stories and lives. The present is sometimes indifferent and inattentive. However, life continues and we can seek consolation in reflecting upon the collection of traditions and memories we hold dear to our hearts. Many people have made an effort to give shape to the passing of time. In some ways, it is as if the landslide swept away the past and future of an entire community. Time is crystallised in an eternal present.























PRESPAZIATO 1


Colophon

Matèria Gallery, Rome

CALAMITA/À è un progetto a cura di / is curated by Gianpaolo Arena e Marina Caneve
L’esposizione collettiva da Matèria è a cura di / is curated by Gianpaolo Arena, Marina Caneve e Niccolò Fano


Fotografia / Photography: Andrea Alessio, Gianpaolo Arena, Sergio Camplone, Marina Caneve, Alfonso Chianese, Céline Clanet, Scott Connarroe, François Deladerriere, Marco Lachi, Michela Palermo, Max Rommel & Marissa Morelli, Gabriele Rossi, Petra Stavast, Jan Stradtman, Maaike Vergouwe Daan Zuijderwijk, Cyrille Weiner & Giaime Meloni

Urbanistica / Urbanism: Latitude Platform





PRESPAZIATO 2

Nel nostro secolo le catastrofi sono diventate elementi catalizzanti e spesso i loro simboli assumono beffardamente il valore di monumenti contemporanei. Gli anniversari e i pellegrinaggi hanno il compito involontario di definire la geografia mentale del ricordo di una collettività.

“Soltanto le catastrofi attirano la nostra attenzione. Le vogliamo, ne abbiamo bisogno, ne siamo dipendenti. Purché capitino da un’altra parte.”


Don DeLillo



In our century, catastrophes have become catalysts, and often what remains to symbolise the event mockingly takes on the value of a contemporary monument. Anniversaries and pilgrimages have the inadvertent task of defining the mental geography of a community’s memory.
“Only a catastrophe gets our attention. We want them, we need them, we depend on them. As long as they happen somewhere else.”
Don DeLillo