Brunella Longo – Nelle terre della percezione e del pensiero

Rende - 18/03/2016 : 18/04/2016

Il museo MAON di Rende ospita l’artista Brunella Longo con la mostra "Nelle terre della percezione e del pensiero".

Informazioni

Comunicato stampa

Con il ciclo l'altra Parte, compaiono ombre blu e verdi, strisce di colore, presenze inquiete che escono dai muri, dagli spazi dove le simmetrie sono sfalsate, termina la polarità spazio temporale, avviene un passaggio, un cambiamento di esistenza, numeri, quadratini che diventano cubi magici, i simboli della cabala, l'alchimia, le pratiche magico religiose, le formule per le trasformazioni curative, l'espansione indefinita.
L'espansione indefinita si accompagna normalmente ad una meditazione sull'essenza astratta del numero

L'unità si effonde, si espande fuori di sé, diventa multipla nello spazio, culla dei numeri e ambiente naturale in cui si può concretamente manifestare la fecondità moltiplicatrice. tutte le azioni, le operazioni o tutte le sostanze che mirano a moltiplicare i poteri dello spirito portano parallelamente ad arricchire lo spazio e il tempo.

Nelle Terre della percezione del pensiero

All'inizio, agli esordi del suo percorso artistico, nei primi anni 90, le immagini fotografiche di Brunella Longo ricercano l'esattezza, la perfezione classica, il corpo umano, la storia e la storia dell'arte. Particolari plastici che rilevano con rigorosa puntualità le forme più fuggevoli di ogni volto, di ogni sostanza, di ogni muscolo, come un bisogno di compiutezza che si soddisfi in quell'analisi dei corpi, in quell'anatomia di grandi statue armoniose e sensuali, sotto lo sguardo attento dell'anatomista alla ricerca del particolare. In questo ciclo di lavori, "tra presenza e assenza" è come se la chiarezza della conoscenza dipendesse dalla precisione dei particolari che racchiude.
Il particolare, nella percezione o nella conoscenza, corrisponde all'ultimo elemento analiticamente distinguibile, ricopre il ruolo di particella indivisibile e solida su cui cade e si ferma lo sguardo: è il particolare che, localizzando e improntando su di sé la sensazione, la trasforma in percezione.

Consequenzialmente il lavoro di Brunella Longo si sposta su di un “territorio familiare”, analisi di situazioni di scene casalinghe in cui inizia frazionare il vuoto temporale attraverso lo spostamento della sorgente visiva, della luce, suggerendo inoltre la successione di una varietà di punti d’origine e quindi di una ricchezza di direzioni; ne risulta come una acquisizione di volume, di spazialità, di moltiplicazione ritmica, di movimento, di continuo accrescimento, di autosuperamento. Calici, bottiglie, il pane, tazze da caffè, caffettiere, il libro, il telefono, la doccia, oppure oggetti legati al tema del gioco, le carte, i dadi, il biliardo, il domino, la roulette, il backgammon, in cui le dita poste in primo piano, fanno giostrare gli strumenti dello svago attraverso sequenze e piani di ripresa diversi, elementi e punti di vista sempre differenti. L’interesse per il particolare include un’attenzione anche per l’infinitesimale in quanto, di fronte all’immensità del nulla, il minuscolo può servire da indice e da punto di riferimento. Il particolare si posa nello spazio per rivelarcelo, per farlo esistere in rapporto a sé, ma anche per emergere, per esistere esso stesso a partire da quel nulla che avrà rivelato. Si realizza così una relazione di estrema fecondità. Immensità inerte e atomo vivente si fanno valere reciprocamente. Ciascuno di loro riceve dall'altro la sua più specifica virtù, che per l’una e la sorpresa sempre nuova di limitatezza sensibile, per l’altro, l’umana fragilità.

Mentre un solo oggetto, o frammento anatomico sperduto in un universo senza dissonanza costituisce un fermento di disgregazione, cento deviazioni concomitanti compongono quasi un nuovo spazio: il montaggio dei dettagli sembra quindi possedere il potere ordinatore di un principio, la forza associativa di una legge. Ma soprattutto questi frammenti erranti di mondo, non sono degli esseri isolati, degli oggetti solitari, rivestono l’aspetto di blocchi sensibili in cui si trovano uniti oggetti o sentimenti analoghi. Sono delle molteplicità senza volto, all'interno delle quali il plurale, nella sua stessa indeterminatezza, suggerisce la nozione di un’omogeneità sensibile, impone il sentimento di una certa saldatura interna.

Con lo stesso criterio la Longo si rivolge all’autoperlustrazione del proprio corpo fino alle parti più intime. L’occhio diventa il centro di una serie di figure che si generano geometricamente e dinamicamente, le une dalle altre in un rigoroso procedere. Gli aspetti successivi, i frammenti del corpo, si incatenano gli uni agli altri grazie al potere coesivo di una continuità di scorrimento. Ma l’identità dell’oggetto designato durante queste evoluzioni e l’immobilità dell’occhio che lo contempla, assicurano d’altra parte a questo scorrimento un rigore matematico, un fascino che dipende dalla successiva moltiplicazione e dalla generazione di tutte le curve sinuose, dal sottile erotismo e dalle figure immaginarie realizzate nello spazio dagli elementi reali del corpo. Moltiplicazione, generazione non sono più sentiti come gli elementi di uno sconvolgimento sensibile, ma come le origini concrete di una euritmia: l’idea poetica che si sprigiona da quest’operazione del movimento delle linee, delle curve, della luce, del contrasto fra bianco e nero, è l’ipotesi di un essere esteso, vasto, complicato, ma euritmico. Costanti del suo operare: lo spazio ed il tempo. Dalla fine degli anni 90 al 2003 Brunella Longo affronta il progetto “Centouno ritratti”, scatti d’autore in bianco e nero di grande formato che, attraverso il mezzo fotografico, cercano di catturare la natura più intima, la realtà invisibile, meno nota di ogni individualità con cui si raffronta. Nei protagonisti, tutti appartenenti al mondo dell’arte, la Longo indaga gli aspetti introspettivi, ne penetra la vera essenza, cerca il dato mentale, coglie l’aspetto psichico, il carattere inespresso, dischiude l’indole più recondita dell’essere. Da Fabro a Kounellis, da Pistoletto a Calzolari, Castellani, Kosuth, Beverly Pepper…

Dal 2003 “Imusmis”, viaggio fantastico attraverso mondi sconosciuti, misteriosi, incontaminati, tra storia e memoria, spazi infiniti, evocativi, surreali, percorso verso la conoscenza. Come se Brunella Longo per scendere verso il centro proibito di se stessa non avesse a disposizione altra magia che quella delle immagini, altri mezzi che quelli del sogno e quindi affidare alla sola arte l’esplorazione della sua profondità interiore. Tra sogno e realtà, tra reale e irreale.Il titolo di questo ampio ciclo di lavori è tratto da Giordano Bruno, dalle immagini interiori, dai temi cosmografici che compongono il corpus unico di incisioni realizzate dal filosofo campano intorno al problema delle origini. Imusmis è il titolo di una xilografia illustrativa dell’Esplicatio Triginta Sigillorum del 1583.

Il deserto, l’acqua, il ghiacciaio, lo spazio, la profondità, la sensazione di un universo ingrandito. Brunella Longo predilige questo tipo di costruzione spaziale. Il silenzio dei Tuareg, silenzi che si succedono a silenzi, paradisi della solitudine dove il viaggiatore passa da solitudine a solitudine, da deserto a deserto, l’estensione, la misura del non misurabile. Ed effettivamente è proprio in termini di spazio orizzontale che si traducono le immagini della Longo, l’evasione nella vastità degli orizzonti dove l’occhio si incanta in quelle magie delle lontananze.
Lontananze magiche, perché la trasparenza dell’atmosfera, avvolgendo i fossili, le pietre, i sassi, le conchiglie o i corpi in un velo d’aria, riesce a liberarli dalla loro realtà vicina con l’immagine lontana. Brunella Longo proietta le sue immagini in un ambito che lo affianca dai suoi limiti e lo libera dalla visione esatta ed immobile. Le immagini sono dissolte in una lontananza semifantastica che un ultimo scrupolo di chiarezza viene curiosamente a delimitare con un’ultima linea, quella dell’orizzonte. E questa prospettiva è sia temporale che spaziale. Sono paesaggi, fotografie realistiche realizzate durante i viaggi in Oman, Turkmenistan, sul Mar Caspio, in Islanda, in cui sono state inserite in un momento successivo, in studio, delle fusioni. Da uno sguardo oggettivo le immagini si convertono in un mondo fantastico, onirico. L’inclusione virtuale equilibra quasi perfettamente immobilità e movimento separandoli nel tempo, vedendo nell'immobilità una promessa dell’atto, ma si tratta di un equilibrio che rimane sempre instabile, un’indeterminatezza dello spazio e del tempo. Appartengono ad un mondo che è frutto di letture ed esperienze, letture fantastiche che alimentano il desiderio di esplorare, di espandersi. Di certo Herman Melville, che persegue il tema del viaggio come ricerca, il mare come regno dei mostri del terrore, delle immense profondità che sfuggono all'intelligenza umana, la balena bianca metafora di realtà trascendenti la comprensione terrena. Di sicuro poi, Edgar Allan Poe che, di racconto in racconto, sviluppa un metodo di pensiero che vuole sondare e forse anche possedere l’abisso, spiegare ciò che è apparentemente inspiegabile, dove il mistero è lentamente e progressivamente vinto dai tentativi, dalle ipotesi, dalle deduzioni, dalle induzioni della ragione più puramente razionale.

Si parte dalle origini in questo universo immaginario occupato da temi magici in cui silenzio, espansione concentrazione, vita e morte, bene e male, si concatenano quindi in una specie di ciclo cosmico. La natura primordiale, le prime forme del segno, il tema dell’acqua, l’ossessione dell’acqua come forza di assorbimento. Nell’acqua tutto e copertura e continuità sensibile e misteriosa. I Pesci, Lumacasfera, le tre Sfere che rappresentano le tre forme di intelligenza, Pietre nere, Fossili, Funghi, Sassi, Meduse, Conchiglie, tema ricorrente, immagine schermo che difende la vita, così come le perle, simbolo dell’amore protettivo.

Paesaggi dove la presenza di una certa magia divinatrice che tenta di esorcizzare il caso e quindi di collocare il sentimento alle realtà che gli sono apparentemente più estranee. Fede alchemica, astrologica, che ha un potere di comunicazione e di rivelazione. Poi, lentamente, gradualmente, si fa più preminente la presenza umana, il corpo dell’artista s’immedesima nel territorio, si mette in scena, si traveste, si moltiplica. Nel 2009 l’Impiccato, riferimento a Sebastiano Del Piombo, figura che nei Tarocchi è associata all’accettazione, all’armonia e alla capacità di trascendere le convenzioni osservare il mondo da un punto di vista spirituale. L’Uomo-fungo, motivo derivato dalle rappresentazioni medievali in cui una pluralità di culti e tradizioni, sia a scopo religioso che terapeutico, facevano uso di funghi allucinogeni: la moltiplicazione dell’io, l’espansione. L’Acrobata nel 2010, figura in equilibrio tra i ghiacci, il mare e una luce diafana, il tema di Leda, il Velo, figure di donne misteriose che attraversano paesaggi arcaici, immoti. I Tuareg, presenze ieratiche vestite di bianco situate in lontananza tra i ghiacciai in paesaggi notturni, Yin-Yang, fossili maschili e femminili che si compenetrano. Nel 2011 ancora i Tuareg, ma tra sabbia e fiori colorati, del 2013 Sudari, corpi distesi nel deserto avvolti da teli dai colori che si riferiscono alla storia della pittura, ma hanno anche l’aspetto tragico della storia contemporanea del mondo arabo. Il sale inserito nei paesaggi dell’Oman, nel linguaggio dell’alchimia, rappresenta il terzo dei principi originari, la qualità del corporeo, ma è anche simbolo della conservazione, dell’incorruttibilità, della purificazione. Dello stesso anno Metope: figure rovesciate che evocano episodi mitici. Dal 2014 con il ciclo l’Altra parte, compaiono ombre blu e verdi, strisce di colore, presenze inquiete che escono dai muri, dagli spazi dove le simmetrie sono sfalsate, termina la polarità spazio temporale, avviene un passaggio, un cambiamento di esistenza, numeri, quadratini che diventano cubi magici, i simboli, la cabala, l’alchimia, le pratiche magico-religiose, le formule per le trasformazioni curative, l’espansione indefinita.

L’espansione indefinita si accompagna normalmente ad una meditazione sull'essenza astratta del numero. L’unità si effonde, si espande fuori di sé, diventa multipla nello spazio, culla dei numeri e ambiente naturale in cui si può concretamente manifestare la fecondità moltiplicatrice. Tutte le azioni, le operazioni o tutte le sostanze che mirano a moltiplicare i poteri dello spirito portano parallelamente ad arricchire lo spazio e il tempo. Con una crescente spontaneità l’io si muove in distese sempre più vaste, vive cent’anni in un minuto, approda ai mondi più lontani. I suoi poteri crescono incessantemente, la personalità estende i suoi confini e sembra che vi conquisti una nuova, una terza dimensione: l’individuo è elevato al cubo e spinto all'estremo. La morte giunge a liberare la forza vitale che fino a quel momento si trovava chiusa in un corpo, sottomessa a una legge di metabolismo. Nell'Altra parte ritrova la piena libertà, lo slancio primario, il desiderio.

I lavori più recenti di Brunella Longo sono fotografie realistiche, naturalistiche, paesaggi dedicati a Cipro, alla Scozia, all’Oman, al Brasile, all’Islanda, alla Groenlandia, a Cuba, in cui non vi sono sovrapposizione di immagini possibili, ma riprese oggettive, frutto di una percezione intuitiva sulla natura incontaminata, su di un mondo ancora integro, completo, intatto.

“La percezione intuitiva, e in apparenza casuale, che ci fa spesso raggiungere la conoscenza quando perfino la ragione vacilla, e abbandona lo sforzo, sembra simile all'occhiata che si getta d’improvviso a una stella, e che ci permette di vederla con chiarezza maggiore di uno sguardo diretto; o a quando si chiudono gli occhi a mezzo, guardando una distesa d’erba, per valutarne più pienamente l’intensità di verde”, scrive Edgar Allan Poe sul trattato di Filosofia della Composizione, in merito al rapporto tra cognizione e intuizione, tema che Brunella Longo persegue incessantemente nelle terre della percezione e del pensiero.

Massimo Di Stefano