Beto Shwafaty – Hablemos de Reparaciones

Milano - 20/05/2016 : 30/07/2016

Prometeogallery è lieta di presentare Hablemos de Reparaciones, la prima mostra personale in Italia dell’artista brasiliano Beto Shwafaty, a cura di Matteo Lucchetti e con nuovi lavori appositamente prodotti per l’occasione.

Informazioni

  • Luogo: PROMETEO GALLERY
  • Indirizzo: Via G. Ventura 6, 20134 - Milano - Lombardia
  • Quando: dal 20/05/2016 - al 30/07/2016
  • Vernissage: 20/05/2016 ore 19
  • Autori: Beto Shwafaty
  • Curatori: Matteo Lucchetti
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: Fino al 16 Luglio, 2016 / until July 16, 2016 Lun - Ven / Mon - Fri 11.00 - 19.00 Sab / Sat 15.00 - 19.00 Via G. Ventura 3, Milano 20134 La mostra è visitabile sino al 30 luglio su appuntamento.

Comunicato stampa

Prometeogallery è lieta di presentare Hablemos de Reparaciones, la prima mostra personale in Italia dell’artista brasiliano Beto Shwafaty, a cura di Matteo Lucchetti e con nuovi lavori appositamente prodotti per l’occasione.

Il titolo Hablemos de Reparaciones (Parliamo di risarcimenti) viene dal titolo di un articolo a firma dell’antropologo Jason Hickel (titolo originale “Enough of aid — let’s talk reparations”, The Guardian, Novembre 2015), nel quale la storia coloniale europa viene disconnessa dalla tradizionale narrazione sullo sviluppo economico e descritta come una serie di crimini per i quali quasi nessuna delle vittime ha ancora ottenuto i risarcimenti dovuti

Una volta assodato, quindi, che la ricchezza sulla quale i paesi europei hanno fondato la loro modernità deriva da uno stato di sfruttamento durato secoli, come possiamo ancora ritenere valide le narrazioni visive e discorsive generate da quel contesto, che hanno descritto le culture non europee come alterità, inferiori, non sviluppate ed essenzialmente in costante bisogno di aiuti occidentali? La mostra prova a seguire questo cambio di prospettiva sul tema, mettendo in discussione i codici, le icone e le immagini prodotte all’interno di una condizione di subalternità, affrontata da molte culture latino americane, e liberandole dall’equazione che stabilisce i valori estetici attraverso i quali identifichiamo ricchezza e povertà ancora oggi.

Shwafaty ha cominciato il percorso che lo ha portato a concepire Hablemos de Reparaciones durante una residenza presso Lugar a Dudas, Cali (Colombia), svolta all’inizio di quest’anno. A Cali l’artista è entrato in contatto con il cinema sperimentale di Luis Ospina e Carlos Mayolo — filmato in 16mm nello stile del finto documentario — la cui produzione più rilevante e celebre è “Agarrando el pueblo” (“I vampiri della povertà”), il film manifesto del movimento chiamato pornomiseria: ovvero il tentativo di denunciare lo sfruttamento occidentale della miseria, e la relativa produzione di foto e video stereotipati rappresentanti un’immagine della povertà da vendere sul mercato televisivo internazionale. Shwafaty nel suo nuovo lavoro video “Afastando el Pueblo, Fantasmas de la Riqueza” si avvicina al tentativo di Ospina e Mayolo, aggiornandolo alla contemporaneità. Molti paesi sud americani infatti sono etichettati oggi come terre prospere e fiorenti di opportunità, mostrando quindi l’altra faccia della ‘moneta coloniale’, la quale, appiattisce l’enorme iniquità esistente ed evita l’apertura di uno spazio per un serio tentativo di quantificazione dei risarcimenti dovuti e degli effetti delle molte questioni rimaste in sospeso, quali le transazioni finanziarie illegali, gli accordi commerciali sleali e gli altri fenomeni legati al colonialismo contemporaneo.

Nel video Shwafaty crea un ritratto della ricchezza nelle sue forme materiali e immateriali, scavando, attraverso la struttura di un diario personale, nelle sovrastrutture ancora operanti nel contesto latino americano, le quali tengono ancora in piedi gli assi di sfruttamento sui quali i concetti di modernità e progresso ancora si muovono.

Nella mostra l’utilizzo di pubblicazioni d’epoca, testi, oggetti culturali trovati e video, sono composti e intrecciati attraverso un display multilivello — un metodo ricorrente nella pratica dell’artista — nel quale differenti discorsi e materiali assumono nuovi statuti, come presenze, narrazioni e rappresentazioni.

Beto Swhafaty (1977, São Paulo) è un artista, critico, e ricercatore che vive e lavora in Brasile. Ha ottenuto un B.A. in arti visive dall’Università statale di Campinas, Brasile (2001), un M.A. in arti visive e studi curatorial presso la Nuova Accademia di Belle Arti – NABA (Milano, 2010) ed è stato parte del gruppo di Simon Starling alla Städelschule (Frankfurt, 2010/2011). Shwafaty ha preso parte a a collettivi e gruppi curatoriali fin dai primi anni 2000, arrivando ad una pratica di ricerca basata su spazio, narrazione ed elementi visivi, attraverso i quali connettere formalemente e concettualmente questioni sociali e politiche, e di altri campi che convergono con quello dell’arte. Tra le mostre più recenti: Phantom Matrix (Old Structures, New Glories), SITU Project / Leme gallery, São Paulo, 2016; Risk Contract, Luisa Strina Gallery, São Paulo, 2015 (solo); 19th Video Brasil Festival Sesc Pompeia, São Paulo, 2015; CFB: 25 Years Casa França-Brasil, Rio de Janeiro, 2015; Crossroads, Parque Lage, Rio de Janeiro, 2015; Foundations of the design substance: cultural metaphors to design a new future, City Museum of São Paulo – Oca, São Paulo 2014 (solo); Permanent Playfulness, Mendes Wood gallery, São Paulo, 2014, P33_Unique Forms of Continuity in Space [33rd Panorama da Arte Brasileira], MAM São Paulo, 2013; Weather Permitting, 9th Mercosul Biennial, Porto Alegre, 2013; Love and Hate to Lygia Clark, Zacheta National Gallery, Warsaw, Poland, 2013; Conversations Pieces, NBK, Berlin, 2013.

Ha pubblicato, nel 2013,The Life of the Center, un foto album di docu-fiction nel quale sono esplorati i flussi storici e urbanistici dello sviluppo di tre regioni di São Paulo. Nel 2017 parteciperà a Pacific Standard Time LA/LA (Getty Foundation), in Learning from Latin America: Art, Architecture and Visions of Modernism, a cura di Clara Kim; mentre sta preparando una mostra personale nel 2018 presso The Power Plant, Toronto (Canada).