Baruchello & Simonetti – Faccia a Faccia

Piacenza - 21/04/2018 : 10/06/2018

Opere anni 70 di Baruchello e Simonetti.

Informazioni

Comunicato stampa

Dai primi anni Sessanta agli anni Dieci del nuovo secolo. Cinquant’anni di solitudine e ora la gloria. Come spiega quest’omaggio da parte soprattutto delle nuove generazioni di critici e curatori??«La domanda è simpatica. Ma che devo dire? Meglio tardi che mai? Del resto Duchamp ci ha messo cent’anni per essere metabolizzato. Non mi equiparo a Duchamp, sia chiaro, ma lo prendo a esempio di chi sceglie una ricerca da isolato. Di chi non è nella squadra e insegue un linguaggio che con quello delle altre squadre non c’entra niente

Ed è faticoso, mi creda, sostenere un linguaggio per cinquant’anni di seguito sentendosi soli.»

Gianfranco Baruchello in un’intervista ad Alessandra Mammì, L’Espresso - dicembre 2014

Proviamo a pensare all’arte e – uso una parola probabilmente inadeguata – alla sua funzione. Penso sia una questione che in fondo riguarda il fare o, meglio, la possibilità di creare arte. Che cosa ne pensi??«La parola creare è sospetta. È infetta, perché si tende facilmente a ideologizzare il concetto di creatività...»

Gianni Emilio Simonetti in un’intervista a Davide Dal Sasso, Artribune - marzo 2016

Un omaggio che nasce da un confronto spiazzante per lo spettatore, tra due assoluti protagonisti che hanno attraversato l’avanguardia artistica italiana (tra Fluxus e le esperienze internazionali). Studio Baldini presenta FACCIA A FACCIA, esposizione che mette letteralmente di fronte alcuni significativi lavori di Gianfranco Baruchello (1924) e Gianni Emilio Simonetti (1940). I pezzi proposti sono accomunati da un’estetica quasi parallela, a testimonianza di un viaggio d’intenti che parte da strade vicine, che corrono sviluppandosi in un percorso lastricato di attese solitarie ed autodeterminazione. Entrambi i progetti in mostra sfociano in una figurazione composita e originale, e l’allestimento proposto gioca sullo straniamento ispirato da questa vicinanza: lo spazio dell’arte viene riempito da microstrutture narrative, racconti apparentemente indecifrabili ma ricchi di complessità, l’orientamento per il pubblico diventa difficile ed è proprio qui che risiede il cuore dell’esercizio richiesto. Distinguere rimane un gesto opportuno o si trasforma in un tentativo superfluo? Il suggerimento è quello di armarsi della volontà di dare il proprio contributo in una personale decifrazione di queste narrazioni, aggiungendovi una propria nota d’intenti. La parola è tracciata, le linee si susseguono. I libri hanno sempre bisogno di un lettore, e come Duchamp ha insegnato -e Baruchello e Simonetti hanno pienamente appreso- ‘Art is what you call’ (‘L’arte è ciò che decidiamo di chiamare così’).

Riccardo Bonini, aprile 2018