Artuner – A Place of Our Time

Torino - 03/11/2016 : 06/11/2016

Questa mostra rivolgerà l’attenzione all’opera di cinque artisti internazionali che, attraverso una varietà di tecniche, si occupano della natura e della posizione dell’uomo nel paesaggio.

Informazioni

Comunicato stampa

ARTUNER ha il piacere di presentare il suo secondo evento durante Artissima Week all’interno degli ambienti Secenteschi di Palazzo Capris: A Place of Our Time, una mostra collettiva che comprende opere di Pietro Consagra, Luigi Ghirri, Rachel Harrison, Nick Goss, Katja Novitskova, e Slavs and Tatars.


C’è da sempre stato, da parte degli artisti, un interesse nell’esplorare le geometrie del paesaggio, e nell’analizzare il ruolo dell’uomo al loro interno

Di fatto, queste immagini create dall’uomo spesso vengono a rimpiazzare il ricordo della vera natura nella nostra mente, dando così via a ciò che Ghirri definisce “un cambiamento dalla questione del significare a quella dell’immaginare. E così, il viaggio si trova all’interno dell’immagine, all’interno del libro”.


Questa mostra rivolgerà l’attenzione all’opera di cinque artisti internazionali che, attraverso una varietà di tecniche, si occupano della natura e della posizione dell’uomo nel paesaggio. Le fotografie di Luigi Ghirri considerano il fragile equilibrio fra le persone e i loro dintorni. Egli non catturava solo il paesaggio, ma anche il paesaggio come era stato rappresentato in precedenza, essendo già passato attraverso cornici culturali d’interpretazione. Molto influenzato dall’opera fotografica di Ghirri, i dipinti di Nick Goss evocano luoghi indistinti e stati emotivi liminali. Figure umane, così come frammenti architettonici e naturali, baluginano delicatamente attraverso le sue composizioni, allo stesso tempo invitando e respingendo interpretazioni associative. Nelle tele di Goss ricorre un senso di fragilità che può essere letto come metafora della lotta dell’uomo contro la natura; ogni motivo di Goss suggerisce ruderi di un ambiente costruito dall’uomo: abbandonato, incolto, deteriorato. La sua opera si situa nelle lacune fra ciò che è reale e ciò che è immaginato.


La scultura su larga scala di Katja Novitskova evoca una scena primordiale, costruita di plexiglass, alluminio e dibond. Incredibilmente cinematica, ‘Expansion Curves’ investiga i siti in cui la tecnologia e la natura si intersecano, ed evidenzia questi soggetti come due facce della stessa medaglia. Da un lato trasporta l’uomo all’indietro nel tempo, in un’epoca pagana preistorica, dall’altro suggerisce che il progresso tecnologico e digitale diverrà inestricabilmente legato ai cicli naturali del mondo. In modo simile, la scultura di Rachel Harrison sembra indicare che nella società contemporanea, dove tempo libero e professionale sono sempre più sovrapposti, le persone non dipendono semplicemente dalle macchine per sopravvivere a un ambiente competitivo e ostile, ma si stanno trasformando in esse. Il suo lavoro attinge dall’arbitrarietà del mondo, e senza scuse si intromette, con la sua fine goffaggine, in ecosistemi già affollati.


Durante la seconda metà del XX secolo, Pietro Consagra desiderava rivoluzionare il concetto di scultura creando opere che fossero quasi bi-dimensionali, e incitassero una relazione nuova, sovversiva con l’osservatore e con l’ambiente. Queste avevano superfici che non erano né lisce né volumetriche, ma erano composte da placche estremamente sottili e sovrapposte. Queste sculture, come scrisse il critico Carlo Argan, “sono veramente una realizzazione di un nuovo rapporto tra oggetto e spazio, [...] inserendo nell’ambiente delle opere che non rispecchia[no] soltanto l’ambiente, ma lo muta[no]”.


Peropatetico, l’uomo si muove nel paesaggio dandogli forma e mutando i confini, creando geografie di identità, di appartenenza, di perdita. Luigi Ghirri scrive che “l’unico viaggio ora possibile sembra essere quello trovato all’interno di segni e immagini”, poiché “l’unico viaggio o scoperta rimasto è quello di ri-scoprire scoperte precedenti”. Di fatto, quando Slavs and Tatars affrontano i cambi socio-politici e linguistici che hanno avuto luogo negli stati ex-Sovietici e negli annessi che costituiscono l’‘Eurasia’, il collettivo esamina la liminalità, non attraverso immagini agitprop di liberazione e nazionalismo, ma attraverso i cambi alfabetici e linguistici – o più precisamente, linguali.


Questa mostra di ARTUNER suggerisce che il paesaggio sia un’entità complessa, la cui definizione viene continuamente rinegoziata. Nelle parole di Luigi Ghirri, “il paesaggio non è dove la natura finisce e il mondo artificiale inizia; è piuttosto un passaggio che non può essere delimitato geograficamente, o meglio, un luogo del nostro tempo, la cifra della nostra epoca”.