Antonio Ottomanelli – Eye-Hand Span

Milano - 05/10/2016 : 18/11/2016

In mostra una serie di progetti realizzati dall'autore in Afghanistan e Iraq tra il 2011 e il 201, che appartengono ad un più ampio percorso di ricerca relativo ai processi di ricostruzione nei paesi coinvolti in un conflitto militare a seguito degli eventi del 9/11: Mapping Identity (2011-2013) e Big Eye Kabul (2014), recentemente vincitori del FOAM Talent Prize 2016, sono al centro o percorso di approfondimento fatto di immagini inedite e testi originali.

Informazioni

Comunicato stampa

ANTONIO OTTOMANELLI

EYE-HAND SPAN
The uncertain distance between the eye and the hand
6 ottobre • 18 novembre 2016 Opening 5•10•2016 from 6pm

Montrasio Arte è lieta di annunciare Eye-Hand Span.The uncertain distance between the eye and the hand di Antonio Ottomanelli (opening mercoledì 5 ottobre), con testo critico di Nora Akawi


In mostra una serie di progetti realizzati dall'autore in Afghanistan e Iraq tra il 2011 e il 201, che appartengono ad un più ampio percorso di ricerca relativo ai processi di ricostruzione nei paesi coinvolti in un conflitto militare a seguito degli eventi del 9/11: Mapping Identity (2011-2013) e Big Eye Kabul (2014), recentemente vincitori del FOAM Talent Prize 2016, sono al centro o percorso di approfondimento fatto di immagini inedite e testi originali.
In questa mostra, Big Eye Kabul è accompagnato da due quadrerie inedite relative alla città di New York. L’autore forza l’immaginario nel tentativo di rintracciare a NY gli stessi segni e lo stesso paesaggio osservati nella capitale Afghana.

La ricerca di Antonio Ottomanelli si concentra sullo studio del rapporto tra i principali fattori che determinano la contemporaneità del paesaggio globale in cui viviamo, nelle sue dimensioni materiale e immateriale. Indaga, attraverso gli strumenti dell’arte visiva, le relazioni che intercorrono tra l’evoluzione tecnologica, l’autorità, le trasformazioni del paesaggio e la vita quotidiana.

Il continuo tentativo di avvicinamento al reale è una costante nella ricerca dell’autore. Antonio Ottomanelli studia nuove strategie di avvicinamento al paesaggio, esercita nuove distanze e conquista inaspettati avamposti di osservazione frontaliera; da qui osserva i segni delle tensioni che determinano gli equilibri globali e le condizioni identitarie dei luoghi.

I miei progetti riflettono sul concetto di identità. Per identità io intendo la conoscenza delle forze economiche e politiche che determinano una particolare condizione sociale del singolo individuo in relazione alla comunità. Questo grado di conoscenza è strettamente legato al rapporto tra le strategie di controllo per la sicurezza pubblica e le spinte individuali e autonome per la ricerca di gradi sempre più alti di libertà ed emancipazione. Lo spazio pubblico è il luogo di questo conflitto. [Antonio Ottomanelli]

L’autore trasforma la sua pratica di documentazione in investigazione e invito all’azione civile.
Le opere in mostra, risultato del suo lavoro continuo nei territori dell’Afghanistan e dell’Iraq, ribaltano la prospettiva e la sensibilità di lettura dei soggetti fotografati. Non c’è un’angolazione visiva certa, l’osservatore guarderà al cielo, agito dal dirigibile (BIG EYE KABUL), e si muoverà nel reticolato urbano, in un viaggio eziologico e di riflessione dei fenomeni (Mapping Identity).

A Kabul Ottomanelli interviene sulla prospettiva: BIG EYE KABUL è una inversione, dove lo sguardo si sposta dal basso verso l’alto.
Antonio Ottomanelli ha fotografato a Kabul i dirigibili americani che sorvegliano con i loro sensori elettronici quasi tutte le città afghane – lì li chiamano Big Eye. Attraverso una serie di semplici e inquietanti immagini osserva l’osservatore, investiga l’investigatore mentre percorre la città. Per una frazione di secondo i ruoli si invertono. [Joseph Grima]
Soltanto a Kandahar City ce ne sono almeno otto e almeno altrettanti nel resto della provincia; si dice che gli insorgenti li chiamino ranocchie perché i loro grandi occhi non smettono mai di guardare. A Herat li chiamano svergognati perché scrutano indiscriminatamente le azioni di ogni persona, uomo o donna, dall’alto. Nella provincia di Helmand spesso vengono soprannominati Milk Fish: ogni giorno nuotano languidamente nell’etere spinti dalle loro piccole pinne, e la pelle lattiginosa brilla contro il blu del cielo. A Herat, durante le torridi notti dell’estate, le coppie non fanno più sesso sotto le stelle sui tetti delle case.
I generali non li amano soltanto perché costano una frazione dei Predator: sostengono che i loro enormi corpi turgidi siano un deterrente contro azioni insurrezionaliste. Giorno dopo giorno galleggiano inerti sopra le città afghane come una minacciosa flotta di panopticon in rete. [Joseph Grima]

La guerra aziona e dirige un sistema di fratture, ma allo stesso tempo genera un apparato connettivo. Kabul è diventato il primo capitolo di una ricerca durata quattro anni e che ha condotto Ottomanelli altrove. La sua ricerca è una cartografia delle forze scatenate che si sono susseguite agli eventi dell 9/11/2001 – eventi che hanno gettato realtà distanti (Kabul, Baghdad, New York) in uno “stato di entanglement” non dissimile da quello che nella fisica quantistica lega insieme elettroni a dispetto della loro reale distanza.

A Baghdad Ottomanelli lavora sulla dimensione identitaria: con MAPPING IDENTITY – BAGHDAD gli studenti universitari sono chiamati a ricomporre una mappa attendibile della città, attraverso la loro memoria ed esperienza diretta.
Baghdad ha sofferto ingenti danneggiamenti nel corso degli ultimi decenni. In particolare, tra marzo e aprile del 2003 la città è stata pesantemente bombardata dalle forze statunitensi, che l’hanno successivamente occupata con la deposizione di Saddam Hussein. Da allora la struttura urbana ha subito numerose modificazioni, ma nessuna di queste è più stata sistematicamente censita e registrata. L’ultima pianta ufficiale di Baghdad risale infatti al 2003 ed è stata tracciata dall’esercito americano per scopi militari e strategici.

Mapping Identity è un tentativo di colmare questo vuoto. Realizzato nel corso di un workshop con alcuni studenti d’arte dell’Università di Baghdad, il lavoro si compone di una serie di mappe parziali disegnate dagli stessi studenti su sollecitazione di Ottomanelli che li ha guidati in un percorso di ricostruzione topografica sulla base della loro esperienza diretta. Il risultato è una serie di quartieri interamente ridisegnati da chi li abita e li frequenta, dove i segni neri costituiscono il passato prebellico e quelli rossi tutto ciò che è cambiato ed è stato successivamente integrato. L’esperienza diretta e quotidiana si innesta così sul corpo astratto della mappa, dando vita ad autentiche “istantanee dell’ordinario, una sorta di ‘ritratto giacomettiano’, dal momento che Baghdad viene tenuta nascosta”.
In questa occasione, ogni mappa è accompagnata da specifici ed inediti approfondimenti. Ogni mappa sarà corredata da una serie fotografica e testuale che documenta quella specifica porzione di territorio. Particolarmente importanti le serie relative alla Green Zone, Sadr City, Abu Nwas e Carrada - tetro del recente attentato del 13 luglio in cui hanno perso la vita 250 persone.









Antonio Ottomanelli è nato a Bari nel 1982. Ha studiato architettura a Milano e Lisbona. Fino al 2012 è stato Professore al dipartimento di urbanistica al Politecnico di Milano. Nel 2009 ha fondato IRA-C - interaction research & architecture in crisis context - una piattaforma pubblica per favorire ricerche nel campo delle strategie urbane e sociali.
Il suo lavoro è stato presentato in numerose fiere e istituzioni internazionali: a Berlino, Arles, San Paolo, Dallas, Holon, e Amman. La sua prima esposizione personale - Collateral Landscape - curata da Joseph Grima, si è tenuta nel 2013 presso la Triennale di Milano. A febbraio 2016 è stata inaugurata la sua personale a Kabul + Baghdad a Camera Torino, curata da Francesco Zanot. Ha preso parte alla 14° Mostra Internazionale di Architettura a Venezia e alla prima Biennale di Design a Istanbul. Nel gennaio 2015 ha fondato insieme a Lorenza Baroncelli, Marco Ferrari, Joseph Grima e Elisa Pasqual, White Hole Gallery, una piccola galleria a Genova, combinando pratiche artistiche e giornalismo al fine di investigare e documentare le forze - visibili e invisibili - che danno forma a società e passaggio. È inoltre co-fondatore di Planar, centro dedicato alla fotografia contemporanea, con base a Bari e editore di Planar Books. È curatore del volume The Third Island, pubblicato in 2015, il primo di una serie dedicata ad osservare l’impatto delle infrastrutture maggiori sul territorio e conseguente impatto sociale. Recentemente nominato FOAM Talent 2016.

Nora Awaki, architetto, vive tra Amman e New York. Nel 2012, è entrata a far parte della Columbia University's Graduate School of Architecture, Planning and Preservation (GSAPP), una piattaforma regionale per la programmazione e ricerca in ambito architettonico coordinato da Columbia GSAPP e Columbia Global Centers | Amman. Nell’ambito di Studio-X Amman, favorisce progetti pubblici e iniziative di ricerca in merito all’architettura del Mashreq arabo, organizzando conferenze, workshops, pubblicazioni, proiezioni, letture e altre forme collettive in partnership con ricercatori e istituzioni della regione. Dal 2014, tiene un seminario improntato sulle tematiche di confine, migrazione, cittadinanza e diritti umani al GSAPP. Ha studiato architettura al Bezalel Academy of Art and Design di Gerusalemme (B.Arch 2009). Nel 2011, ha ricevuto il suo MS in Critical, Curatorial and Conceptual Practices in Architecture dalla Columbia GSAPP (MS.CCCP 2011), dove ha ricevuto anche il CCCP Thesis Award. La sua tesi è volta ad investigare il ruolo dell’archivio nella formazione in Palestina di immaginari politici e spaziali alternativi. Partecipa come Visiting Lecturer alla Royal Institute of Art di Stoccolma, insegna i corsi post-laurea di Critical Habitats e alla Columbia GSAPP, Barnard College, PennDesign, Harvard GSD, Georgia Tech, the Applied Science University ad Amman, and GJU's SABE. Tra le pubblicazioni si segnalano Architecture and Representation: The Arab City (co-edited by Amale Andraos, Nora Akawi, and Caitlin Blanchfield, Columbia Books on Architecture and the City, 2016), e "Jerusalem: Dismantling Phantasmagorias, Constructing Imaginaries" in The Funambulist: Militarized Cities (edited by L. Lambert, 2015).