Antonio delli Carri – Arte-Re-Azione

Roma - 19/09/2015 : 13/10/2015

28 Piazza di Pietra presenta Antonio delli Carri, vincitore assoluto della categoria Giovani Artisti della VI edizione del Premio Nocivelli.

Informazioni

  • Luogo: 28 PIAZZA DI PIETRA
  • Indirizzo: Palazzo Ferrini-Cini Piazza di pietra 28 00186 - Roma - Lazio
  • Quando: dal 19/09/2015 - al 13/10/2015
  • Vernissage: 19/09/2015 ore 18,30
  • Autori: Antonio delli Carri
  • Curatori: Adriana Conconi Fedrigolli
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: lunedì-sabato 11-13/17-21 e su appuntamento lunedì mattina chiuso

Comunicato stampa

28 Piazza di Pietra presenta Antonio delli Carri, vincitore assoluto della categoria Giovani Artisti della VI edizione del Premio Nocivelli. La personale ARTE-RE-AZIONE, a cura di Adriana Conconi Fedrigolli rimarrà esposta dal 19 settembre al 13 ottobre 2015.

Schegge di passato, schegge di presente e schegge di futuro: questa è la poetica di Antonio delli Carri, il cui percorso artistico seppure breve, data la sua giovane età, si configura chiaro, lineare e solido per tematiche e per scelte tecniche, rendendo le sue opere un “unicum” nell’attuale panorama scultoreo

Pur avvalendosi di un medium contemporaneo come la resina segue nelle sue creazioni le fasi esecutive che appartengono all’arte antica, in un interrogarsi incessante con il passato e nello stesso tempo sperimentando concretamente con la modernità. Partendo dall’idea stende uno schizzo iniziale, per poi passare in certe opere a un disegno, che sarà trasferito in scala reale e utilizzato per lo spolvero, e quindi in fasi successive alla creazione di strutture che possono essere rigide o morbide, in questo ultimo caso creando uno scheletro di ferro, colmato di schiuma poliuretanica espansa. Su entrambe le strutture inserisce schegge di resina, tagliate e orientate per creare giochi prospettici, tridimensionali, chiaroscurali e anche magicamente sonori. Tecniche in parte legate al passato rivisitate intelligentemente dall’artista e rese fresche e innovative tanto da rendere interessantissime le sue creazioni in cui la ricerca appare in un continuo divenire. Un precedente può essere individuato nello scultore conterraneo Christian Loretti, maestro di Antonio delli Carri che nel 2004 vince a soli ventisette anni il Concorso Sculture da vivere, promosso dalla Fondazione Peano di Cuneo con l’opera monumentale Sapone, attualmente collocata nel Parco della Residenza di Cuneo, in cui prendendo ispirazione dal processo di decomposizione di un rettile riveste una struttura in ferro con ciottoli in parte di resina e in parte della sua terra, creando una scultura in cui l’universale si coniuga al particolare in una perfetta sintesi e rendendo l’opera un “oggetto naturale” scavato, graffiato eroso dal tempo e dal mare. Loretti, che poi sceglierà lessemi stilistici diversi, sembra che quasi idealmente abbia consegnato il testimone, a distanza di circa due lustri, al giovane promettente allievo che rielaborerà l’idea trasformando i ciottoli in scaglie.

Ed è proprio con l’opera Uintacrinus1 che si aggiudica il primo premio della sezione scultura ed è vincitore assoluto della categoria under 25 della VI edizione del Premio Nocivelli. Il percorso di Antonio delli Carri prende il suo avvio con un’opera in cui le fonti iconografiche affondano le loro radici in un passato molto lontano, in quella stessa arte daunia, sviluppatasi nella parte nord-occidentale della Puglia sin dall’VIII secolo a. C. - che mantenne un’ espressione artistica autonoma per un lungo periodo prima di subire l’influenza dell’arte greca - nei cui reperti in ceramica si può osservare la predilezione di raffigurazioni naturali faunistiche. Da qui un primo spunto per Uintacrinus, echinoderma che visse nel Cretaceo superiore: un animale che può apparire fantastico, ma che nell’immaginario dello scultore scava all’interno del passato, nelle sue origini, nella profondità del mare, nel suo vissuto durante gli scavi archeologici, nel suo sentire con forza il desiderio di narrare con un racconto figurato, allegorico e simbolico la sua terra, ricca di tradizione, storia, miti e fonte primaria di ispirazione. La produzione dell’artista prosegue con opere di grandi dimensioni, sculture monumentali, iconiche in cui schegge vibranti e vibratili, dalla cromia mutevole e dalla vigorosa potenza tattile fissano simbolicamente momenti di passato che hanno segnato l’esistenza di un popolo, sculture ancorate sempre al presente, ma con lo sguardo attento rivolto al futuro.

Le due opere Manta I e Manta II sono state pensate dallo scultore per rendere ancora una volta omaggio alle sue radici foggiane, al suo mar Mediterraneo e come nel caso di Uintacrinus, che riporta alla mente per forma la medusa come animale e nello stesso tempo il lessema rimanda alla figura mitologica di una delle tre Gorgoni, Antonio delli Carri sceglie di raffigurare immagini che abbiamo rimandi figurativi e semantici incrociati. La manta in dialetto foggiano è un mantello; per gli antichi dauni e per i terrazzani pugliesi, che cacciavano anche i lupi, era la pelle dell’ animale posta su un telaio prima di essere conciata, utilizzata successivamente anche per ripararsi dal freddo, così come nello stesso tempo la manta è un animale marino la cui forma riporta sia a una pelle da conciare che a un mantello, tanto che riguardo a quest’ultimo significato si sono avviate molte leggende sulla terribilità dell’animale stesso. L’artista ritorna ancora alla sua terra soffermandosi e volendo ricordare la figura dei terrazzani dediti al lavoro dei campi, alla raccolta di frutti spontanei della terra e alla caccia. Uomini umili, semplici, di grande dignità, ma soprattutto uomini liberi e indipendenti che con il loro lavoro mantenevano le famiglie. Immagini di un passato lontano che l’artista vuole ricordare e fissare nelle sue opere, perché rimangano testimonianze universali. Così come allo stesso modo sceglie sia per Manta I che per Manta II la resina di cromia grigia che riconduce al colore delle pietre delle macerie, macerie di edifici di cui Foggia fu due volte invasa e sommersa. Il 20 marzo del 1731 un terremoto di grave entità rase al suolo la città federiciana, con una scossa di poco meno di cinque minuti, e successivamente durante la Seconda Guerra Mondiale ben nove bombardamenti aerei tra il maggio e il settembre del 1943, motivati dalla posizione strategica della stessa, ridussero una città, che si era ricostruita con foggia settecentesca, ancora un cumulo di macerie. E Antonio delli Carri nel grigio della texture a schegge, schegge di varie dimensione, alcune così piccole e geometriche che rinviano all’arte musiva, schegge che rimandano a frammenti di ricordi, ma in questo caso anche alle schegge delle granate, ripercorre due eventi tragici che hanno segnato la sua città. Ma guardando Manta I nei particolari l’afflato sinestetico che percepiamo proviene dal mare con le sue onde, le sue increspature, i suoi abissi profondi, i suoi suoni, i suoi odori. Il mare elemento di vita che si oppone alla morte alla distruzione, il mare a cui lo scultore ritorna sempre per trovare la linfa vitale della sua arte, quel mare che erode, scava, incide, quel mare in cui natura e storia trovano quel punto di ordine ed equilibrio.

Ma in mostra l’artista dopo aver affrontato temi di valenza archeologica e storica decide sempre omaggiando la sua terra di origine di affrontare un soggetto più ludico e giocoso come dimostrano sia la cromia accesa della resina sia il soggetto stesso. In uno sfavillio di colori Antonio delli Carri propone una serie di “Mappine” che in dialetto foggiano indicano i canovacci o asciugamani usati in cucina, un oggetto comune, semplice, di uso quotidiano che rimanda alla tradizione culinaria della Capitanata. Le “Mappine”, infatti, hanno un colore che riconduce ad uno specifico alimento: da quella gialla, colore del grano, a quella viola, colore delle melanzane, a quella verde, colore delle fave, a quella arancione, colore delle arance, e da ultimo a quella di colore rosso purpureo, che richiama i chicchi del melograno, usati in molte ricette culinarie pugliesi.

Lo scultore ripropone un medesimo tema, scegliendo oltre di mutare la cromia anche di modificare la forma giocando con le posizioni delle scaglie e creando per ogni singola opera una diversa modalità nel fluire del panneggio, che porta di conseguenza, per il diverso spessore delle schegge, a suggestive sfumature chiaroscurali. Le opere di Antonio delli Carri sono qui davanti a noi in tutta la loro matericità occupando uno spazio fisico e colmando il “vuoto”, a dispetto di tutti i

vari proclami novecenteschi provocatori, e non, di morte della scultura, perché il giovanissimo artista è stato in grado di superare i conflitti intellettualistici che hanno percorso il Novecento scultoreo seguendo da un lato di privilegiare le sue radici culturali e l’iconografia mediterranea, come fece un grande maestro pugliese del secondo novecento scomparso tragicamente, e dall’altro inserendo nelle sue sculture la rappresentazione figurata della luce e del movimento. Le opere mutano cromaticamente spostando il punto di visione, così come un debole soffio di aria avvia processi di moto e sonori. Un percorso quello di Antonio delli Carri tutto ancora in fieri, ma che appare già molto promettente, in cui le opere mettono lo spettatore in dialogo, attraverso una narrazione per immagini, con uno spazio mitico, arcaico, storico dalle sfaccettature allegorie e dai rimandi simbolici.