Antonio Ballista – Dal pianoforte all’arte visiva

Brescia - 29/05/2013 : 06/07/2013

Un grande e celebre pianista, Antonio Ballista, rivela la sua segreta passione per le arti visive presentando una scelta di propri disegni e incisioni, con un prezioso libro monografico e una mostra in cui espone insieme a Gotthard Bonell.

Informazioni

Comunicato stampa

Le atmosfere sospese di Antonio Ballista

di Paolo Bolpagni

Altri, prima e meglio di me, hanno scritto parole ispirate sulla produzione grafica di Antonio Ballista. Queste mie poche righe vanno quindi considerate chiose e note a margine, forse di taglio analitico, più che sintetico e interpretativo.
Anzitutto mi si conceda una precisazione: che un musicista si dedichi anche alle arti visive non è certo una regola, ma nemmeno un’eccezione

Basti citare Mendelssohn, che era un sensibile acquerellista; Paul Hindemith, abile disegnatore; Arnold Schönberg, autore di dipinti espressionisti; il lituano Mikalojus Čiurlionis, oggetto di recente rivalutazione; e non dimentichiamo le divertenti caricature di Enrico Caruso. Pure arrivando ad anni più recenti, i casi non mancano, dal grande pianista Svjatoslav Richter (a dire il vero più appassionato che dotato, in fatto di colori e pennelli) alla cantante Brigitte Fassbänder, da Francesco Pennisi a Giorgio Gaslini, da Daniele Lombardi a Gilberto Cappelli.
Antonio Ballista dunque s’iscrive in un filone non caratterizzato dall’unicità; ma lo fa con originalità. Una notazione importante: il suo contributo alle arti visive non è in veste di pittore, bensì di disegnatore e incisore; gli strumenti impiegati sono le matite, l’inchiostro, il bulino, la carta. È un universo in bianco e nero, essenziale, silenzioso, poetico quasi ‘malgré lui’.
Soprattutto negli esiti migliori, Ballista raggiunge una propria cifra personale. Riesce a non essere scolastico, né prevedibile. Ha uno sguardo cólto, un gusto formatosi su molteplici esempi figurativi (rintracciabile in certi autori a cavallo tra XIX e XX secolo, ma anche in tagli fotografici degli anni Sessanta-Settanta), che trova una sua via nella vena di singolare sospensione e nella lunare ‘naïveté’ delle atmosfere che arriva a evocare.
Pochi e selezionati sono i temi praticati nei fogli di Ballista: interni solitari (sedie, tavoli, librerie, finestre semichiuse da cui filtra la luce), ritratti, vedute (boschi, tetti, marine…), dettagli di oggetti, biciclette, e poi una sorta di felice fissazione per le panchine, le porte, e per gli steccati e i cancelli, che a volte si frappongono al naturale comporsi dei paesaggi retrostanti. In opere del genere balena l’idea di un’immagine negata, di una visione impedita da ostacoli; ma (tanto più in ragione del mio scetticismo nei confronti d’interpretazioni psicanalitiche) è soltanto una – e non univoca – tra le molte chiavi di lettura che le tavole di Ballista ci offrono.
Tecnicamente notiamo la predilezione per il disegno al tratto e per un “puntinismo” grafico; la forte presenza del bianco, usato come elemento compositivo e cromatico (l’autore non è afflitto da ‘horror vacui’); e l’adozione, talvolta, di lievi scarti prospettici, di piccole scapricciate “licenze” nella costruzione tridimensionale, che conferiscono un sapore di freschezza e magica stupefazione a certe rappresentazioni, così poetiche nella loro apparente semplicità. Quando poi ci troviamo di fronte alle persiane accostate di una semplicissima finestra, la dialettica tra ciò che si vede e ciò che s’immagina al di là ci persuade definitivamente su quanta parte abbia il meccanismo dell’evocazione, su quanto l’arte sia un procedimento mentale.