Alfonso Leoni – Sentimenti del gioco

Urbino - 30/10/2011 : 27/11/2011

Urbino torna a rendere omaggio all’arte ceramica con una importante mostra retrospettiva dedicata ad Alfonso Leoni (Faenza 1941-1980), geniale ceramista e scultore faentino, che negli anni sessanta e settanta contribuì al rinnovamento della tradizione con opere avanzatissime per suo il tempo.

Informazioni

  • Luogo: CASA NATALE DI RAFFAELLO
  • Indirizzo: Via Raffaello 57 - Urbino - Marche
  • Quando: dal 30/10/2011 - al 27/11/2011
  • Vernissage: 30/10/2011 ore 17
  • Autori: Alfonso Leoni
  • Curatori: Gian Carlo Bojani
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: lunedì 31 ottobre > 9,00 - 12,30 / 15,00 - 18,30 dal 1° novembre > lunedì – sabato 9,00 – 14,00 / domenica e festivi > 10,00 - 13,00
  • Biglietti: ingresso libero
  • Email: press.zanchi@gmail.com
  • Catalogo: a cura di > Gian Carlo Bojani

Comunicato stampa

Urbino torna a rendere omaggio all’arte ceramica con una importante mostra retrospettiva dedicata ad Alfonso Leoni (Faenza 1941-1980), geniale ceramista e scultore faentino, che negli anni sessanta e settanta contribuì al rinnovamento della tradizione con opere avanzatissime per suo il tempo.

Ospitata dall’Accademia Raffaello di Urbino e voluta da Gian Carlo Bojani e Marta Leoni, la mostra “Alfonso Leoni. Sentimenti del gioco” è allestita alla Casa natale di Raffaello – Bottega Giovanni Santi, dal 31 ottobre al 27 novembre 2011



A cura di Gian Carlo Bojani, già direttore del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza e conoscitore diretto dell’arte di Leoni, l’esposizione riunisce novanta opere straordinarie, provenienti dalla collezione della moglie dell’artista e da collezioni private. Sono ceramiche, maioliche, sculture in bronzo e opere in carta, di cui venticinque del tutto inedite e presentate al pubblico per la prima volta, che esemplificano al meglio l’audace e intensa, ma anche ludica, sfida alla materia di Alfonso Leoni.

Scomparso a soli 39 anni nel 1980, Leoni ha vissuto sempre intensamente la sua arte e non ha mai smesso di sperimentare e rinnovarsi, a partire dalle prime esperienze all’Istituto d’Arte per la Ceramica G. Ballardini di Faenza, dove viene subito riconosciuto come talento dallo scultore Angelo Biancini che ne coglie l’abilità eppure la vena trasgressiva e personale. Leoni diventa a sua volta insegnante di “Plastica” presso l’istituto faentino, dal 1961.

LA MOSTRA

La bella mostra di Urbino presenta un’antologia di capolavori, divisi per soggetti: i lavori “ceramico-meccanici” degli anni sessanta ovvero i misteriosi “ciotoloni” (1968-1980) che il giornalista Renzo Biason definiva “orologi privi di coperchio, dentro alla cui cassa si vedono rotelle muoversi e pulsare come un cuore segreto …”, i “carrarmati” (1964-1980) miniaturizzati, in sintonia con le coeve armi-giocattolo di Pino Pascali, i “geometrici” (1968) e i “traforati” (1967-70) in maiolica, le composizioni optical (1965) realizzate con carta e le sperimentazioni con carta ripiegata, che già fanno presagire la svolta concettuale degli anni settanta.

Il periodo concettuale vede Leoni abbandonare l’opera-oggetto per arrivare ad un contenuto mentale del suo lavoro. Attratto dalle molteplici possibilità dei materiali, sperimenta altresì i procedimenti industriali come lo stampo, da cui ottiene le note “torsioni” (dal 1974) in maiolica vivacemente colorata, e la trafila o boudineuse con cui crea i “flussi” (1972-1980) e i “piegati” (1975-80), più noti come il “Pugno di Leoni”, da ammirare in mostra in vari esemplari inediti, tra i quali una maiolica trafilata, smaltata in bruno d'orato del 1972 circa, assemblata postuma sul suo piedistallo e mai esposta prima.
“Esibizioni materiche in termini di plasticità pura”, così le definiva Enrico Crispolti che vedeva in Leoni “… una sorta di volontà di azzerare l’immagine sul portato dello strumento impiegato, evidenziandolo poi con un colore monocromo squizzante e assoluto”. Serie a cui appartengono anche i Pugni del 1973 per il nuovo stabilimento delle Maioliche Faentine di Ercole Baldini, eseguiti con 5 tonalità di nero in mille esemplari, plasmati uno per uno.

Completano l’esposizione un gruppo di quadri (1964-1970), collegabili in buona parte ai “ciotoloni”, i “bronzetti” (1970-1971), le “porcellane” (1977-80), assemblaggi di frammenti e scarti di lavorazione delle stoviglie del periodo di progettazione alla Villeroy e Boch in Germania, veri e propri ready-made sulla memoria di oggetti funzionali, e le ultime “terrecotte” del 1980 accanto alla Pietà del marzo 1980.

LA RICERCA ARTISTICA

Una ricerca all’avanguardia quella di Leoni e in stretto contatto con gli esiti dell’arte contemporanea, a partire dagli stupefacenti lavori degli anni sessanta in carta, d’impronta optical, e dalle sculture metalliche di piccolo formato con sovrapposizione di piani e giochi di pieno e vuoto, in sintonia con i lavori dei Basaldella, di Franco Garelli e più in generale del ‘nouveau réalisme’ che da Milano iniziava a diffondersi tramite Pierre Restany .
“Ritengo tuttavia – spiega il curatore Gian Carlo Bojani - che la somma manipolazione dell’argilla, Leoni la trovasse con l’adozione della trafila, un mezzo meccanico ma straordinariamente duttile nell’offrire alla mano dell’artista l’elaborazioni migliori e mature come: i flussi, le torsioni, i traforati e i geometrici, i cosiddetti ciotoloni ripieni di ‘ratatouilles’, memorie dell’infanzia dove si esprimono al meglio i sentimenti del gioco, nel riporre e comporre e sfidare la fragilità di tanti giochi o parti di giochi della memoria, meccanismi smontati e rimontati, come sono soliti fare i bambini”. Opere certamente in sintonia con gli assemblages di Jean Tinguely, César, Arman, Daniel Spoerri, Joseph Cornell.

Leoni era per altro polemico e irriverente nei confronti di ogni codificazione ideologica e artistica. Contestava le regole del celebre Premio Faenza e nel 1974, quando la commissione giudicatrice ammette all’esposizione del Concorso solo parte di un suo lavoro più complesso, decide di non mostrare al pubblico le opere nascondendole sotto un telo bianco. Due anni dopo, la performance al Museo di Faenza, in cui rompeva, con valenza fortemente metaforico/simbolica, i suoi pezzi per assemblarli in una palla di argilla informe, e la vincita del Premio Faenza 1976 con Composizione di due vetrine "archeologiche", contenenti frammenti di ceramica e medaglioni cimiteriali con immagini della storia dell’arte.

Nel filmato del 1976 “Terra Viva. Scultura ceramica italiana negli anni settanta”, del regista Aldebrando De Vero e a cura di Enrico Crispolti, veniva documentata la performance al Museo di Faenza, accanto agli esiti di altri artisti del tempo: Federico Bonaldi, Nino Caruso, Candido Fior, Nedda Guidi, Pompeo Pianezzola, Alessio Tasca, Nanni Valentini e il faentino Carlo Zauli; ma l’unico a sovvertire, a mettere in discussione, l’opus ceramico era Alfonso Leoni che ardiva ad una azione molto ardua, quella concettuale appunto, non consona di per sé – per il carattere hard - alla ceramica.

Leoni voleva dimostrare che la ceramica può essere altro dall’oggetto smaltato e aveva maturato la grande ambizione di fare della terra un linguaggio. Alimentato dal clima di rottura di quegli anni, sperimentava materiali e tecniche compositive, per creare nuovi cortocircuiti di senso ma soprattutto anticipava l’aria di cambiamento che negli anni ottanta avrebbe generato un pubblico “indeciso a tutto”, sostenendo che non possono esistere concetti di bellezza o bruttezza, ma semplicemente il “dubbioso” e che andare oltre il semplice “bello” voleva dire cogliere la vita nelle sue contraddizioni, nella sua crudezza, nella sua realtà.
“Ricerca. In questa parola – dichiarava Leoni - si può sintetizzare tutto il mio modo di far ceramiche. Una delle cause che mi ha spinto lontano dalla tradizione fatta di bei vasi panciuti, gocciolanti smalti preziosi e di statuine deliziose, è stata la presa di coscienza della preziosità del materiale … ”. Ma non bisogna incantarsi alla piacevolezza che esso emana, bensì usarlo e tentarne nuove espressività, fino a saggiarne i limiti e a sviscerarne ogni possibilità.
Leoni cercava il senso dell’uomo negli oggetti quotidiani e nelle piccole cose al fine di migliorare le condizioni di vita e la condivisione con gli altri. Da qui il suo avvicinamento al disegno industriale.

Dal 1977, con la collaborazione alla Villeroy e Boch, inizia ad assaporare i vantaggi di una posizione di successo. Realizza tre collezioni di valore internazionale, garantite nella produzione per dieci anni e iniziano per lui le collaborazioni e le mostre all’estero, in Giappone, in Belgio, in Canada, in Inghilterra. Nel 1979 si ammala precocemente, ma non cessa, neppure per un istante, di pensare al proprio lavoro.

Dotato di una grande fertilità intellettuale e di una versatilità straordinaria, dallo stupore dell’infanzia, all’intelligenza della ricerca, alla curiosità dell’ignoto, in un ventennio Alfonso Leoni ha lasciato opere di eccezionale vitalità.

A distanza di un decennio dalla grande antologica del 1993 curata da Andrea Emiliani, in concomitanza con il 48° Concorso Internazionale della Ceramica d'Arte di Faenza, la mostra alla Casa Natale di Raffaello a Urbino è l’occasione per riscoprire il genio e la felice produzione di un artista che si annovera tra i più interessanti del XX secolo.

Alfonso Leoni è inoltre presente tra gli artisti documentati nella mostra ''Il Futuro nelle Mani Artieri Domani'', a cura di Enzo Biffi Gentili, in corso fino al 20 novembre 2011 alle Officine Grandi Riparazioni di Torino.

Infine, la piccola ma preziosa mostra “Alfonso Leoni - Disegni”, a cura di Antonella Ravagli, alla Bottega Bertaccini - Libri e Arte (Corso Garibaldi, 4 – Faenza) per la prima volta presenta al pubblico opere grafiche realizzate dall’artista nel corso degli anni sessanta (15 ottobre - 30 novembre 2011 | orari 10 – 13 / 15,30 - 19,30 chiuso domenica e lunedì mattina | info T 0546 681712).

Le opere di Alfonso Leoni si trovano:
al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Valle Giulia a Roma, al Museo d’Arte Moderna di Kyoto (Giappone), al Centro di Ricerche “Pio Manzù” a Verucchio (RN), nella Collezione Cidonio a Marina di Pietrasanta (LU), all’Università di Bologna presso la Facoltà di Matematica, all’Ospedale Civile di Faenza, al Santuario di Gesù Bambino di Praga ad Arenzano (GE), alle sedi provinciali INPS di Roma e di Verona, all'Ospedale Civile di Codigoro (FE), arredo urbano ad Alfonsine (RA), arredo urbano a Bagnacavallo (RA), nel Cimitero dell'Osservanza di Faenza, e in varie collezioni pubbliche e private in America, Inghilterra, Sud Africa, Francia, Germania, Polonia, Russia, Giappone, Belgio, Canada, Italia.