A che gioco stiamo giocando?
Può la pratica artistica ritrovare la forza di un linguaggio critico, singolare e collettivo insieme, o è destinata a ridursi a semplice bene di consumo, evento “instagrammabile” e mero gadget dell’era contemporanea? La mostra collettiva A che gioco stiamo giocando?, curata dalla sociologa Anna Simone, nasce proprio con l’intento di esplorare questo interrogativo cruciale.
Comunicato stampa
La galleria Gilda Lavia di Roma ha il piacere di ospitare A che gioco stiamo giocando? mostra collettiva degli artisti: Elena Bellantoni - Marco Bernardi - Élle de Bernardini – Pamela Diamante - Lucia Marcucci – Sofia Mari - Claudio Martinez - Maria Eugenia Moya – Giancarlo Mustich – Leonardo Petrucci – Federica Rugnone curata da Anna Simone, che inaugurerà sabato 12 settembre alle ore 18.
In un tempo radicalmente segnato dalla rivoluzione digitale, in cui la narrazione e l'esperienza quotidiana vengono progressivamente assimilate nelle dinamiche della gamification, trasformando in "gioco" la guerra, la crisi climatica, le migrazioni e le relazioni umane, l’arte contemporanea è chiamata a interrogarsi sul proprio ruolo e sul proprio significato profondo.
Può la pratica artistica ritrovare la forza di un linguaggio critico, singolare e collettivo insieme, o è destinata a ridursi a semplice bene di consumo, evento "instagrammabile" e mero gadget dell'era contemporanea? La mostra collettiva A che gioco stiamo giocando?, curata dalla sociologa Anna Simone, nasce proprio con l'intento di esplorare questo interrogativo cruciale:
«Se il gioco distruttivo del potere è ormai visibile a tutti entrando a far parte delle nostre vite ogni giorno, l’arte dovrebbe ancora generare attrito, resistenza, sino a creare nuovi mondi. [...] L’atto creativo è sempre un atto rivoluzionario perché è esso stesso a generare le regole del suo gioco, a comporle e a scomporle, a usarle o a non prenderle più in considerazione.» Anna Simone, dal testo critico che accompagna la mostra.
Attraverso il dialogo corale tra undici artisti contemporanei, la mostra si sviluppa come un percorso articolato che unisce l'introspezione intima alla provocazione irriverente. Dalle suggestioni distopiche sulle narrazioni della "fine del mondo" alla denuncia delle logiche neocoloniali, patriarcali e di sovrasfruttamento del territorio; dalle geometrie dei linguaggi di guerra alla riappropriazione ironica del quotidiano e degli stereotipi di genere: le opere in esposizione demistificano la staticità dei ruoli imposti dal potere.