In Etiopia l’Italia fascista fu responsabile di atrocità. Un nuovo fumetto rispolvera una pagina di storia dimenticata
Un nuovo fumetto racconta la storia di uno dei momenti più tragici del colonialismo italiano: il massacro di Addis Abeba del 1937. Un volume illustrato che ricorda le atrocità commesse durante l’occupazione del Corno d’Africa
Quando parliamo dell’Italia fascista (non quella di oggi, quella di qualche decennio fa), ci piace pensare che, in fondo, il nostro contributo al colonialismo sia stato marginale, irrisorio, quasi un’azione spavalda dettata da un dittatore egomaniaco, eccentrico, ma innocuo al cospetto degli altri suoi coetanei. La verità è però ben diversa e, seppure la causa coloniale italiana ebbe dimensioni ristrette rispetto a quelle di altre superpotenze dell’epoca, è altrettanto certo che il ruolo del nostro Paese negli eccidi perpetrati in nome dell’espansione territoriale non fu secondario. Anzi.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1946, il governo dell’Etiopia – uno dei Paesi del Corno d’Africa assoggettati alle forze fasciste – espose alla Conferenza di Pace di Parigi una serie di documenti che riconoscevano i crimini commessi dagli invasori italiani durante l’occupazione del Paese. Alla voce “Massacro del febbraio 1937” sono calcolate 30mila vittime. Vittime, appunto, delle truppe fasciste e delle milizie italiane. Ecco allora che i numeri possono venirci in soccorso: le ambizioni colonialiste italiane non ebbero certamente gli esiti sperati rispetto ai deliri di espansione di Mussolini, ma ebbero effetti tragici in ogni luogo in cui si manifestarono. Il nuovo fumetto di Andrea Sestante parla di questo.

Il fumetto storico “Yekatit 12”
Edito da Tunué, Yekatit 12. La resistenza dei partigiani etiopi contro l’occupazione fascista si sofferma su una serie di eventi verificatisi ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, tra il 19 e il 21 febbraio 1937. Il pretesto narrativo del fumetto è l’attentato compiuto da alcuni civili etiopi contro il viceré Rodolfo Graziani, evento che scatenò la vendetta degli occupanti, con la deportazione e lo sterminio degli abitanti da parte delle truppe italiane.
Dopo aver condotto una meticolosa ricerca storica, l’autore riporta sotto i riflettori le migliaia di vittime innocenti di uno degli episodi più a lungo rimossi dalla memoria collettiva del nostro Paese. Il volume illustrato (anticipato da una prefazione di Wu Ming 2 e chiuso da un testo della scrittrice etiope Gabriella Ghermandi) restituisce quei momenti drammatici, offrendo al lettore l’occasione di riflettere sull’identità nazionale italiana e sulla necessità di confrontarsi con il nostro passato coloniale.

Intervista all’autore Andrea Sestante
Yekatit 12 nasce da un lungo lavoro di documentazione storica, che ha coinvolto anche le ricerche di Ian Campbell e materiali legati alla famiglia di Simeon Adefris. Come hai trasformato una documentazione così ampia e complessa in una narrazione per immagini? Quali sono state le difficoltà maggiori nel decidere cosa mostrare e cosa lasciare fuori?
Il criterio principale è stato mettere al centro i personaggi, la soggettività dei protagonisti della Resistenza etiope: le loro storie personali, le motivazioni, le relazioni e le contraddizioni. Volevo raccontare la storia di una famiglia e di un gruppo di persone che hanno tentato di liberare il proprio paese, e il prezzo immenso che hanno pagato. Allo stesso tempo, trattandosi di una storia ancora poco conosciuta, era necessario fornire gli elementi di contesto per comprendere il quadro storico e politico in cui si muovevano i protagonisti. La difficoltà maggiore è stata proprio trovare un equilibrio tra queste due esigenze: offrire una ricostruzione storica, ma creare una narrazione forte e coinvolgente.

Nel libro scegli di spostare il centro della narrazione dagli italiani agli etiopi e, in particolare, di dare spazio a figure come Assegedech Adefris e a suo fratello Simeon, rimasto a lungo ai margini della narrazione dell’attentato a Graziani. Quanto è stata importante questa scelta di prospettiva? E in che modo ha modificato il tuo stesso modo di guardare alla storia coloniale italiana?
Per me era fondamentale spostare il punto di vista, raccontare il colonialismo attraverso gli occhi di chi lo aveva subito. È stata innanzitutto una scelta narrativa: volevo creare un legame emotivo con i protagonisti della Resistenza etiope, far percepire al lettore cosa significasse vivere sotto occupazione, perdere i propri familiari e scegliere di resistere. Il libro si apre con la vergogna che ho provato nello scoprire il massacro di Debre Libanos, di cui sapevo poco o nulla. Questa presa di coscienza personale diventa la cornice dell’intero racconto: un percorso che parte dalla mia ignoranza e arriva a una consapevolezza collettiva, attraverso i movimenti che oggi contestano i monumenti e i simboli che celebrano il colonialismo italiano.

Sulle tracce del colonialismo italiano
Il massacro di Addis Abeba e la repressione seguita all’attentato del 19 febbraio 1937 sono episodi ancora poco presenti nella memoria pubblica italiana. Che cosa può fare il linguaggio della graphic novel che forse non riescono a fare un saggio storico o un documento d’archivio?
Credo che il fumetto abbia innanzitutto una grande capacità di rendere accessibili storie complesse. È un linguaggio immediato, che può rivolgersi anche a un pubblico molto giovane. Yekatit 12, poi, è una fiction: permette al lettore di immergersi nella vicenda, di affezionarsi ai personaggi e di vivere gli eventi attraverso le loro esperienze. C’è poi la forza delle immagini, che accomuna cinema e fumetto. Vedere una scena, attraverso un film o una sequenza di disegni, colpisce il nostro immaginario e la nostra coscienza in maniera più profonda. Le immagini ci costringono a confrontarci con la violenza che abbiamo esercitato e le sofferenze che abbiamo inflitto, rendono concreta e attuale una tragedia che altrimenti rischia di rimanere un po’ astratta, limitata a numeri e date del passato.

Il libro mette in relazione il passato coloniale italiano con il presente, in un’Italia in cui continuano a esistere tracce, simboli e rappresentazioni legate al periodo fascista. Che cosa significa oggi riportare alla luce Yekatit 12? Perché è importante raccontare la strage di Addis Abeba e, più in generale, fare i conti con la memoria del colonialismo italiano?
Credo che conoscere la nostra storia coloniale significhi innanzitutto conoscere meglio noi stessi: comprendere le nostre radici, le nostre responsabilità, l’impatto che abbiamo avuto su popolazioni che tuttora subiscono le conseguenze della nostra occupazione. Ma significa anche conoscere gli altri: la storia e la cultura dei popoli che abbiamo colonizzato, andando oltre gli stereotipi che abbiamo ereditato. Riportare alla luce Yekatit 12 significa anche riflettere sugli archetipi alla base del colonialismo: suprematismo razziale, dominio, sfruttamento, sterminio. E riconoscere quanto questi meccanismi siano ancora attivi nella nostra società, dai simboli coloniali che occupano gli spazi pubblici ai pregiudizi razziali, fino alle politiche su migranti e cittadinanza. È una riflessione necessaria per comprendere il nostro presente e costruire nuove relazioni, sia all’interno di un Occidente sempre più multiculturale sia con i Paesi che abbiamo colonizzato.
Alex Urso
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