“Ogni scrittore ha un territorio. Il mio è l’Europa”. Intervista a Olivier Guez sul suo primo romanzo 

Nel suo primo romanzo, ora pubblicato in Italia da La nave di Teseo, lo scrittore racconta la storia di Jacques Koskas, suo irrequieto alter ego, simbolo di una generazione cresciuta nel mito di un’Europa aperta

Guez lo definisce una sorta di “autobiografia immaginaria”, alimentata dai ricordi della giovinezza e dall’ambiente in cui si è formato. Jacques Koskas ha trent’anni, vive a Parigi, fa il giornalista e sembra avere davanti molte strade, anche se non ne imbocca una. Figlio di due medici, figure di riferimento della comunità sefardita, prova continuamente a reinventarsi altrove. È il protagonista di Le rivoluzioni di Jacques Koskas, primo romanzo di Olivier Guez (Strasburgo, 1974) ora pubblicato in Italia da La nave di Teseo nella traduzione di Simona Mambrini. Attraverso di lui, lo scrittore racconta anche una generazione che ha creduto in un’Europa aperta e senza frontiere, un sogno oggi fragile che rende il libro sorprendentemente attuale. L’autore lo ha presentato in Italia e con l’occasione lo abbiamo incontrato.

Oliver Guez, Le rivoluzioni di Jacques Koskas
Olivier Guez, Le rivoluzioni di Jacques Koskas

Intervista allo scrittore Olivier Guez

Quanto c’è di lei in Jacques Koskas?
Non so se sia il mio libro più personale, ma è un primo romanzo, scritto più di dieci anni fa, e i primi romanzi spesso lo sono. Ho utilizzato molto materiale della mia giovinezza, della città in cui sono nato e dell’ambiente in cui sono cresciuto. Anche il padre è molto vicino al mio. Questo personaggio mi accompagnava già quando avevo vent’anni: prendevo appunti senza sapere cosa ne avrei fatto, mi interessava avere una sorta di alter ego. Lo definirei un’autobiografia immaginaria dell’uomo che ero intorno ai trent’anni, costruita trasformando esperienze vissute, viaggi e incontri con alcune donne in materia romanzesca.

In che modo nel libro rappresenta la sua generazione?
Come me, è nato negli Anni Settanta e appartiene alla generazione che era adolescente alla caduta del Muro di Berlino. Tra la fine degli Anni Ottanta e l’inizio dei Novanta il mondo sembrava aprirsi davvero: Fukuyama parlava della fine della Storia, cadevano le frontiere e l’Europa tornava unita. Con la scomparsa dell’Unione Sovietica, città come Praga, Varsavia o Budapest diventavano improvvisamente accessibili. Si parlava di globalizzazione e di “mondializzazione felice”. Sembrava che il terribile Novecento, segnato dalle guerre e dalla rovina del continente europeo, potesse chiudersi su una nota positiva. Credo che la mia generazione non si sia mai davvero ripresa dalla fine di quel sogno. Oggi quell’idea europea è estremamente indebolita.

E come nasce l’idea delle “rivoluzioni”?
Si tratta di una parola che ha almeno due significati. Può riferirsi a un cambiamento radicale del potere e della vita, ma anche a un movimento che ci riporta al punto di partenza. Koskas vuole trasformare tutto e alla fine torna più o meno dove era partito. Avevo pensato anche all’immagine dell’uomo-trottola. Per lui cambiare significa anzitutto partire, prendere il largo e lasciare un mondo chiuso, intriso di tradizioni anche piacevoli, ma molto pesante. Sente un bisogno assoluto di uscire da quell’ambiente.

Che ruolo ha il padre nel percorso di emancipazione di Koskas?
È insieme eroico e ingombrante. Viene da un ambiente popolare, è un immigrato, ha faticato molto ed è diventato un grande medico: una storia molto vicina alla mia. Allo stesso tempo è pieno di paure, vuole governare la vita del figlio e non gli permette di volare con le proprie ali. È anche legato a una tradizione conservatrice che non sa davvero spiegare. In un certo senso è una “madre ebrea”. Per un giovane che vuole trovare la propria strada, una presenza così onnipresente diventa difficile da sopportare. Il rapporto tra Koskas junior e senior è uno dei fili conduttori del romanzo: racconta un’emancipazione, o forse una mancata emancipazione. Liberarsi dal padre è una delle chiavi del libro.

Come mai ha scelto proprio il giornalismo come mestiere del protagonista?
È l’unico lavoro che conosco ancora, anche se poi ho avuto la fortuna di vivere di scrittura. Mi permetteva di raccontare con realismo le mie esperienze e il funzionamento di un giornale all’inizio del Secolo. Allo stesso tempo è un mestiere che apre al mondo e all’avventura, soprattutto quando si è giovani. Si parte per un reportage, si scoprono luoghi nuovi, si incontrano persone. È esattamente il tipo di vita a cui Koskas aspira, compreso il desiderio di divertirsi.

Qual è l’idea d’Europa che attraversa il suo libro?
Mi sono definito Homo europaeus, ma forse sono soprattutto uno scrittore europeo. Scrivo in francese, lingua che adoro, però come scrittore il mio territorio è l’Europa. Lo si ritrova in Koskas e nei libri successivi. Sono cresciuto nella Strasburgo degli Anni Ottanta, probabilmente uno dei momenti migliori della costruzione europea. La città ospitava gli incontri tra François Mitterrand, Helmut Kohl e i vertici europei. I miei nonni materni vivevano di fronte al Consiglio d’Europa; la Germania è a pochi minuti, mentre la Svizzera e l’Europa centrale sono vicine. Anche l’Italia non è lontana. Strasburgo è quasi alla stessa distanza dalla Transilvania e da Biarritz. Sono cresciuto dentro un’Europa di prossimità. Poi è arrivata la caduta del Muro e con essa il sogno della riunificazione, insieme alla possibilità di attraversare tutto il continente. Nei primi Anni Novanta l’Europa centrale e orientale era ancora molto selvaggia, un terreno d’avventura straordinario che mi ha segnato. Koskas è abitato da questo sogno, anche se non viene espresso apertamente; lo sarà nella nuova tragicommedia che sto scrivendo.C’è inoltre una dimensione cosmopolita, legata alle lingue e agli incontri tra percorsi, religioni e nazioni diverse. Per questo l’Impero asburgico, l’Austria-Ungheria, questa grande o piccola Europa che ha quasi funzionato, è un altro filo del romanzo. L’Europa è onnipresente nel libro.

Dove cerca Koskas un senso di appartenenza?
Quando lascia S., cioè Strasburgo, abbandona il nido familiare e quell’ambiente asfissiante, perdendo la propria base. Non riuscirà mai a spezzare completamente quel legame. Da quel momento gli altri luoghi diventano soprattutto fantasie e proiezioni: New York o Buenos Aires, il Brasile, Roma, Berlino, Vienna. Sono vite possibili immaginate altrove. Il luogo stesso diventa un fantasma perché non è radicato in una realtà.

Che posto hanno nella vita di Koskas il desiderio e le relazioni?
Cerca innanzitutto il piacere, perché il desiderio è magnifico. Ma cerca anche un punto d’approdo, perché ha lasciato il proprio ambiente e non possiede più una base. Le donne diventano però, a loro volta, oggetti di finzione e proiezione. Frauke, in Germania, potrebbe permettergli di trasformarsi; poi ne incontra altre, molto diverse tra loro, che non gli corrispondono. È qualcosa che conosciamo tutti: prima di trovare la persona giusta bisogna cercare. Nel suo caso, però, come accade con i luoghi, prevale la proiezione. C’è una forte componente di finzione, quasi una messa in scena.

E la religione?
Bisogna innanzitutto chiedersi se si tratti davvero di fede. Non ne sono sicuro. Dopo aver tentato molte strade ed essere sostanzialmente fallito quasi ovunque, guarda al mondo religioso da cui proviene e comprende che lì lo spazio del libero arbitrio è più ridotto: si seguono regole precise e certe domande smettono di esistere. Per anni si è chiesto dove andare, cosa fare, con chi stare e perché. La fede può aiutare, ma non credo sia il suo caso. A interessarlo è soprattutto la religione come sistema capace di organizzare la vita: stabilisce ciò che si mangia, il modo di vestirsi, scandisce lo Shabbat e le preghiere. Nell’ebraismo regola il quotidiano dall’alba alla notte. Le domande possono così dissolversi. Avrebbe potuto essere un modo per mettere fine alle sue continue rivoluzioni interiori.

Il tema della fuga torna spesso nei suoi libri.
È un elemento ricorrente, anche se Jacques Koskas, Josef Mengele e Gertrude Bell hanno pochissimo in comune, a parte proprio la fuga e la reinvenzione. Per Koskas significa soprattutto avventura: deve partire perché il destino previsto per lui non gli appartiene. Vorrebbe che la vita fosse un grande porto nel quale possano entrare persone e culture diverse, esperienze, cibi. Mengele è a sua volta in fuga, mentre Bell si reinventa completamente. Con tutte le differenze necessarie, e su una scala infinitamente più piccola per Koskas, negli altri due c’è una dimensione prometeica, la volontà di andare quasi oltre la condizione umana. Mengele vuole conoscere i segreti della gemellarità per trasformare il destino della Germania e il proprio; Bell vuole far riemergere l’antica Mesopotamia. Sono follie assolute. Tutte queste storie, reali o immaginarie, mostrano quanto sia difficile, forse impossibile, fuggire da se stessi. Possiamo trasformarci, ma prima o poi la realtà ci raggiunge.

Com’è arrivato al tono della tragicommedia?
È quello che mi si addice di più. Adoro le tragicommedie. Quando scrivevo Koskas mi nutrivo di commedie sociali italiane e Il Sorpasso di Dino Risi era un modello: è una critica molto divertente e allo stesso tempo acida della società italiana del boom, costruita intorno a due personaggi fantastici. Ha un ritmo rapidissimo e un finale tragico. C’è poi la tradizione ebraico-americana della letteratura e del cinema, da Philip Roth e Saul Bellow fino a Woody Allen. Io volevo provare a costruirne una versione europea. Anche noi abbiamo una forte cultura dell’ironia. Penso a Bashevis Singer, profondamente radicato nella tradizione europea, e più indietro ad Apuleio e al Don Chisciotte. Poi ci sono Kundera, Italo Svevo, Rabelais. In Europa sapevamo far ridere attraverso la scrittura, ma credo che abbiamo un po’ perso questa capacità. Siamo troppo influenzati dall’America e spesso la imitiamo stupidamente; oggi, secondo me, l’America non ride più di nulla e la situazione di questa potenza è tragica. Volevo ritrovare una forma di ironia dolce. Da sola, l’ironia diventa semplicemente acida; servono anche tenerezza ed empatia. Si può comunque ridere di tutto questo. Mi hanno detto che in Koskas si ride di tutti, a cominciare dal protagonista, spesso ridicolo. Ora sto tornando alla tragicommedia con una nuova autobiografia immaginaria, nella quale Koskas farà una breve apparizione.

Ginevra Barbetti

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Ginevra Barbetti

Ginevra Barbetti

Nata a Firenze, si occupa di giornalismo e comunicazione, materie che insegna all’università. Collabora con diverse testate in ambito arte, design e cinema, per le quali realizza soprattutto interviste. Che “senza scrittura non sarebbe vita” lo ripete spesso, così come…

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