Poesia di ricerca transfemminista. Parola a Marzia D’Amico
La scelta del neutro come spazio di negoziazione continua. La dimensione orale indissolubilmente legata alla pagina scritta. La poetessa, ricercatrice e traduttrice romana ci racconta, a partire dal suo ultimo libro la sua visione del linguaggio e della poesia
Sincopata la voce gridante
ri-legge la strofa
È
SOLO
UN
MALEDETTISSIMO
SEGNO
dice sì ma che segno DI VI NO
dal tratto contratto dall’odore
di zolfo che risale le narici
dal centro del mondo che brucia
IN VA NO

È un libro di poesie complesso da introdurre, questo di oggi; non fosse altro che per la densità di concetti e parole già presenti al suo interno. Non solo: se anche questo non fosse bastato (e bastava), le risposte dell’autrice sono articolate e complete a tal punto da rendere pleonastico qualsiasi commento, se non forse un cenno di gratitudine per un progetto così letterariamente e politicamente ben riuscito. Dunque non resta che – per l’appunto – affidarci a questo. Marzia D’Amico (Roma, 1989) è ricercatrice, poeta, e traduttrice. Ha pubblicato Ragazz* Laser (Zona, 2025), risultante della vittoria della sezione inediti del Premio Pagliarani 2024 e di cui dialogheremo in questa intervista; suo inoltre il manufatto poetico Liricologismo (Zacinto, 2023) oltre alla monografia Figlie del
Sé. L’epica rivoluzionaria di Amelia Rosselli e Patrizia Vicinelli (Mimesis, 2023) e agli articoli scientifici, poesie in lingua italiana e inglese sono presenti su diverse riviste cartacee e online, nazionali e internazionali, e ha partecipato a diversi festival di performance poetica internazionali tra Inghilterra, Italia e Romania. Traduce in diverse lingue, prevalentemente italiano e inglese, diversi contributi sono presenti su riviste cartacee e online. Cura mensilmente la rubrica Autopoetica per Argonline e, con due compagne, la newsletter transfemminista: Ghinea.
Ecco dunque ciò che ci siamo chiesti su Ragazz* Laser ed ecco come D’Amico ha saputo e voluto risponderci. Buona lettura.
Intervista alla poetessa Marzia D’Amico
La tua raccolta compie già a partire dal titolo una scelta ben precisa – e profondamente politica – sull’utilizzo del linguaggio neutro che, tutt’oggi e purtroppo, nel dibattito comune rimane una pratica divisiva. A che punto siamo in Italia con il linguaggio di genere in poesia e quanto è importante prendersene cura?
Credo che sia una questione ancora in una fase di forte tensione – e proprio per questo estremamente fertile. Da un lato c’è una radicata resistenza, quasi difensiva, nei confronti di qualsiasi forma di neutralizzazione o ridefinizione del linguaggio; dall’altro, però, c’è una proliferazione di pratiche, soprattutto in poesia, che stanno già vivendo oltre quel conflitto, sperimentando, forzando, disobbedendo. È un argomento che mi sono ripromessa di indagare attraverso una rubrica poetica a tema che prenderà forma in una collaborazione con l’amica e sodale, la bravissima poeta e curatrice Anna Papa (ma non svelo altro, per ora).
Puoi dirci di più sulla scelta del neutro?
In Ragazz* Laser la scelta del neutro – e più in generale la destabilizzazione delle desinenze – non è mai ornamentale, ma strutturale. È una pratica intenzionale di disallineamento. Le varianti, gli asterischi, gli slittamenti non sono soluzioni, ma aperture – creano uno spazio di negoziazione continua. Questo spazio, per me, è pensato innanzitutto per soggettività trans e transfemministe. È da lì che scrivo, è lì che mi interessa essere leggibile senza mediazioni.
Prendersi cura del linguaggio, quindi, significa anche questo: accettare che la lingua possa diventare meno comoda, meno trasparente, meno “naturale”. Perché quella naturalezza è sempre costruita su un’esclusione. La poesia, in questo senso, è un laboratorio privilegiato – può permettersi di essere opaca, di incepparsi, di creare attrito.
E per me è fondamentale che esistano queste scritture, perché contribuiscono a immaginare – e praticare – una letteratura alternativa, che non solo rappresenti, ma tenga realmente a mente le soggettività marginalizzate, senza chiederne continuamente la legittimazione.
Ragazz* Laser, come afferma in prefazione Sara Ventroni, ha una scrittura pensata per l’esecuzione ad alta voce. Che forme ha assunto, nel periodo di promozione del libro, la restituzione in forma performativa? È mai diventato (o mai diventerà) uno spettacolo vero e proprio?
Ragazz* Laser è sicuramente pensato anche per una dimensione orale, e la prefazione di Sara Ventroni coglie un aspetto per me molto importante. Però tengo sempre a precisare che, nel mio orizzonte, l’oralità che pratico non esiste mai senza la testualità – la pagina resta una partitura imprescindibile.
Quando porto i testi in pubblico, non li mando a memoria – non ne sono capace, ma soprattutto non è parte della mia pratica. Il mio modo di lavorare richiede un ritorno continuo alla pagina come spazio di interpretazione.
La restituzione performativa, quindi, ha assunto forme che sono sempre rimaste molto legate alla lettura – ma una lettura intensamente incarnata, attraversata dalla voce, dal respiro, dal ritmo. La pagina guida l’esecuzione: i vuoti, le spaziature, i grassetti, i corsivi, le maiuscole sono indicazioni semi-precise, quasi musicali. Non sono elementi decorativi, ma segnali che orientano la voce, che costruiscono pause, accelerazioni, attriti. In questo senso, ogni performance è un’interpretazione situata della partitura testuale, mai una sua liberazione o un suo superamento.
Per quanto riguarda l’idea di uno spettacolo vero e proprio, è una possibilità che non escludo, ma che immagino comunque in continuità con questa logica: non una teatralizzazione che sciolga il testo, ma semmai un dispositivo che lo espanda, mantenendo però sempre visibile – e attiva – la sua dimensione di scrittura.

Quanto conta, per te, la presenza in letteratura di una poesia che sia urlata, disturbante, mozzafiato? Non pensi che si commetta una sorta di forzatura nel metterla su carta?
Per me conta moltissimo che esista una poesia capace di essere urlata, disturbante, anche mozzafiato – ma non credo affatto che questo implichi una forzatura nel momento in cui viene messa su carta. Anzi, mi interessa proprio lavorare su quella tensione.
La pagina non è un contenitore passivo, né un luogo di addomesticamento della voce. È uno spazio di costruzione. L’urlo, il disturbo, il fiato corto non vengono “persi” nella scrittura – vengono tradotti, scomposti, redistribuiti attraverso altri mezzi: il ritmo visivo, le interruzioni, le eccedenze, i vuoti. In questo senso, la scrittura non è la versione ridotta della performance, ma un’altra forma di intensità.
Quello che può sembrare una forzatura, per me è invece un attrito produttivo. È proprio nello scarto tra voce e pagina che si apre qualcosa: una possibilità di lettura che non è mai completamente pacificata, mai del tutto fluida. La poesia può essere disturbante anche in silenzio, anche sulla carta – forse in modo diverso, ma non meno radicale.
E poi c’è anche una questione politica: l’idea che certe forme – più corporee, più eccessive, più “rumorose” – appartengano solo all’oralità rischia di riprodurre una gerarchia tra ciò che è considerato legittimo nella scrittura e ciò che non lo è. A me interessa invece che anche la pagina possa farsi carico di queste intensità, senza doverle normalizzare.
Quindi no, non la vedo come una forzatura. La vedo come una pratica di espansione del linguaggio poetico – un modo per far sì che la scrittura non resti mai del tutto al sicuro.
Quanto della D’amico ricercatrice e quanto istinto e creatività, invece, c’è in ciò che scrivi?
È una distinzione che faccio fatica a mantenere netta, perché nella mia pratica ricerca e scrittura non sono mai davvero separabili. Non c’è, da una parte, la D’Amico ricercatrice e, dall’altra, una dimensione “pura” di istinto o creatività – sono due movimenti che si contaminano continuamente.
La ricerca entra nella scrittura non tanto come contenuto, ma come postura critica: tutto il lavoro teorico – dagli studi di genere a quelli sul linguaggio, fino alle riflessioni sulla produzione culturale – sedimenta e riemerge nella forma stessa del testo, nelle sue scelte, nei suoi attriti. Allo stesso tempo, però, c’è una componente molto forte di ascolto e di istinto.
Spesso da un’urgenza che non è completamente razionalizzabile, da un ritmo, da un’immagine, da una pressione sul linguaggio che viene prima dell’analisi. È qualcosa che si impone, e che solo in un secondo momento viene attraversato anche da uno sguardo più consapevole.
Più che un equilibrio tra le due dimensioni, parlerei di una continua negoziazione. A volte è la ricerca a spingere e a strutturare, altre volte è la scrittura a eccedere, a portarmi in territori che la teoria da sola non avrebbe previsto.
E forse è proprio in questo scarto che mi interessa stare: in una scrittura che non sia mai completamente controllata, ma nemmeno ingenua. Una scrittura che pensa, ma che allo stesso tempo si espone, rischia, si lascia attraversare.

Dopo Ragazz* Laser quali saranno le direzioni che prenderai come artista? Ci parli dei prossimi progetti?
Sto continuando a muovermi su più direzioni (e più lingue), che però restano profondamente legate alle questioni che mi attraversano da tempo.
C’è innanzitutto un poemetto in frammenti a cui tengo molto, che mette a tema la mia negoziazione di genere come soggetto nonbinario in campo umano e poetico. È un lavoro ancora da fattualizzare, ma attualmente è nelle mani attente di Renata Morresi, a cui devo moltissimo – anche rispetto alla messa a punto di Ragazz* Laser.
Parallelamente, sto ultimando un lavoro molto diverso, almeno sul piano formale: una poesia più discorsiva, meno frammentata, che si confronta in modo esplicito con l’abilismo e con il metalinguaggio. Anche qui, però, torna una tensione che per me è centrale – quella tra esperienza incarnata e costruzione linguistica, tra ciò che il linguaggio permette e ciò che invece tende a escludere o normalizzare.
In entrambi i casi, mi interessa continuare a lavorare su una scrittura che resti attraversata da queste urgenze, ma che allo stesso tempo non si fissi mai in una forma unica – che possa cambiare, spostarsi, anche contraddirsi, se necessario.
Maria Oppo
Ci pensi le chiede la bestia
che vita sarebbe se sempre
sapessi in anticipo il divenire
delle cose e del loro corso di cose
ragazzə laser
ne ha molte in testa
domande soprattutto incertezze incapacità
immediata
di fermezze
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