Nel suo ultimo libro Teresa Macrì racconta lo spirito della danza

La critica d'arte Teresa Macrì attraversa l’universo della danza contemporanea, indissolubilmente legato a quello dell’arte e della performance, in un libro che legge il corpo come oggetto plurale e liminare

Corpi sensibili, dissimmetrie coreutiche, effrazioni gestuali, sono alcuni aspetti che troviamo nell’ultimo libro di Teresa Macrì dal titolo Stato di incanto. Danza, non-danza, post-danza, edito da Postmedia Books (2025). Fin dalla sua prima pubblicazione Splatter del 1993, seguita dal Il corpo postorganico, fino ai più recenti Politics/Poetics, Fallimento e Slittamenti della performance, l’indagine sul corpo nelle sue molteplici modalità di espressione, non ha smesso di animare la ricerca sugli sconfinamenti dell’arte di Teresa Macrì. Ma a differenza di quelli precedenti in questo libro scopriamo un’archeologia fenomenologica della contaminazione tra danza e performance, finora poco conosciuta.

Maria HassabMaria Hassabi, PLASTIC, 2015. Co-commissionata da Hammer Museum, Los Angeles, Museum of Modern Art, New York e Stedelijk Museum, Amsterdam. Foto© Julieta Cervantes. © MoMa, New York. Courtesy l’artistai
Maria Hassabi, PLASTIC, 2015. Co-commissionata da Hammer Museum, Los Angeles, Museum of Modern Art, New York e Stedelijk Museum, Amsterdam. Foto© Julieta Cervantes. © MoMa, New York. Courtesy l’artista

La struttura del nuovo libro di Teresa Macrì

Stato d’incanto è fatto di dieci capitoli, ciascuno dedicato a un artista che ha messo in gioco per l’autrice una parola chiave. Queste sono già di per sé una mappa concettuale della post-dance. Ripetizione (Bruce Nauman), Azzeramento (Jerome Bel), Situazione, (Tino Sehgal), Insubordinazione (Kinkaleri), il Fantasmatico (Papaioannou), Sculturizzazione (Maria Hassabi), Effrazione (A. Sciarroni), Turbamento (Peeping Tom), Intersecazione (Jacopo Jenna), Estrusione (G. Palermo). L’introduzione è incentrata sulla storia del Judson Dance Theater, dove la performer e scrittrice Simone Forti ha un ruolo decisivo nello sviluppo della danza come processo sperimentale delle arti contemporanee e da cui il titolo del libro è tratto e a cui è dedicato. Il focolaio storico nel quale Judson Dance Theater si muove è lo stesso dove germogliano il Living Theatre, il movimento Fluxus, Allan Kaprow, Trisha Brown, Robert Morris, Carole Schneemann e altri artisti di varia estrazione, che hanno segnato l’arte contemporanea. L’urbanista e sociologo Richard Sennett ricorda che da giovane abitava sopra il Judson Dance Theater, sopra il bar all’ingresso del “Dirty Dick’s Foc’sle bar”; viveva attorno a una moltitudine di lavoratori, impegnati soprattutto al porto. Senza sapere chi fossero gli artisti, tuttavia ne ha respirato l’atmosfera libertaria, che ha ispirato il suo libro Usi del disordine.

La ridefinizione della danza secondo Teresa Macrì

È in questo scenario storico dell’esperienza di strada che l’arte della danza si libera dalle catene tradizionali, avventurandosi in un processo sperimentale, e sul proprio statuto d’esistenza, rovesciando schemi e logiche del proprio linguaggio, accogliendo movimenti informali, che arrivavano anche dalla strada. Una radicale ridefinizione del senso del corpo, che dalla scena del perimetro del teatro, passa al corpo della quotidianità, corpo alienato e nello stesso tempo corpo che guarda a scenari utopici di liberazione. Ma questa convergenza, osserva Teresa Macrì, implica l’abbandono di schemi e giochi di figure che hanno segnato la storia della danza. Il corpo allora diventa il punto d’incrocio tra improvvisazione e rituali liminali, dove anche la sua esistenza quotidiana, trova un punto d’inserzione. Si deve a John Cage e Merce Cunningham la svolta della danza come disciplina storica tradizionale e alla sua apertura verso forme di sperimentazione che transiteranno in altri territori dell’arte.

Il corpo e la danza nel libro di Teresa Macrì

Questo libro di Teresa Macrì dovrebbe esser letto in controluce al celebre saggio di Marcel Mauss Le tecniche del corpo (1936), dove osservava che “il corpo è il primo e più naturale oggetto tecnico e, nello stesso tempo, mezzo tecnico, dell’uomo”. Nel primo caso “oggetto tecnico”, esso assume le forme di una “sculturizzazione”; è il caso di Maria Hassabi, come osserva Teresa Macrì nel capitolo a lei dedicato. Ma il corpo come “oggetto tecnico” prefigura anche forme di riscrittura della storia dell’arte, come quella di Carole Schneemann e Robert Morris quando in Site del 1964, ripropongono la celebre Olimpia di Manet. In questo caso il corpo messo in scena veicola l’impronta trasfigurata di una memoria figurativa. In Site siamo davanti a una specie di detournement (sviamento) della storia dell’arte. Nel secondo caso – “mezzo tecnico” – il corpo diventa veicolo di “turbamento”. È il caso di Peeping Tom, o di Dimitris Papaioannou, dove esso è carico “di suggestioni, rimandi, fughe nell’inconscio”.  Ma c’è un terzo aspetto che Stato d’incanto rileva: è il corpo come campo di forze d’affezione, a cui partecipano anche “oggetti senzienti” secondo l’espressione di Robert Morris. Ogni azione coreutica astratta o informale, che sconfina nell’happening o nella performance, non rappresenta nulla. L’azione non sta al posto di qualcos’altro. È se stessa, vale a dire è nel processo nel quale si svolge.  Stato d’incanto è allora uno stato d’affezione dei corpi che dal singolare approda al plurale – un panteismo dei corpi.

Il corpo plurale

Come riassumere questa importante incursione fenomenologica nell’universo della post-danza? Un passaggio di un seminario su Spinoza di Gilles Deleuze del 1981 si presta bene in tal senso, poiché rimette in gioco la parola greca en panta, la composizione eterogenea dei corpi. “En è uno, è l’Uno. Panta vuol dire tutte le cose”: dal singolare al plurale c’è l’apertura al passaggio performativo del processo di soggettivizzazione collettivo, poiché un corpo non si riduce all’organismo, ma è un processo di composizione intersoggettiva. Lungo tutto il libro questa pluralità diveniente mostra soprattutto un fatto: che un corpo non è riconducibile al suo organismo, ma è composito, si muove agglutinandosi con altri corpi, come i movimenti informali e astratti della post-danza. Il corpo, che attraverso la danza esplora Teresa Macrì (fin dalle sue prime ricerche), è un corpo liminare, vive sulla soglia di registri comportamentali spesso separati, esplora gli stati di indeterminatezza, che possono approdare a forme inedite di rituali collettivi, come la Task performance, che fa transitare il corpo dall’egoità all’alterità.

Marcello Faletra

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Marcello Faletra

Marcello Faletra

Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della…

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