La Quadriennale e La Biennale di Venezia: un’estetica delle conferenze stampa di oggi

Due conferenze stampa hanno scaldato il già bollente 15 luglio a Roma e a Venezia. Ma sono stati dei saggi senza figure. Alessandra Mammì ci spiega perché

Palazzo delle Esposizioni
Palazzo delle Esposizioni

Bei tempi quando le conferenze stampa erano facili facili: un titolo, un relatore/curatore e una serie di diapositive che illustravano il titolo e il pensiero del curatore/relatore. Non che si capisse davvero poi che cosa ne sarebbe stato della mostra, dal momento che le foto non corrispondevano quasi mai alle opere che sarebbero state esposte, ma perlomeno nello scriverne non si faceva troppa fatica: bastava obbedire alle griglie e lasciarsi andare all’entusiasmo per quell’opera o quell’artista che meritavano qualche aggettivo in più. E invece in questa calura di Luglio, ben due conferenze stampa ci sfidano in un solo giorno senza alcuna pietà per la mente offuscata dall’afa, ad interpretare la “narrativa” (sfuggente parola del contemporaneo) che soggiace a due importanti mostre quelle che segneranno davvero l’uscita dal lockdown dell’arte: la Quadriennale  a Roma dal 29 ottobre e “Le muse inquiete” una storia della Biennale di Venezia ad opera di tutti i direttori in carica, dal 29 agosto. 

Biennale di Venezia. Ph. Desirée Maida
Biennale di Venezia. Ph. Desirée Maida

CONFERENZE STAMPA: UNO SHOW

La caratteristica di entrambe le conferenze stampa (ma è un metodo sempre più generale) è quello di creare suspense al posto di darci elementi per ragionare, scrivere, giudicare e informare il lettore con cognizione di causa. Unici strumenti per affrontare il compito: una cartella stampa nella mail e i volti  dei curatori che ci parlano in streaming. Degli artisti e delle opere in entrambi casi non c’è quasi traccia. Vince su tutto il progetto curatoriale che come un saggio senza figure affronta il presente e il passato lasciando al cronista il compito di immaginare il futuro. Ovvero la mostra. Nel caso della Quadriennale Sarah Cosulich e Stefano Collicelli Cagol ci danno tra le mani una decisamente buona lista di artisti (dalla Assael ai Zapruder), con schede biografiche che rivelano l’esistenza di generazioni tutte diverse, discipline diverse, provenienze diverse. Ma che faranno lì tutti insieme, non è molto spiegato: interagiscono, costruiscono percorsi comuni o si guardano da lontano e gli choc visivi sono affidati all’allestimento? Non aiuta troppo neanche il titolo: “Fuori”. Un logo costruito con futuristici giochi dimensionali e grafici in magenta & bianco. E poiché il magenta è il colore privilegiato delle meditazioni qabbalistiche che aiutano a oltrepassare i limiti del pensiero, immaginiamo non sia stato scelto a caso. E poi “fuori” di questi tempi è ovviamente un simbolo di per sé: fuori pericolo, fuori casa e anche di fuori di testa oppure come ci suggerisce il comunicato “Fuori scala/ fuori gioco/ fuori moda/fuori luogo” più un omaggio esplicito (ci viene detto) allo storico F.U.O.R.I. Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano che sfidò i moralismi bacchettoni e le leggi repressive dell’Italia anni Settanta.
Fin qui tutto chiaro. Un po’ meno invece i territori tematici su cui i curatori si sono avventurati. Tre parole chiave. Palazzo, Desiderio, Incommensurabile. L’immaginazione del cronista vacilla e insieme galoppa e se nella parola Palazzo vede una totale presa del Palazzo delle Esposizioni dalla scala ai seminterrati per 4000 metri quadri, portata avanti da un esercito di occupazione visiva armato di oltre trecento opere (come ci dice la cartella stampa) nelle altre due parole guida invece senza un aiuto delle opere si perde. Il Desiderio (preso dalla coda?) suggerisce fughe visionarie surreal surrealiste, mentre l’incommensurabile di per sé, è alquanto difficile da ipotizzare in forma di mostra. 

Isabella Costabile, Santa Maremma, 2018, Courtesy artista
Isabella Costabile, Santa Maremma, 2018, Courtesy artista

FUORI: MA CHE MOSTRA SARÀ?

Ma in pratica cosa vedrò? Dove andrò? Quale esperienza mi aspetta? E aspetta il mio lettore? I curatori promettono che sarà diversa da sempre e che il percorso pensato dall’artista/ architetto Alessandro Bava ha la capacità di stravolgere completamente lo spazio di via Nazionale che ben conosciamo. E non solo lo spazio, anche il tempo sarà modificato, o almeno quello lineare che la storia ci ha ordinato fino adesso.“ Abbiamo voluto connettere gli immaginari degli artisti più giovani con le sperimentazioni di pionieri che non sempre hanno trovato posto nella narrazione canonica “, ci dice Sarah Cosulich. E l’ipotesi è indubbiamente interessante ma non ci dice se le generazioni si confonderanno e troveranno momenti di improvvisa complicità ben oltre le costruzioni scolastiche e accademiche a cui eravamo abituati, oppure i corto circuiti saranno affidati alla sapienza della scrittura visiva. Chiediamo lumi spiegando che degli esempi abbiam bisogno altrimenti è difficile obbedire all’etica del mestiere che vorrebbe prima i fatti e poi le opinioni. Ci arrivano delle utili suggestioni: l’immagine di allestimenti generosi per ospitare il cinema espanso di Gianikian e Angela Ricci Lucchi finora troppo spesso costretto nella bidimensionalità di schermi cinephile) o la presenza strabordante del corpo nella danza di Simone Forti che si connette con ricerche del ben più giovane Michele Rizzo (saranno performance live o video?) o ancora la pittura che esplode in scenografia riconnettendosi al teatro. Sono suggestioni, cenni, trailer… si vuol mantenere la sorpresa, ottobre è lontano. (Ma allora la conferenza stampa?)

LA CONFERENZA STAMPA DELLA BIENNALE

Start the ball rolling… dicono gli anglosassoni: intanto cominciamo a parlarne a Roma come a Venezia. Anche qui i volti sorridenti di Cecilia Alemani (direttore arte), Alberto Barbera (cinema), Antonio Latella (teatro) Hashim Sarkis (architettura) Ivan fedele (musica) e Marie Chouinard (danza) che ci parla da lontano con il cappellino di cachemire in testa (oh, che invidia!) e ci raccontano la Mostra delle Mostre firmata dai direttori della Biennale che non c’è causa emergenza Covid. O meglio una c’è: il cinema sia pure in forma ridotta ai primi di settembre. Ma proprio per non soccombere, gli altri settori su proposta del neo presidente Roberto Cicutto hanno lavorato sull’archivio Asac per ricostruire la storia del Novecento attraverso le Biennali. L’idea è ottima e vorremmo capirne di più. Ma l’esposizione invece si limita a raccontare le tappe di una storia, si parla di metodo ma non di mostra, di forma ma non di sostanza.  E così sia pure con un bellissimo titolo “Le Muse Inquiete”; con il coraggioso progetto di mettere insieme per la prima volta la fatica di tante diverse eccellenze e competenze e infine con un bellissimo viatico “il ricordo è la forma patetica della memoria”, citazione di Ronconi che ci regala il direttore Latella …resta la pessima abitudine di chiamarci a una conferenza stampa che è di nuovo un saggio senza figure 

CONFERENZE STAMPA: NOSTALGIA PER QUELLE POLVEROSE

Fino a farci sentire una struggente nostalgia per quelle più noiose ma più concrete, con clic delle diapositive o lo scorrere del power point. Quelle dove i curatori con voce atona, senza grande narrativa, mettevano in primo piano le opere e gli artisti che avremmo visto descrivendo la mostra con una sua forma fisica dove poco si poteva/doveva immaginare. Quelle conferenze stampa, insomma, che i direttori di solito non amavano perché i giornalisti facevano domande, a volte stupide a volte scomode, ma tutte utili a scrivere pezzi poggiando i piedi in terra. Da qualche tempo invece le domande non le fa quasi più nessuno e allora una si impone: ci siamo chiesti il perché? 

Alessandra Mammì

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